Arma virumque. Sull’insegnamento del latino e del greco nelle scuole medie superiori

WCENTER 0WGKDARAPD  -  ( Eidon - phpimmg150573.jpg )ROMA STUDENTI CON IL VOCABOLARIO DI GRECO ALL ESAME DI MATURIT CLASUna mattina di fine ottobre. Interrogazione, rituale, ma non troppo, visto che in uno slancio di fiducia nelle misere forze grammaticali di una quinta ginnasio ho letto e spiegato il proemio dell’Eneide in latino. L’Eneide, comunque, la stiamo leggendo, lentamente, a piccole puntate, in italiano. E si ha sempre l’impressione che Virgilio, per quanto nella traduzione italiana, sia troppo per le misere forze letterarie di una quinta ginnasio. Comunque, in uno slancio di fiducia nelle miserrime forze mnemoniche e morali di una quinta ginnasio, avevo anche detto di provare ad imparare i primi versi dell’Eneide in latino, due, quattro, sette, insomma quelli che entravano in testa. Provare, eh, mica obbligatorio; se no non mi avrebbero fatto i compiti tout court. Già, perché le cose stanno così: se i compiti a casa sono troppo gravosi, non si cominciano neppure. Una mattina di fine ottobre, dunque. Interrogazione. Domande sulla traduzione, analisi logica, qualche osservazione stilistica. Bene, non c’è male. Hai mica provato a imparare i versi a memoria? Sì. Quanti? Sette. Ah. Bene. Ce l’hai fatta. Sentiamo. Bene, bene. E, scusa, quanto tempo ci hai impiegato? Mah, non lo so. L’ho fatto quando ero già a letto, prima di dormire. Ah! Non eri stanco a quell’ora? No, no: era bello, e l’ho fatto.
È bello, Virgilio. Tre giorni prima, mentre leggevo declamando la fuga di Enea da Troia, nel punto in cui l’eroe racconta della perdita della moglie Creusa, qualcuno si era commosso. Soprattutto i maschi. Quando avevo alzato gli occhi dal libro, avevo visto occhi lucidi, davvero. Giorni dopo, una ragazza mi dice: Virgilio è bellissimo.
Dovrei essere contenta. Ho fatto i passi giusti. Mi sono servita delle pagine di Amore lontano di Vassalli; ho letto e commentato la I Ecloga delle Bucoliche in traduzione; ho messo in evidenza gli aspetti lirici della poesia virgiliana, le malinconie, il sentimentalismo. Ho vinto. Ma non del tutto. Mi resta, infatti, sempre, l’amarezza della grammatica, che a loro non sembra bella, affatto. Le forze di una quinta ginnasio sono davvero misere, davanti alla grammatica. Si getta la spugna subito, con la grammatica. Perché la grammatica è una cosa, e la lingua è un’altra. È la lingua che manca, quando i voti sono 7 all’orale e 4 allo scritto, fenomeno frequentissimo in latino e greco, e per tutto il liceo. Questa situazione significa che lo studente ha imparato a pappagallo la grammatica, ma non sa capire un testo. Non mi stupisco. Non sanno capire un testo neanche in italiano. Non sanno produrre un testo scritto. Non sanno elaborare un testo in forma di discorso. Non sanno più che la parola crea, non immaginano neppure che ci sia un modo in cui la parola crea. Voglio dire, il temino lo fanno, due parole in croce per raccontare la biografia di Manzoni sanno metterle; ma il primo è un automatismo più o meno lontanamente appreso, e le seconde pure. Insomma, non si tratta di competenze testuali, giacché non c’è la visione del textus come tessuto, intreccio di parole e strutture che fanno transitare idee. Anche perché in pochi hanno idee. Nella mia misera e insignificante esperienza di insegnante di lettere al ginnasio, questo vedo. Et excrucior.
Poi parli con un collega del triennio (già: perché in molti licei classici c’è questo bel gradino, tra i docenti del cosiddetto ginnasio e quelli del cosiddetto liceo, il Liceo per antonomasia della Repubblica Italiana), credendo di aver fatto buona cosa con Virgilio in latino. “Eh, ma per forza… Virgilio… certo che è bello… ma poi devi vedere il greco… e poi è la prosa il problema… è quella che gli danno da tradurre all’esame di Stato, certi testi che manco noi li capiamo, lunghissimi poi”. Ah. Allora proviamo col greco. Però poesia, eh, che Aristotele già lo hanno visto nel libro degli esercizi, e Senofonte pure, senza molto giovamento, parrebbe. Bene, Mimnermo, frammento 1.1, quello che, per color che sanno, inizia con “Cos’è la vita, cos’è la gioia senza Afrodite d’oro?”, perché è bello, e perché ci sono solo due (due proprio) forme verbali che loro non conoscono, quei mostri chiamati perfetto e aoristo, il primo all’ottativo, poi. Succede un fatto interessante. Riconoscono l’ottativo sconosciuto: è questo cos’è, prof? Certo, sono i bravi ad accorgersene. Ma hanno individuato l’estraneo, e pure questo vuol dire sapere. “Possa io morire…”, dice Mimnermo, col verbo in posizione enfatica all’inizio del verso 2. Quel verbo vedrai che se lo ricordano. E infatti, interrogati, fanno faville, soprattutto quella che va matta per tutti i poeti e gli scrittori del mondo, soprattutto quando parlano d’amore e morte, e infatti sa a memoria tutte le storie più intriganti della mitologia greca, con quel gran rimescolio copulativo di uomini, donne, animali e dei.
Ma la prosa… così ha detto lui, il collega del triennio. Confesso che l’unica terapia in corso per la prosa è la seguente. Il libro degli esercizi di greco è pieno di frasi e  versioni di argomento moraleggiante, che nessun ragazzo normale può capire da solo. Mi spiego: quelli lì, i greci, nei testi che noi consideriamo esemplari della loro civiltà e dell’intera civiltà occidentale, parlano continuamente di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, un’ossessione, davvero molto in linea con i nostri tempi, con i nostri adolescenti della piccola, media e grande borghesia (quelli del classico, sia chiaro), che normalmente non sono andati a catechismo (e va bene), ma non hanno avuto un insegnamento corrispondente in termini di bene e male, colpa, errore e merito, egoismo e altruismo, e simili categorie etiche. La lingua dell’etica non è a loro familiare. Quindi cosa traducono? Provano ad applicare le regole, e poi ti dicono che la frase non gli è tornata bene. Allora io mi sono messa (e li ho messi) a far questo: dopo aver tradotto meccanicamente, chiediamoci che cavolo vuol dire in parole povere. Di che sta parlando la frase. A chi, a cosa si riferisce, riassunto, parafrasi, chiamiamola come volete, ma COSA SI STA DICENDO QUI? La frattura più clamorosa fra contenuti e grammatica greca si consuma peraltro col più gettonato autore per il ginnasio, Esopo. Già: perché Esopo ha la morale in fondo, e te la dimostra col più assurdo dei metodi retorici (per un adolescente), ossia la favola con i personaggi che sono animali parlanti e che devono ciascuno impersonare vizi (cosa?) e virtù (cosa? al quadrato) dell’umana natura (eh?). La grammatica è facile, elementare, per carità. Ma nella mia scuola siamo rimasti così traumatizzati dall’esito generale della prova di recupero di settembre di due anni fa, quando come testo da tradurre fu proposta la favola “Il leone innamorato”, che Esopo ha subito in sostanza la damnatio memoriae. Vedi cosa succede all’inizio del terzo millennio alla prosa greca e a una tradizione millenaria che vedeva in Esopo un maestro di lingua e di vita. (Io infatti per mio figlio di quattro anni uso già un poderoso volume di favole esopiche, illustrate in un modo terribilmente policromo e cartoonistico, che comincia con la cicala e la formica: riuscirò a prepararlo al ginnasio?).
Poi c’è un giorno, un pomeriggio cupo di inizio dicembre, quando, su convocazione accorata (sì, accorata) del Preside (ops, Dirigente Scolastico), ci si trova tutti quanti insieme, quelli di materie letterarie del biennio e triennio, per parlare della possibilità di cambiare un po’ i curricula, ossia i piani di studio: in molte scuole lo hanno già fatto, proprio per evitare lo scollamento tra come abbiamo fatto noi, i docenti, il liceo classico, e come possono farlo, ora, gli alunni. (Che poi, noi docenti di latino e greco idealizziamo sempre, alla Antonello Venditti, quel nostro passato tra i banchi rievocandolo come l’età dell’oro, in cui il greco e il latino si studiavano davvero, con disciplina ferrea: sì, certo, perché noi che ora siamo i docenti altro non eravamo che i primi della classe in qualche liceo classico d’Italia, ed è per quello che siamo finiti a fare quel mestiere.) A dimenarsi nella riunione sono soprattutto quelli che insegnano al ginnasio, quelli della grammatica per intenderci; quelli del triennio si trincerano sempre dietro alla formula oracolare “Esame di Stato”. Qualunque cosa si dica, “c’è l’Esame di Stato”. Comunque questo è quello che ne viene fuori in termini di novità (tralascio le proposte conservatrici dello status quo, quelle che insistono sulla grammatica e sulla tecnica di traduzione come salvacondotto per l’Esame di Stato e per tutte le professioni nobili – in particolare avvocato e ingegnere); qui smetto con l’autobiografia patetica e divento seria:

1) la prova scritta per il liceo classico dell’Esame di Stato va cambiata per tipologia ed estensione;
2) Omero e i lirici non dovrebbero essere proposti in prima liceo classico;
3) si dovrebbero usare da subito e di più i testi letterari con traduzione a fronte;
4) l’esercizio tipico della traduzione andrebbe integrato sistematicamente con altre tipologie, anche come prova di verifica.

Punto 1. La traduzione così com’è proposta oggi all’Esame di Stato è una prova di problem solving, che deve costituire il pendant della prova di matematica propinata agli studenti del liceo scientifico. Si potrebbe però integrare questo esercizio con un questionario sul testo e sull’autore (si veda la prova d’esame del liceo europeo), una volta stabilita una rosa obbligatoria di autori significativi da conoscere. Il testo proposto dovrebbe avere caratteri di esemplarità all’interno della civiltà classica. Beninteso, si potrebbero sottoporre agli alunni sia un autore greco che un autore latino, così nessuna delle due lingue verrebbe trascurata a partire dal momento in cui si viene a sapere quale sarà la materia d’esame.

Punto 2. Chi conosce Omero e i lirici sa bene che uno studente medio appena uscito dalla quinta ginnasio non può affrontarli se non con quintali di note esegetiche e con la traduzione a fronte, ammesso che comunque capisca. Mediamente, a livello linguistico non resta niente di questi autori, che si esprimono in dialetti diversi dall’attico, quello della grammatica che i ragazzi hanno conosciuto e su cui sono stati tartassati per due anni buoni. Che senso ha non ritrovare subito l’attico nei testi letterari e passare all’eolico o allo ionico? A me sembra che gli studenti ne vengano fuori parecchio disorientati e perfino demotivati. Purtroppo la lettura dei testi letterari in Italia procede lungo l’asse temporale, per cui se Omero è vissuto prima di Platone, non si può cambiare la storia. Vediamo però di trovare qualche compromesso, che ne dite?

Punto 3. La regola e l’esercizio vanno spodestati dal ruolo principe che giocano nel ginnasio, e se vogliamo anche nel triennio, nella prospettiva dell’Esame di Stato di cui si è già detto. Il testo letterario con traduzione a fronte è molto motivante, perché si capisce e ti insegna subito qualcosa. Magari ti insegna anche l’italiano (e ce n’è bisogno); magari si possono pure confrontare traduzioni diverse, e discuterne. A mio parere, anche così si impara una lingua morta, e si fa nello stesso tempo una buona semina per le lingue vive. Va superato il tabù (tutto italiano) verso la traduzione a fronte; che poi, i ragazzi se la cercano e se la trovano sempre in internet. Liberalizziamola! La cercheranno meno! Daremo noi quella giusta! Alla luce del sole!

Punto 4. Tipologie alternative di prova di verifica. Trova l’errore di traduzione. Riempi gli spazi vuoti nel testo dato. Leggi e riassumi il contenuto (senza vocabolario: sull’uso del vocabolario vorrei fornire una volta o l’altra una trattazione a parte). Traduci e inquadra il tema sul piano storico-culturale. Eccetera, purché non si immagini che lo studente medio del liceo classico del terzo millennio, in Italia, sia un filologo classico, né all’inizio, né alla fine.

Purché i ministri dell’Istruzione, in Italia, si decidano a sentire il parere di qualche docente. Almeno per una volta. Una sola. Poi ci chetiamo.

Mariangela Caprara, leparoleelecose.it

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