Noi inculchiamo valori estranei a quelli delle famiglie dei nostri studenti?

Confesso che sono ancora provato dalle recenti affermazioni secondo cui la scuola di stato indottrinerebbe gli studenti a valori e principi che non corrispondono a quelli delle famiglie.Ho riflettuto sui motivi per cui sono state pronunciate quelle parole.

Confesso che il verbo inculcare mi pare più adatto alle oche da ingrasso.

Forse però, più importante delle polemiche (mai come in questo caso opportune) è discutere nel merito della questione.

Voi cosa ne pensate?

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7 thoughts on “Noi inculchiamo valori estranei a quelli delle famiglie dei nostri studenti?

  1. A mio avviso i valori e i principi devono essere diversi tra famiglia e scuola, proprio perché sono due realtà differenti. Premesso che entrambe, in quanto composte da esseri umani, hanno dei limiti, la questione si pone nel momento in cui si afferma che la scuola ne inculchi di antitetici: se il modello di “famiglia” è quello presentato da chi asserisce ciò, allora ci sono buoni motivi per essere d’accordo…

  2. Penso che la scuola si stia più che altro improntando a una concezione tecnocratica per cui non sono più insegnati valori ma solo formule e nozioni. Quindi se non in pochi casi penso che la questione non si ponga.

    • Pieceofbread ha colto perfettamente il punto. Le recenti accuse alla scuola sono oggi pateticamente fuori contesto. Il vero dramma è proprio quello della (peraltro esile e mediocre) tecnocrazia cioè della evacuazione della domanda di senso dall’àmbito scolastico che ormai, per paura di essere ideologico, finisce per non insegnare più nulla, se non appunto formule e nozioni. Lasciamo perdere le boutades estemporanee e discutiamo di questo che è il vero problema e il motivo per cui la scuola, per eccesso di politicamente corretto, rischia di diventare inutile. Fa piacere che alcuni lettori (Un docente? Uno studente? Chi sarà?) sappiano cogliere la verità al di là di oziose deviazioni di cronaca.

      • Me l’ha insegnato lei prof, quindi le giro la lode. Questo commento e frutto del seme che lei ha piantato.

  3. Penso che in Italia oggigiorno il concetto di cittadino, da ormai più di sessant’anni indissolubilmente legato al mondo scolastico (luogo per eccellenza di formazione dell’italiano futuro), stia diventando molto opinabile. Nei decenni scorsi i giovani, seppur pestati nei cortei e ignorati mentre urlavano al potere le loro giuste richieste, venivano considerati parte integrante del processo di crescita economica, culturale e politica della “grande famiglia Italia” proprio a causa del gran valore che veniva dato all’istruzione che ricevevano (tant’è che chi si laureava era assai stimato) senza neanche criticare a casaccio il sistema scolastico (che di sicuro i politici conoscevano più approfonditamente di oggi), oggetto di vanto all’estero.
    In questi anni invece, a causa delle ripetute crisi economiche, per arginare il problema di un’economia in fallimento si è deciso di attaccare lo stato sociale, in modo tale da trovare una minera di risorse prima intoccabili. Questo processo si è evoluto da necessità (mica tanto, poi. con una gestione più attenta dell’economia si sarebbe arginato il fenomeno della crisi senza intaccare il welfare) in attitudine. Non solo si considera di secondo grado il sistema educativo ma si tenta pure di screditarlo. L’unico modo per dimostrare che la scuola non diffonde idee diverse da quelle della famiglia, che sono quelle del cittadino (e quindi in primis onestà e responsabilità), è fare sentire la nostra voce, quella dei protagonisti della scuola, urlando indignati la falsità di questa affermazione.

  4. Se lasciamo per un attimo da parte il sospetto che la frase del nostro presidente derivi dalla necessità di imbonire le gerarchie cattoliche, che, almeno in linea teorica, dovrebbero ergersi a censori di determinati comportamenti, non potrebbe farsi strada un dubbio…che il nostro presidente abbia ragione?
    Abbia ragione nel momento in cui sottolinea che ciò che avviene nelle aule non sempre collima con ciò che avviene nelle case
    Abbia ragione nel cogliere una perdita di obiettivi comuni che, a mio avviso, talvolta emerge nei colloqui scuola-famiglia.
    La domanda allora diventa: è corretto che gli insegnanti smettano di difendere taluni valori-competenze, che non sembrano più prioritari per un numero sempre maggiore di famiglie?
    Se dobbiamo continuare a vendere cultura, dobbiamo diventare esperti di marketing, di pubblicità?
    Esempio 1: Il ministero non ha voluto togliere il latino dal Liceo scientifico, ma noi dobbiamo chiudere un occhio perchè a nessuno interessa più?
    Esempio 2 : al momento delle iscrizioni sembra fondamentale la seconda lingua, ma appena arriva la prima pagella molti scappano oberati dal troppo impegno
    Esempio 3: un insegnante può ancora correggere pubblicamente gli errori di una verifica o viola la privacy, mina l’autostima?
    Mi piacerebbe sentire anche l’opinione di qualche genitore a questo proposito.

  5. Potrebbe avere ragione, se avesse pensato ciò che Cristina sostiene.

    La vera domanda, infatti, è: a quale famiglia sono estranei i valori “inculcati” dalla scuola? A quella di Avetrana o a quella del Bunga Bunga?

    Gli esempi che Cristina pone rivelano alcune contraddizioni della scuola (anche nostra). Credo che ne usciremo solo se saremmo in grado di ripensare la scuola sin nella sua spina dorsale, trovando un equilibrio tra responsabilità/impegno e l’apertura a nuove prospettive che richiedono i tempi. Non però nella direzione della maggiore “facilità” e di una concezione della scuola come “socializzazione”…

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