Vieni via con me: Libia (Laura Marcuz)

PERCHÉ UN VIAGGIO IN LIBIA?

 

La Libia, tristemente attuale, mentre ripenso spesso con nostalgia e gioia ai viaggi che ho compiuto in un recente passato, l’ultimo due anni or sono, nella Jamahiriya, come il governatore, il colonnello Mohammar Gheddafi, denomina il suo paese nel famoso Libro verde.

Una terra straordinaria, che all’immenso patrimonio archeologico dell’area greco-romana (nonché bizantina, araba e, oso dire, italiana), unisce bellezze naturali che dal Mediterraneo si prolungano, attraverso il Fezzan nell’erg, il Mare di Sabbia del Sahara, avvincente e terribile come tutto ciò che l’uomo non può dominare. Una terra piena di storia dove, a mio avviso, è ancora viva la presenza italiana già nella capitale Tripoli, la romana Oea, nell’architettura dei palazzi che fiancheggiano via 1 settembre, l’arteria principale della città, oppure nella libreria Dar Fergiani (palermitano qui trasferitosi agli inizi del Novecento), o ancora nel Castello rosso sulla Piazza Verde, dal cui balcone Mussolini parlava alla folla; ma la stessa residenza di Italo Balbo, la Montagna Verde, rifugio del mitico Omar el Muktar, Tobruk con le trincee e i cimiteri di guerra, suscitano l’affiorare di ricordi e di testimonianze drammatiche della non troppo lontana storia italiana…

Nel contempo, il fascino secolare del mondo antico emerge con straordinaria e coinvolgente potenza a Sabratha e a Leptis Magna, le due città romane di fondazione cartaginese, le quali si affacciano sul blu intenso del Mediterraneo. Sabratha, che nel 158 d. C. fu al centro di un famoso episodio di “cronaca”: nel Palazzo di Giustizia, altrimenti noto come Basilica di Apuleio, venne infatti celebrato il processo contro, appunto, il filosofo Apuleio… E Leptis Magna la quale suscita, oggi come allora, nel visitatore che si aggira fra le rovine monumentali, emozioni ineguagliabili tese ad attestare la grandezza di Roma: l’Arco dei Severi, la Palestra, le Terme di Adriano, la piazza del Ninfeo e l’imponente Via Colonnata che conduce al porto, il Nuovo Foro di età Severiana, la meravigliosa Basilica dei Severi, il Mercato e il magnifico Teatro che si staglia sull’azzurro del cielo e sul Mediterraneo in uno spettacolo di rara bellezza…, l’Anfiteatro, fuori dalle mura della città.

E alla Tripolitania fa eco la Pentapolis della greca Cirenaica: da Cirene, nascosta da due ordini di colline, quindi irraggiungibile per gli invasori al suo porto, Apollonia; da Benghazi, completamente distrutta nel suo nucleo antico durante la Seconda guerra mondiale a Tocra (o Teuchira) a Tolmeita (o Tolemaide), dove la Via Monumentale, l’antico decumano, ombreggiato dai grandi eucalipti piantati dagli italiani oltre mezzo secolo addietro restituisce, insieme alle altre rovine, un ricordo della grandezza di un tempo.

Dalla Cirenaica mi sono poi avviata verso la zona predesertica, incontrata poco oltre la città di Ghadames, una delle perle di questo territorio, la quale è stata testimone di uno dei momenti più intensi che ho vissuto in tanti viaggi: il tramonto del sole dietro le dune, al quale è seguita la cena frugale nel buio della sera illuminata dal fuoco con i tuareg, che hanno offerto a me e ai miei compagni il loro pane cotto sotto la sabbia, intinto nel sale e nell’olio, quale simbolo di buon augurio.

La Libia però è anche il Fezzan, il profondo sud dove il tempo sembra essersi fermato snodando nomi, luoghi, sensazioni: Germa, la capitale dell’antico impero indigeno dei Garamanti, i campi tendati dell’erg di Ubari, fra le dune più belle del Sahara libico, i laghi salati della Ramla dei Dauada, in cui il contatto fisico con l’acqua permette di credere che ciò che avevo ammirato non era un miraggio, bensì una meravigliosa realtà, sino al paesaggio lunare del Tadrart (montagna) Akakus, e Fabrizio Mori. Già, il grande paletnologo dell’Università di Roma “La Sapienza”, ha svelato al mondo i segreti dell’Akakus sin da quando, giunto in Libia per curare una malattia della pelle ha fatto amicizia con i tuareg, i berberi nomadi del Sahara; essi lo hanno condotto a scoprire i raffinati e vivi graffiti rupestri, risalenti a 10000 anni fa, volti a rappresentare quel tempo in cui il Sahara era una distesa di verdi praterie abitate da molteplici animali. Anch’io ho incontrato il primo tuareg che ha lavorato con il Prof. Mori; è ormai molto vecchio e vive in una capanna nel deserto, dove ha deciso di morire. Da allora comunque, grazie a Mori, archeologi, antropologi, paletnologi, geologi italiani continuano e esplorare e a studiare un’area vastissima, quella appunto dell’Akakus (insieme al Tassili e al Messak), attraverso le spedizioni della missione Italo-Libica.

Le sensazioni, i ricordi si sono impressi in modo indelebile e affiorano mentre scrivo, come quelli che richiamano alla memoria alcuni compagni di viaggio anziani, tornati in Libia per rivedere i luoghi forzatamente lasciati quando erano bambini, o per riferire a un parente, a un amico rimasto in Italia se vi è ancora la casa, la strada di un tempo (come è noto, chi è nato in Libia dopo il 31 dicembre 1941 non può ritornare se non dopo aver compiuto sessantacinque anni). Tale, in particolare, è l’aspetto più doloroso della Libia, anche se non ho percepito la negatività del regime, fatta eccezione per una delle sezioni dell’importante Museo della Jamahirya (che custodisce una delle più importanti collezioni di arte classica del Mediterraneo); l’intero terzo piano esalta infatti, con vacuo trionfalismo, la Libia moderna di Gheddafi.

Tanti ricordi di viaggio dunque, tanti motivi per visitare questa terra affascinante, ma uno su tutti: quello del vento, la salmastra brezza marina fra le rovine di Leptis Magna o l’harmattan, il tipico vento del deserto che soffiando continua a modellare, da tempi immemorabili, la vicenda reificata e umana dell’Akakus.

Laura Marcuz

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