«Credo che esista, silenziosa e inascoltata, una nuova giovine Italia»

Articolo di Silvia Avallone su Corriere.it (11 marzo 2011; ultima modifica: 15 marzo 2011)

 

La prima delle Lettere luterane di Pasolini è datata 1975 e s’intitola «I giovani infelici». Quei ragazzi definiti «mostri» e descritti come incapaci di ridere, ma solo di sghignazzare; quei campioni di conformismo che hanno codificato la rivolta e non hanno più alcun barlume di luce negli occhi adesso hanno l’età dei nostri genitori.

Cito il «nonno» Pasolini perché è uno fra gli autori più letti e amati dalla mia generazione. Noi non abbiamo visto i nostri genitori alzare le barricate e pretendere a gran voce la liberazione sessuale, ma li abbiamo sorpresi spesso – appagati e inermi – a seguire «Colpo grosso» impugnando saldamente il telecomando. Le conquiste delle loro battaglie ce le hanno trasmesse sotto forma di prodotto da consumare, e adesso ci bollano come gioventù senza ideali. Quello che però non sanno è che noi preferiamo di gran lunga, ai loro insegnamenti, quelli dei nostri nonni.

Iscriverci all’Università è stato facile, quasi naturale, ma poi, una volta conseguita la laurea, la strada si fa decisamente «innaturale». Siamo costretti a rimandare di giorno in giorno quel lavoro per cui avevamo studiato, diventiamo di volta in volta un cameriere, un centralinista, un tirocinante, finiamo un master e ne cominciamo un altro. Dimostriamo una straordinaria pazienza, nonché la virtù di accontentarci. Ma se, passando da una forma all’altra, diventa difficile conquistare un’identità solida, al contempo siamo riusciti a farci un’idea chiara di quanto la realtà e l’idea siano incongruenti.

Sarà per questo che Luca, studi classici alle spalle e una laurea in agraria, a un certo punto ha deciso di affittare alcuni pascoli in valle Cervo, di acquistare una quindicina di mucche e, con grande scandalo da parte dei suoi genitori, è diventato un pastore. In provincia non sono pochi i giovani che tornano con una coscienza nuova a mestieri originari… Sarà che la rappresentazione dominante che danno di noi è quella del precario ingabbiato nel call-center, o quella dell’aspirante tronista, fatto sta molti giovani scelgono la trasgressione e riscoprono mestieri dimenticati o inusuali rispetto a quelli che i nostri genitori sponsorizzano: bellezza&finanza. Anziché un aereo per Londra o Berlino, torniamo in provincia e tentiamo di tenerla in vita. Organizziamo festival culturali, fondiamo piccole radio, creiamo siti internet per il nostro banco al mercato…

Poi ci sono quelli che entrano in fabbrica all’età di 16 anni, anche se la fabbrica era l’ultimo posto dove avrebbero desiderato mettere piede, e alla domanda: «Perché non provi a cambiare lavoro?» rispondono con un’alzata di spalle: «Tanto non fa differenza ». Ci sono ancora ventenni che vivono la vita come un destino, bloccati come i Malavoglia nelle loro piccole province dove arrivano solo echi fragili di quel che accade nel mondo. I giovani operai che ho conosciuto hanno energia e vitalità da vendere: non si sognerebbero mai di rientrare a casa dopo 8 ore sfiancanti. Una volta timbrato il cartellino d’uscita, affollano le piazze, i bar, le discoteche, hanno la smania di esistere. Ma nessuna fiducia in qualcosa che vada oltre la fame del presente.

Così ci ritroviamo ad ascoltare i racconti delle manifestazioni e delle lotte che hanno fatto i nostri genitori con un senso di asciutto disincanto. Ci viene da dire: avete giocato a fare gli eroi, ma nel mondo che ci avete consegnato di spazio per gli eroi ce n’è ben poco. Claudio, metalmeccanico di 22 anni, dichiara senza scomporsi: «Io so cos’è il mio reparto, cosa significa soccorrere un collega con un braccio incastrato tra i rulli. Il resto sono solo chiacchiere».

Ci descrivono isolati e autistici, abbagliati dalle facili promesse e dalle vite parallele in tv. Sono convinta, invece, che questo genere di cultura non ci rappresenti e abbia ormai tutto il sapore delle cose vecchie. Credo che esista, silenziosa e inascoltata, una nuova giovine Italia. Non vuole assomigliare a madri che, nei fatti, restano subalterne ai mariti, e a padri che – a differenza dei nonni – non hanno avuto la forza né di diventare dei maestri né di ammettere le proprie colpe.

 

Roberto Benigni ha ricordato che Mameli scrisse quello che poi diventerà l’inno d’Italia a 19 anni e che per il sogno dell’Unità a 20 è morto. Oggi, mentre sull’altra sponda del Mediterraneo i giovani guidano le rivoluzioni e perdono la vita, qui per fortuna non sono più necessari sogni per i quali andare a morire. Il punto dolente, però, è che a noi mancano sogni per i quali vivere e costruire.


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