Cosa leggono i prof: Augusta Calderan

Il libro di cui vi voglio parlare è Una nuova terra, traduzione dell’originale Unaccustomed Earth di Jhumpa Lahiri. Probabilmente alcuni di voi hanno letto il suo romanzo L’Omonimo, ma molti di più avranno visto la trasposizione cinematografica, The Namesake.

L’autrice, inglese di nascita ma cittadina americana, proviene da una famiglia bengalese originaria di Calcutta e appartenente alla diaspora di accademici del subcontinente che, anche dopo il 1947, anno dell’indipendenza di India e Pakistan, hanno continuato ad avere come punto di riferimento per i loro studi e per la carriera universitaria il Regno Unito, spostandosi magari in seguito negli Stati Uniti. Lì, esattamente nell’esclusiva Rhode Island, Jhumpa Lahiri è cresciuta.

In realtà il suo vero nome è Nilanjana Sudeshna ma le sue maestre avevano un po’ di difficoltà a pronunciarlo, quindi optarono per Jhumpa, e lei non aveva nulla in contrario a questo nuovo appellativo. Infatti, come molti bambini stranieri, provava un certo imbarazzo ad avere un nome così poco comune sul quale gli altri inciampavano di continuo. Ora Jhumpa che nel frattempo si ha vinto un premio Pulitzer, vive a Brooklyn con il marito, di origine sudamericana, e i due figli.

Ma torniamo al libro, si tratta di una raccolta di racconti. Il titolo originale già rivela uno dei temi principali. Unaccostumed earth significa infatti una terra alla quale non ci si è ancora abituati, in quanto stranieri o perché, anche se in quella terra si vive da sempre, non ci appartiene del tutto dal momento che le radici familiari sono altrove e quelle radici reclamano di essere rispettate o comunque tenute in considerazione.

Naturalmente tutto ciò non è indolore, crea spaesamento, sradicamento ma anche una ricerca continua di definizione di una propria identità personale composita che armonizzi, senza tra l’altro mai fonderle, tutte le componenti familiari, etniche, linguistiche e culturali che si intrecciano dinamicamente nel  DNA esistenziale di una persona.

Il contesto  sociale delle otto storie, è quello della comunità bengalesi degli Stati Uniti, costituita prevalentemente da accademici oppure affermati professionisti. Le carriere però sono quasi del tutto trascurate dalla narrazione, infatti i personaggi non sono mai descritti nel trionfo dei loro successi ma colti nella timida riservatezza con cui affrontano le vicende personali, e nel loro cauto confronto con le abitudini e le tradizioni delle famiglie  bengalesi decisamente antitetici alla modernità e all’individualismo del mondo occidentale.

I conflitti tra culture, percepiti soprattutto dai giovani della seconda generazione, non sono espressi in modo violento e assolutamente mai al di fuori della propria famiglia, anzi talvolta non vengono proprio verbalizzati. Sono però in grado di influire per sempre nella vita interiore dei personaggi portandoli, a volte, a continui spostamenti e traslochi nell’illusione di trovare il luogo e la situazione ai quali poter sentire di appartenere.

Generalmente questo disagio non impedisce esistenze apparentemente tranquille quindi con seguito di mogli, mariti, figli, studi eccellenti e professioni interessanti, ma si traduce in una malinconia che permea la quotidianità e diventa frattura e crisi in occasione di eventi importanti, un matrimonio, la morte di un genitore e nei momenti in cui si torna a fare i conti con la famiglia d’origine. Tutto il dolore resta però sommesso, accettato e vissuto in silenzio, con tranquilla rassegnazione.

I racconti parlano delle situazioni più varie. Ci sono le giovani mogli bengalesi della prima generazione che continuano a srotolare i metri di sari, appena lavati, sulle ringhiere dei freddi e umidi appartamenti di periferia, gli unici che i propri mariti dottorandi possono permettersi e che in seguito lottano perché le proprie figlie non si vestano o si comportino come le donne americane. Sono sempre loro poi ad indignarsi, sempre e solo all’interno delle mura domestiche, per l’impudicizia occidentale di mostrare affetti e desideri e ad opporsi, invano, a futuri generi americani.

Poi ci sono le giovani indiane della seconda generazione, destinate a lauree e dottorati in università prestigiose come Harvard o la London School of Economics, ma che soffrono nella loro infanzia per essere diverse dai compagni di scuola poiché hanno un nome, una famiglia ed una casa decisamente indiani. Da adulte continuano a seguire contemporaneamente binari distinti e conflittuali, apparentemente vivono secondo i dettami delle loro famiglie ma poi segretamente hanno esperienze che i loro genitori mai approverebbero, relazioni con uomini sposati e storie d’amore che non portano necessariamente all’altare.

Tutto è raccontato con una scrittura equilibrata che tratteggia i vissuti soggettivi dei personaggi in modo delicato, avvolgendo il lettore nell’atmosfera composta e pacata di questa enclave bengalese in America, enclave i cui legami con la madrepatria si scolorano a poco a poco con lo scorrere del tempo. L’elemento indiano che sembra permanere è l’attitudine orientale ad accettare le situazioni anche negative, a non lasciarsi travolgere da inutili battaglie per combatterle, ad evitare qualsiasi isterismo, ad affrontarle con calma, invidiabile e poco occidentale calma.

 

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