Facebook, datteri e zafferano la rivoluzione del Marocco

Visitare il Marocco in questi giorni, in particolare quello profondo e lontano dalle rotte turistiche più battute, dà un po’ la sensazione di essere su un’isola. Mentre gli altri principali Paesi nordafricani ribollono e bruciano di una protesta contagiosa, in Marocco sembra che siano immuni. Probabilmente anche lì qualcosa arde sotto la cenere, ma si ha la sensazione di trovarsi in un contesto relativamente più democratico e tranquillo. Le riforme attuate dal re Mohammed VI e il più recente programma di assunzioni a chiamata (invece che a concorso) in tutti gli uffici pubblici disegnano un quadro lungi dall’essere in procinto di esplodere. È interessante notare il grande sforzo collettivo teso al rinnovamento, in cui va segnalato che un ruolo economico preponderanteè riservato all’agricoltura. Oltre il 50% della popolazione attiva lavora in questo settore che produce una parte importante del Pil del Paese e, come rilevano tutti gli osservatori, si candida a essere il principale motore di sviluppo per gli anni futuri. E se il futuro è dei giovani, ho notato che sta emergendo una nuova generazione in grado di cambiare i paradigmi dello sviluppo, di muoversi in maniera moderna ma in linea con le tradizioni e la sostenibilità. Mentre i piani pluriennali del governo parlano di una pianificazione fatta in gran parte di agricoltura intensiva e industriale, questi ragazzi propongono un modello più in linea con le realtà rurali marocchine, uno stile produttivo che haa cuore tanto la differenziazione dei prodotti e la conservazione della biodiversità quanto la dimensione comunitaria e sociale. Usano internet, quei Twitter e Facebook su cui abbiamo visto scorrere più in fretta che su altri mezzi le notizie delle rivolte scoppiate nei Paesi limitrofi, e lo fanno per comunicare tra di loro, scambiare informazioni su coltivazione e commercializzazione, per vendere direttamente i loro prodotti, senza confini. Vivono magari in luoghi molto isolati, dove spesso si pratica un’agricoltura che ha ancora molti elementi arcaici. Queste forme di coltivazione tradizionali – che sono pulite, danno risultati ottimi, sono perfettamente integrate con la realtà circostante – spesso si combinano con la capacità di comunicare e fare rete, con le più moderne possibilità di viaggiaree spostarsi, addirittura con i più moderni metodi per sfruttare su piccola scala le energie rinnovabili, sole, vento, biomasse. Saltando il passaggio dell’industrializzazione spinta che ha messo in ginocchio le agricolture dei Paesi più “sviluppati”, si configurano come un’agricoltura 2.0, dove la dimensione sociale e la capacità di fare rete si rivelano decisive per preservare l’ambiente e la cultura, crescere cibo senza depredare risorse. Si può dire che sia la loro piccola rivoluzione. Zafferano, datteri, cumino, cereali ortaggi e allevamento: il Marocco ha tutte le carte in regola per un’autosufficienza alimentare che in tante altre parti dell’Africa è ancora un miraggio. Questi ragazzi, insieme a tante donne, sono la faccia più genuina e creativa dell’intero processo. C’è l’esempio straordinario delle cooperative di donne che producono l’olio d’Argan nel Sud Ovest del Paese. L’Argan è il frutto di un albero che popola nuovamente queste zone desertiche, simile a una mandorla, da cui si estrae un olio diventato popolarissimo anche in Europa per scopi culinari o cosmetici. Dieci anni fa, nel 2001 insignimmo del Premio Slow Food per la biodiversità la prima cooperativa di donne produttrici di quest’olio, per la loro capacità di inventarsi un lavoro legato alla salvaguardia della biodiversità e del territorio (l’abbandono della coltivazione dell’arganier provocava un inesorabile avanzata del deserto). Inoltre questa attività dato un’autonomia finanziaria alle 30 donne facenti parte la cooperativa, una cosa abbastanza rara nel mondo islamico. Oggi le cooperative di questo tipo sono 170 nel Sud del Marocco e impiegano 5.000 donne. Ma oltre alle donne dicevamo dei giovani. Abdelouhab El Gasmi di Mhammid El-Ghizlane, città alle porte del deserto a una decina di chilometri dal confine algerino ha fondato con il fratello e la madre la Cooperative de L’Oasis du Sud che trasforma i datteri di varietà locali in sciroppo (chiamato Rob) e marmellata. Usano vasetti di vetro riciclati e fanno promozione nazionale e internazionale dei loro prodotti, anche con internet. Viaggiano per il mondo per promuovere e vendere i loro prodotti, alle fiere del biologico come il Biofach in Germania o a Eurogusto in Francia. In un luogo dove devono combattere contro la carenza d’acqua e l’invasione di Punteruolo rosso, l’insetto che uccide le palme da dattero, sono anche riusciti a ottenere finanziamenti per impianti di irrigazione a goccia e la creazione di orti al servizio della comunità. Salahddine Sahrawi invece è un giovane agronomo di Safi, città sulla costa atlantica. Fa parte del Forum d’Initiative Citoyen di Safi e lavora con molte comunità produttrici di uvetta, fichi, argan. S’impegna per far conoscere questi prodotti ai cuochi nelle città, trovare nuovi canali di commercializzazione. Siè inventato dei panieri da ordinare via internet, apre negozietti di raccolta dei prodotti coltivati da agricoltori di piccola scala. E poi ho conosciuto Rachid El Hiyani, che lavora con i produttori di zafferano di Taliouine, nel Sud. Anche lui ha intenzione di realizzare dei punti vendita con i prodotti delle comunità e delle cooperative di piccoli produttori del Marocco. Queste cooperative stanno nascendo come funghi grazie anche al fatto che sono stati rimossi alcuni pesanti passaggi burocratici che prima ne frenavano la creazione. Sono tre ragazzi che credono nel futuro del loro Paese e nell’agricoltura sostenibile, non stanno a guardare ma si impegnano in prima persona. Stanno studiando di dotare le loro comunità di piccoli impianti di produzione di energia, sia con il fotovoltaico, sia con dei biodigestori. Si inventano anche forme di turismo e di ospitalità, sempre facendo rete, sempre promuovendo le loro iniziative a livello nazionale e internazionale con Internet. In effetti laggiù ci sono tutte le potenzialità per dare impegno e prospettiva a giovani di buona volontà e bisogna dire che la loro piccola rivoluzione per ora è l’unica risposta alternativa a quell’esodo incontrollato verso l’Europa che tanto ci mette in apprensione. Non è balzano pensare che anche in altri Paesi, come la Tunisia o l’Egitto, queste forme di agricoltura moderna e sostenibile, anche informatica, possano rappresentare un grande deterrente all’emigrazione di massa. La piccola agricoltura locale lo può essere per tutta l’Africa. Nonostante in Marocco di pari passo si stiano affermando anche i modelli agricoli brutalmente produttivistici, sia nei campi sia sul fronte della distribuzione, i nuovi paradigmi di un’economia agricola rispettosa dell’ambiente e dei diritti delle persone sta nascendo dal basso, ridando speranza ai giovani, indicandogli una via praticabile da poter percorrere in queste terre che amano incondizionatamente.

Carlo Petrini – www.slowfood.it

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