Intervista a Federica Manzon

Di fama e di sventura (Mondadori, 2011) è un romanzo dal sapore incalzante, una storia di cui è difficile disfarsi facilmente. Il suo protagonista è Tommaso, un bambino nato sotto una cattiva stella, che sogna di essere un cowboy, ma vive un’infanzia da indiano. È debole, ha paura dell’acqua in una città, Trieste, dove tutti sembrano essere nati nell’acqua. Non ha mai visto il padre, che per lui è un desiderio e una nostalgia. Ma quel bambino ha qualcosa di speciale. Tommaso saprà leggere le stelle e gli uomini con uno sguardo. Saprà leggere il futuro, e su questo costruirà il suo successo, diventando un manager di una delle più importanti banche mondiali. Eppure questo successo attirerà su di lui la sventura, che lo costringerà a lottare con tutte le sue forze per cercare se stesso, prima in un matrimonio malato, poi in una storia d’amore perduta e ritrovata.

Il titolo del libro mi fa venire in mente un verso della poesia A Zacinto di Foscolo, in cui è Ulisse ad essere bello di fama e di sventura. Ulisse è l’eroe avversato dal destino che fa ritorno alla sua petrosa Itaca. Vive per ritornare. Allo stesso modo, Tommaso continua per tutta la vita a cercare se stesso contro un destino che sembra già scritto.

Tommaso è un eroe, ma non è Achille. Non sa conquistare vittorie per arditezza; non possiede quelle doti di fierezza, bellezza e forza che fanno risplendere nel campo assolato della battaglia e fanno innamorare alla prima occhiata fanciulle divine e mortali. Di Tommaso ci si innamora conoscendolo, dispiegando a una a una le pieghe del suo carattere difficile e riottoso, della sua intelligenza. Perché, come Ulisse, Tommaso è sul suo talento che conta per diventare un eroe capace di conquistarsi fortuna e gloria, e l’amore degli altri. E, ancora come l’eroe di Itaca, sa che per ottenere ciò che vuole e ciò che il destino gli riserva di grande deve voltare le spalle e andarsene, anche se nel farlo si sentirà male e non troverà la forza per un ultimo saluto. E, ancora come per Ulisse, anche per Tommaso il mare sarà un richiamo costante, seducente e fatale.

In questa storia il destino sembra dominare la vita di ognuno. Eppure, a ben pensare, è vero proprio il contrario. La vita di Tommaso è segnata in partenza da una serie di disgrazie che lo rendono indiano, ma egli saprà rialzarsi e circondarsi di una spessa corteccia per proteggersi dal mondo e andare avanti, puntando il nemico a testa bassa. Allora si può dire che la vita di ognuno non è solo un universo di storie già scritte, ma è anche il nostro continuo ricomporle e scomporle…

Io credo che ognuno di noi non venga al mondo su una tabula rasa, ma sia sempre in qualche modo già determinato da un’immagine, una vocazione, un demone o, detto altrimenti, da un genius. E allora tenderei a dire, semplificando, che la vita non è altro che uno sforzo continuo per trovare quello che è il nostro vero genius, la nostra vocazione più pura, quel demone segreto cui è bene dare retta, qualsiasi cosa ci chieda di essere perché in fondo ci ha scelti e si preoccupa per noi.

Quanto contano in uno scrittore l’ambizione e la fortuna?

L’ambizione conta molto, nella misura in cui permette di tendere a modelli grandi e di non spaventarsi davanti alla fatica e alla solitudine che la scrittura impone. La fortuna, come insegna Indiana Jones, chiama la gloria. Ma non garantisce la buona qualità di un romanzo.

L’inizio della storia ha un respiro quasi mitico, ancestrale. Sembra un pezzo di realismo magico, che affonda le radici della storia di Tommaso in un passato apparentemente lontano, ma che in realtà getta già le basi del suo esistere. Inoltre sembra che tu voglia dire che il nostro passato appartiene a qualcosa di più grande.

La storia della nonna Vittoria rappresenta per Tommaso una favola, il porto sicuro cui si fa ritorno la sera dopo gli spaventi del mare aperto, il ritornello che il bambino conosce a memoria e si ripete nel buio per orientarsi e darsi coraggio. Per questo volevo che la parte a lei dedicata avesse il ritmo un po’ incantato delle storie raccontate a voce, quelle che appartengo a un passato che non sapremmo collocare nel tempo ma che sentiamo sempre in qualche modo familiare.

La storia è narrata da una voce femminile, la ragazza con cui Tommaso ha avuto una storia ai tempi del Collegio e che ritorna (sarebbe bello credere per coincidenza) all’improvviso nella sua vita. Nel suo modo di narrare si distingue uno sforzo di capire quel ragazzo difficile, un tentativo di scavare più in profondità. Raccontare diviene per lei il modo di trovare la verità, anche se molte volte è costretta a fermarsi davanti al dubbio, all’impossibilità di ricostruire perfettamente le dinamiche dei fatti.

Luce è contemporaneamente personaggio, testimone e archivista dei fili di questa storia. Ed è proprio nel suo raccogliere i pezzi del destino di Tommaso disseminati un po’ ovunque, nel suo cercare con scrupolo documenti e fonti attendibili, e nel farlo spinta dalla necessità più urgente di tutte, quella di cambiare il destino della persona che ha amato raccontandosi la sua storia un po’ diversa da com’è stata, ecco è in questo sforzo strano e apparentemente destinato a perdere che Luce capisce che non c’è nessuna verità in grado di contare più di un’altra, e l’importante è solo riportare la verità cui si ha deciso di credere: la storia di Tommaso così come lui gliel’ha raccontata.

In tutto il libro si può trovare il senso di nostalgia, come se qualcosa fosse così vicino da essere irraggiungibile. Così sembra l’esistenza di Tommaso, vissuta nello sforzo continuo di riappropriarsi di qualcosa che possa lenire una ferita iniziale. E il meccanismo che lui mette in atto per reagire a questa perdita, che si traduce in ripetuti tradimenti, è il cinismo, la durezza, riuscendo così a diventare uno spietato cowboy.

Tommaso, nato orfano e abbandonato da una nonna che lo ama troppo ma non lo sa dire, inseguirà tutta la vita la nostalgia di un’amore infantile, quello che non bisogna fare niente per conquistarsi e che non verrà mai tolto. Proprio lui che, fin da piccolo, si è visto sottrarre l’affetto ogni volta che aveva deciso di abbandonarsi senza riserve, deciderà che nella vita

è sempre meglio difendersi e tradire per primi, ingannare e rimangiarsi la promessa, e stenderà una bella mano di vernice a coprire le ferite della sua fiducia infranta, ma anche il suo cuore buono. E quasi riuscirà a diventare un cowboy cinico e spietato, fino a quando non si troverà di fronte alla scelta più difficile – perché raramente accade di incontrare l’amore della propria vita, e ancor più raramente è dato incrociarlo di nuovo dopo averlo perduto.

Ho letto alcune tue interviste, in cui dici che ti è piaciuto moltissimo scrivere il personaggio di Tommaso, raccontare la sua storia. La sentivi particolarmente vicina. Cos’hai provato quando hai finito di scriverla e cosa provi ora che la devi raccontare come fosse una cosa passata?

A un certo punto della storia mi sono semplicemente innamorata di Tommaso, delle sue paure e dei suoi slanci di tenerezza, tanto che a volte devo fare uno sforzo per dargli uno spazio che stia unicamente sulla pagina. Quando ho finito di scrivere la sua storia mi sembrava di averlo in qualche modo liberato, che a quel punto fosse pronto per andarsene da solo per il mondo. Quando lo racconto, e forse per questo lo racconto male, è sempre come se parlassi del mio amico più caro che è partito ma da lontano continua a mandarmi segnali rassicuranti.

Nell’ultima parte del romanzo entrano in modo abbastanza forte gli scandali finanziari degli ultimi anni e i fallimenti delle banche. Pur non volendolo, viene da ipotizzare un loro valore simbolico funzionale all’esito della narrazione.

Sicuramente. Per scrivere questa parte, più che i libri e gli articoli, per me è stato fondamentle vedere la serie della BBC sulla caduta di Lehman Brothers. Lo sguardo britannico riesce infatti a inquadrare perfettamente qual è la posta in gioco umana nel mondo della finanza – un mondo che, alla fine, credo sia la piazza contemporanea per eccellenza dove si misurano i grandi moti dell’animo: azzardo, bramosia, vertigine, senso di colpa, voglia di emergere e solitudine, il tutto all’interno della cornice perfetta di un gioco terribilmente reale. La cornice del mondo finanziario è però anche la più grande delle finzioni, e in quanto tale salva dai rischi più grandi cui ci espone l’esperienza reale: banalmente, se un broker schiacciando il pulsante “compra” vedesse palazzi fondersi e crollare, esseri umani torvarsi di colpo nudi e crudi senza un futuro, l’intero sistema finirebbe in una spirale di nevrosi, e solo la cornice finzionale permette che il mondo volatile della finanza continui in qualche modo a giocare le proprie mosse senza darsene troppo pensiero.

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