La politica senza qualità

Articolo pubblicato su La Repubblica. (Molto interessante l’analisi dell’interazione tra politica e media).

Due eventi politici hanno dominato l’ultima settimana di marzo. La sconfitta in Germania del partito di governo nel Land da sempre roccaforte della Cdu, ha suggellato la rapida uscita dal nucleare e appena due giorni prima il Consiglio di Sicurezza europeo decideva (tardivamente) di abbinare le misure per la stabilizzazione della moneta comune a un’iniziativa di coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri. Nel Baden-Württemberg, dopo quarant’anni di lotte, la società civile è riuscita a convertire una mentalità granitica, sulla quale finora le élite vicine al mondo industriale avevano potuto fare affidamento. Mentre a Bruxelles, dopo un anno di speculazioni sull’euro dietro a porte ben chiuse, si è varato un pacchetto di misure di «linee guida per la politica economica». La svolta nel campo della politica energetica rappresenta una cesura. Ma si può dire altrettanto per il cambiamento negoziato in un silenzio quasi totale tra esperti e tecnocrati, verso una maggior concertazione delle politiche che il Trattato europeo riserva alla competenza nazionale? Le crisi – finanziaria, del debitoe dell’euro- hanno fatto emergere in piena luce i difetti strutturali di una vasta area economico-monetaria priva degli strumenti per l’attuazione di una politica economica comune. I capi di governo sono giunti alla decisione di compilare, ciascuno per il proprio Paese, un catalogo di misure attinenti alle rispettive politiche finanziarie, economiche, sociali e salariali che di fatto sarebbero di competenza dei parlamenti nazionali (o delle parti sociali). Il carattere giuridicamente non vincolante di un’intesa intergovernativa preliminare che interferisce nelle competenze politiche dei singoli Stati e dei rispettivi parlamenti fa nascere un dilemma. Se i governi vorranno effettivamente coordinare come previsto le misure raccomandate, dovranno «procurarsi» al proprio interno la necessaria legittimazione, ricorrendo sia a pressioni soft esercitate dall’alto, sia a un adeguamento piùo meno volontario dal basso. Sotto questa cortina di fumoi parlamenti nazionali – e se del caso i sindacati – si sentono inevitabilmente ridotti al ruolo di semplici esecutori, chiamati a dare il loro assenso a decisioni prese altrove: un sospetto che non può non minare alla base ogni credibilità democratica. Fintanto che agli occhi dei cittadini dell’Ue i soli attori sulla scena europea sono i rispettivi governi, i processi decisionali rimangono per loro un gioco a somma zero, in cui vorrebbero veder prevalere la propria parte. Gli eroi nazionali sono contrapposti «agli altri», colpevoli di tutto ciò che il mostro di Bruxelles pretende di imporre o di chiedere a «noi». Il processo di unificazione europea, che fin dall’inizio è stato portato avanti passando sopra le teste dei cittadini, è finito oggi in un vicolo cieco, e non può proseguire senza passare dagli abituali metodi amministrativi a una gestione più partecipata. Ma i dirigenti politici preferiscono nascondere la testa nella sabbiae insistono nei loro progetti elitari, esautorando i cittadini europei. Per questo atteggiamento arrogante vorrei proporre alcune possibili spiegazioni. In Germania, la riunificazione nazionale ha determinato un cambio di mentalità, esteso anche alla percezione dell’identità nazionale e all’orientamento in politica estera, in senso fortemente autoreferenziale. Fin dagli anni ’90 si sta affermando sempre più la coscienza di un’identità tedesca vissuta come quella di una «media potenza», dotata di una forza militare e attiva sulla scena politica mondiale. Questa percezione sta soppiantando l’idea di Germania coltivata finora: quella di una potenza civile di segno moderato, che si sente chiamata innanzitutto a dare un contributo per regolare sul piano del diritto un sistema di concorrenza sfrenata tra gli Stati. Indubbiamente, oggi la politica in generale sembra degenerare verso una condizione che è quella della rinuncia a guardare al futuro con una volontà costruttiva. La crescente complessità delle materie da regolamentare costringe i politici a reazioni di breve respiro, entro spazi di manovra sempre più ristretti. Come se avessero fatta propria l’ottica disvelatrice della teoria dei sistemi, si attengono impudicamente al copione opportunistico di un pragmatismo del potere, guidato dalle rilevazioni demoscopiche e ormai svincolato da qualsiasi obbligo normativo. Alla base di tutto ciò si delinea un’idea della democrazia che il New York Times, dopo la rielezione di George W. Bush, ha bollato col termine di post-truth democracy. Nella misura in cui la politica condiziona tutto il suo agire all’imperativo di trovarsi in sintonia con gli umori del pubblico, rincorrendoli da un’elezione all’altra, la prassi democratica perde il suo significato. Il senso del voto democratico non è quello di fotografare la gamma delle opinioni quali si manifestano allo stato brado, bensì di riflettere il risultato di un processo pubblico di formazione dell’opinione. Il voto espresso nella cabina elettorale acquista il peso istituzionale di una compartecipazione democratica solo in relazione ad opinioni articolate pubblicamente, formatesi attraverso la comunicazione e lo scambio di informazioni, motivazioni e posizioni pertinenti ai singoli temi. I media non sono certo estranei alla deplorevole mutazione della politica. Se da un lato si inducono i politici a lasciarsi andare a esibizioni autoreferenziali di breve respiro, dall’altro i palinsesti subiscono il contagio della fretta che nasce dall’occasionalismo. Negli innumerevoli talk show, con i loro vivaci moderatori (e moderatrici) – sempre gli stessi – ammanniscono al pubblico un impasto di opinioni ridotte a una specie di poltiglia, tanto che anche l’ultimo dei telespettatori perde ogni speranza di trovare tra i temi politici qualche motivazione che conti veramente. Anche i media di maggior rilievo sono contaminati da un processo di crescente fusione tra le classi politica e mediatica – cosa di cui vanno addirittura fieri. Un esempio è lo sconcertante applauso che un giornale elitario e «liberale» come la Wochenzeitung ha tributato alla cancelliera per aver berlusconizzato, col sostegno dato a Guttenberg, la cultura politica del Land. Dunque, la riscoperta dello Stato nazionale tedesco, il dominio del breve termine in un mondo politico che procede senza bussola, e infine la fusione tra le classi politica e mediatica potrebbero spiegare l’incapacità di affrontare un grande progetto come quello dell’unificazione europea. Forse le motivazioni che al momento sembrano mancare possono generarsi solo dal basso, dalla stessa società civile. Ma un movimento sociale per l’Europa non è nell’aria. In passato i politici dei vari governi federali si potevano definire in base a prospettive verificabili. Dal 2005 i contorni si sono fatti sempre più confusi. Non si riesce più a riconoscere un obiettivo, a capire quale sia la posta in gioco, al di là del prossimo successo elettorale. I cittadini si rendono conto che questa politica svuotata di contenuti normativi li sta defraudando. E questo deficit si esprime da un lato nella disaffezione verso la politica organizzata, e dall’altro in una nuova contestazione di base. Ma forse per i partiti politici sarebbe ora di rimboccarsi le maniche e scendere in piazza a per l’unificazione europea. Non è con la rinuncia ai «grandi» progetti che si avvicinano le soluzioni. La comunità internazionale non può sottrarsi ai problemi del cambiamento climatico, ai rischi planetari del nucleare, alla necessità di imporre regole a un capitalismo finanziarizzato, al mancato rispetto dei diritti umani sul piano internazionale. A fronte dell’ordine di grandezza di questi problemi, quelli che abbiamo da risolvere nell’Unione europea appaiono quasi alla nostra portata.

Jurgen Habermas (Traduzione di Elisabetta Horvat)

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