Scriptamenent: “Ebbrezza” di Alberto Sonego

Ebbrezza

Mi districo dalla folla come una pavida serpe intimorita, ed
il mio sguardo luccica ancora di quella triste fiaba invernale,
ed il respiro tace. Oggi è giorno di festa, e tutti adagiati sui
loro scranni lievitano lentamente fino a mattina.
Anche voi siete lì, amici, ed anche voi ronzate attorno al
nettare violaceo facendo tesoro di ogni sua goccia, prodigandovi
a folleggiare gaudenti sulle terre friulane. Ma il mio gomito è
più possente di ogni tentata disinibizione, e toccando le costole
(come di cadaveri) rotolo sulla cima di quella collina ai margini
della quale voi celebrate i vostri bacchici culti. Tuttavia, non
di inorridite espressioni è deformato il mio volto stanotte, quanto
piuttosto dall’insistente ricordo di mesi passati in compagnia
di Venere, e la pioggia di grida amorose che tutt’attorno
crescono non aiuta il mio disperato pensiero. La notte, dicono,
è il tempo della giornata dedicato alla dea, che a lei appartiene
e di cui lei dispone, a suo piacimento. Ma Afrodite! Cos’ho
mai fatto per meritare questi affanni, e l’inestricabile frustrazione
d’aver perduto Amore? Su questo mare di stelle hai adagiato il
tuo petto stanco, ed ora Dioniso di te si fa beffe. Mi siedo tremante
sul prato, ed il mio occhio combacia con l’astro più luminoso, e
vedo il tuo volto nel tiepido cielo.
Più in basso continua la furia orgiastica, e i bicchieri sembrano
diventare d’un tratto otri d’orifizi e drappi, tanto che si confondono
i sessi, mescolandosi con le dense spume dell’alcool. Un urlo come
un tuono spezza l’inattesa leggiadria dei corpi, e la musica è tempesta,
i carmi d’eroiche imprese scivolano sui ritmi incalzanti di tamburi e chitarre,
e rimane soltanto l’elettrico folleggiare dei seguaci di Bacco. Dalle anfore
di metallo sgorga la frizzante bevanda, e sui tavoli e sul legno del soffitto
come a macchie si propaga la luce. Così i monti della Carnia lentamente
restituiscono la vita ai culti misterici, innaffiando di pazzia gli abeti e
i larici, e le rocce si smuovono risvegliandosi sotto i duri passi
delle melodie ancestrali. Dovunque, laggiù nella valle, le fatiche
si sono tramutate in risa, ed il vento accattone smuove i remi secchi
in allegri tintinnii come di natalizie atmosfere.
Io solo, qui sulla vetta, seduto attendo il volere di Venere, ed
abbandonandomi ad arcaiche litanie, sorseggio le ultime gocce
dell’azzurra bevanda, che a lungo mi ha illuso di poter riconquistare
il sogno. Ma è il nettare del mio sangue l’afrodisiaco più potente,
e tra quei volti marciti non riconosce né stirpe né genere umano.
Quante leggi ho infranto di quelle predicate da Alceo, e nemmeno
Orazio potrebbe ora avvicinarsi a me senza deridere il mio tormento.
“Bevi, bevi sulle sventure” mi direbbe Simonide…ma come potrei
abbandonare il mio corpo a quella terribile umiliazione dei sensi?
E d’istinto, pensando a queste cose, lancio il bicchiere dalla vetta,
e le gocce blu si disperdono nell’aria, ed arrivano fino ad Aquileia.
Dal basso intanto riemergono i ritmi abbaglianti della notte insonne,
e in una vibrazione disfano i suoni; sventrano dai pascoli all’Adriatico
le terre friulane, in un soffio. Ora sono genti diverse a confluire
in un unico bacio, ed ai piedi di Dioniso si riversa l’affetto libertino
manifestato nei bagni dei bar. Oh, ma come sgorga il rigetto degli
eccessi! Si colora di vomito un intero terrazzo (lo vedo, laggiù),
e parole come spade feriscono gli ignavi della vodka.
Il mio occhio mai sazio riprende a cercare Amore, tra le nuvole.
D’improvviso, il mio passo si mosse, e caddi disteso sul petto,
macchiato sul viso dal fango, ed un tonfo sordo, nel vuoto, condusse
ogni cosa ad un solo rumore. Alzandomi vidi, da lontano, le stelle
formulare due occhi di gemme, e le onde del mare danzare nel cielo
in una bionda aurora. Poi tutt’attorno le zolle di terra emersero
toccate quasi da divino spirito, ed ecco da queste risorgere le perfette
forme di Eros.
Furono dunque le mie preghiere esaudite?
Un tratto spontaneo, una testiera, un tempo finito.
Brancolando
nel buio mi feci strada nelle mie memorie, e fino mattina celebrai
le folli illusioni di Dioniso da solo, sul monte.

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