Referendum/opinioni: Ora serve un progetto forte

MARIO CALABRESI, http://www.lastampa.it

Questa lunga e imprevista primavera di cambiamento aveva fatto capolino già alla fine dell’inverno: era stata anticipata dalla mobilitazione delle donne, scese in piazza senza simboli di partito e in numeri stupefacenti, e sembrava aver avuto il suo apice con le amministrative e il voto dirompente di Milano e Napoli. Invece l’ultima sorpresa appare come la più forte e simbolica: più di 28 milioni di italiani sono tornati alle urne. Nonostante il disinteresse delle televisioni, gli inviti ad andare al mare, la volontà del governo di non accorpare il referendum con le amministrative e la scelta di una data a metà di giugno (a scuole addirittura chiuse) più del 56 per cento degli elettori è andato a votare contro il ritorno del nucleare, per mantenere l’acqua pubblica e per non dare a Berlusconi uno scudo giudiziario capace di rinviare i processi. Sono però convinto che non abbiano votato solo per questo, ma abbiano sfruttato l’ultima occasione possibile, prima delle vacanze, per mandare un altro messaggio forte e chiaro al governo. È evidente da settimane che il sentimento degli italiani è profondamente cambiato: prevalgono la stanchezza, la nausea, il fastidio per una politica che non ha nella sua agenda nessun tema che incrocia la vita dei cittadini e soprattutto il disincanto verso promesse che non sono mai state realizzate. La raccolta delle firme per abolire la legge che privatizzava l’acqua, cominciata più di un anno fa, venne accolta con un certo distacco e scetticismo. La Stampa diede spazio al raggiungimento delle firme, che furono quasi tre milioni, perché quel giorno ci rendemmo conto che pur senza aver avuto spazio in televisione e poca visibilità sui giornali, il tema stava a cuore a molti italiani, che volevano fosse ascoltata la loro voce. L’idea però che la maggioranza degli italiani sarebbe andata alle urne sembrava appartenere alla fantascienza: troppe volte negli ultimi anni il referendum era apparso un’arma spuntata, uno strumento stanco e snobbato dagli italiani. Invece la realtà è apparsa completamente diversa. La politica e anche i mezzi di comunicazione se ne sono accorti in grande ritardo perché i flussi di scontento e la voglia di cambiare hanno viaggiato velocissimi al di sotto dei radar tradizionali. La protesta ha usato mezzi non convenzionali: non si è affidata alle televisioni, ma ha scommesso su un mix di modernità e tradizione. Da un lato si è affidata alle nuove tecnologie e in particolar modo a Twitter e Facebook, dall’altro ha ricalcato le strade antiche del passaparola e dei banchetti allestiti in mezzo alla strada. Due settimane fa, dopo le amministrative, avevamo scritto che Silvio Berlusconi ha perso il suo fiuto magico, la capacità di intercettare e interpretare gli umori profondi degli italiani. Il voto di ieri, preceduto dal suo invito a non votare, ad andare al mare, significa che il suo scollamento dalla pancia e dal cuore del Paese è sempre più ampio. Non solo, da tempo appare svanita anche ogni prudenza: chiunque gli avrebbe consigliato di non ripercorrere gli esatti passi di Bettino Craxi del 1991. Allora il leader socialista si lanciò nel boicottaggio di un referendum che lo avrebbe travolto. Chiunque, se il Cavaliere solo ascoltasse ancora qualcuno, avrebbe potuto spiegargli che anche tra i suoi elettori regna il disincanto: battute, provocazioni, promesse iperboliche e accuse agli avversari scivolano via con l’ultimo notiziario e non fanno più breccia. Le parole del premier, un tempo capaci di incantare, si dissolvono in un attimo e lo rendono sempre più debole. E pensare che gli italiani non sembrano corsi alle urne per un tema come il legittimo impedimento, ma per l’acqua e il nucleare: lo hanno fatto pensando al futuro dei loro figli, lo hanno fatto perché, in tempi di precarietà e di incertezze, hanno rifiutato l’idea che anche l’acqua potesse diventare un bene privato e non più di tutti. Siamo in una fase di protesta in cui gli elettori, dove possono, smontano l’esistente e premiano tutto ciò che appare fuori dal sistema: non lo fanno solo i ragazzi o le frange estreme, ma anche i cittadini maturi che non sanno più come farsi ascoltare. Sbaglierebbe ora il governo se si ostinasse a sottovalutare questi segnali, se proseguisse con un programma di riforme che non parla dei bisogni di tutti noi ma solo di quelli di chi sta al potere. Sarebbe però un errore anche pensare che tutta questa voglia di cambiamento, questo immenso giacimento di energie, bastino da soli a cambiare il quadro politico: il 56 per cento degli italiani che ha votato al referendum è di sinistra, di centro e di destra e oggi non sente di avere una rappresentanza. Perché il cambiamento non si trasformi soltanto in una protesta continua, ma trovi uno sbocco costruttivo, avrebbe bisogno di un progetto forte, capace di coagulare. Un progetto di cui oggi fatichiamo ancora a riconoscere i contorni.

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