In Piazza Tahrir cinque mesi dopo: “Ci hanno rubato la rivoluzione”

Venerdì, il movimento che infiammò il mondo arabo vuole tornare a occupare il centro ma è sempre più diviso

Ormai succede spesso, non capisco davvero» commenta un guardiano del Museo Egizio, tradendo insofferenza per la rivoluzione permanente. Stavolta almeno la polizia non ha sparato lacrimogeni, ma il traffico tornato alla normalità non annulla le tende bruciate, le ambulanze, 47 feriti. I figli del 25 gennaio sono cresciuti in fretta nella Cairo post dittatura. A cinque mesi dalla cacciata di Mubarak la delusione per un cambiamento giudicato troppo lento ha sostituito l’euforia iniziale, e gli scontri di domenica sono l’estrema profanazione dell’un tempo esemplarmente pacifico palcoscenico di Tahrir.
Cosa resta della rivoluzione oltre alla frase del presidente americano Obama affissa all’aeroporto del Cairo, «Dobbiamo crescere i nostri figli come il giovane popolo egiziano»? Tra le mille voci dei protagonisti si perde l’unità corale del principio. «La gente ha recuperato fiducia, ma ora abbiamo paura che gli uomini di Mubarak tornino a controllare la politica» ammette l’ingegnere trentenne Ahmed Maher, leader del movimento 6 aprile. Per questo e per chiedere che i responsabili degli 846 morti della rivoluzione, a cominciare dall’ex ministro dell’interno El Adly, siano processati per direttissima, il popolo di Tahrir tornerà in piazza venerdì 8 luglio.
«L’idea è restare a oltranza, andarsene il 13 febbraio è stato un errore» rilancia il blogger Wael Abbas, certo che dopo la condanna a 3 anni di prigione dell’amico Maikel Nabil, reo d’aver criticato il Consiglio militare alla guida della transizione, la vita degli attivisti sia perfin più dura di prima. Chi resiste accampato tra le mummie e l’imperterrito cantiere del Nile Hilton, come l’avvocato ventinovenne dell’Unione Rivoluzione Egiziana Ismail Islam, predica perseveranza: «Poliziotti in borghese ci hanno aggredito anche domenica, ma se molliamo adesso abbiamo perso tutto». Eppure, nonostante Facebook, l’appello a serrare le file della piazza popolata oggi soprattutto da disoccupati diffidenti anche degli stranieri suona meno persuasivo di quando sul fronte avverso c’era un nemico unico e comune.
Le adesioni raccontano la difficoltà di volgere l’energia in progetto politico. «Io ci sarò, la violenza degli ultimi giorni è estranea al 25 gennaio, dobbiamo difendere il dialogo con l’esercito contro il sabotaggio dell’ex regime» afferma Tamer el Lesi, 33 anni, programmatore e liberale. Nei caffè intorno a Tahrir e nel fast food Arzak al Qawther cresce il dibattito. L’ingegnere ventisettenne Khaled Said, elettore di sinistra, è ottimista: «È il momento dell’escalation: le riforme tardano, il processo del 3 agosto a Mubarak è finto, l’esercito, interessato ai propri rapporti con l’America e Israele, si è alleati con i più potenti, i Fratelli Musulmani».

Tante paure quante le sigle che le esprimono. Così Nihad Abul Komsan, direttrice del Centro egiziano per i diritti delle donne, un edificio vicino all’ospedale militare in cui morì Sadat nel quartiere di Maadi, ammette di non aver deciso: «Non sono delusa, bisogna ridurre le aspettative, attenderò giovedì per vedere cosa farà il Consiglio che di solito concede qualcosa in extremis, come quando ha sciolto i consigli locali controllati al 90% dall’Ndp, il partito di Mubarak». La confusione è grande sotto il cielo, ma non è detto che la situazione sia eccellente. «E’ probabile che l’8 luglio i socialisti ci siano ma con le proprie richieste, la soluzione non è stare in piazza con tante voci mentre la nuova finanziaria ricalca quelle di Mubarak destinando alla salute e all’istruzione solo il 4% e mantenendo le pensioni minime a 500 pound (50 euro)» osserva il giornalista ventisettenne Mustafa Mohi, membro del partito dei lavoratori.
La rivoluzione ha galvanizzato gli operai che in sei mesi hanno organizzato 158 scioperi e 259 proteste. Ma i 300 mila posti persi in 4 anni gravano sulla disoccupazione balzata all’11,9%, di cui il 40% composto da under 25 e laureati. «L’economia è vitale, prima si vota meglio è» nota l’imprenditore tessile Ala Arafaa. Da gennaio il mercato si è contratto del 7% e il turismo del 46%. Cambia poco che la World Bank abbia promesso un miliardo di dollari per il rientro dei capitali stranieri. Secondo Hani Tawfik, presidente degli investitori internazionali, la querelle sulle elezioni prima della Costituzione o viceversa è sterile: «Urge un parlamento perché solo un governo popolare può fare scelte impopolari. Il 75% dell’economia egiziana dipende dai privati e neppure i Fratelli Musulmani possono ignorarlo».
I Fratelli Musulmani, già. I più pragmatici al momento. Mentre piazza Tahrir paga la perdita dell’innocenza col disinganno, gli antichi nemici del regime si sono ripuliti e contano sul verdetto positivo delle urne. «L’attenzione Usa nei nostri confronti è un riconoscimento» dice Mohammad Gozlan dai piani alti del neopartito Giustiza e Libertà, dove lo sdoganamento internazionale va di pari passo con l’istituzionalizzazione. Secondo il collega Khairat al Shalter, una volta stabilito il parlamento «ci saranno 8 anni di transizione seguiti da trent’anni di ricostruzione». I giovani del 25 gennaio dubitano sempre più dell’alleanza tacita tra i signori delle moschee e i militari. La frattura tra la vecchia generazione della Fratellanza e la giovane, legata alla piazza, testimonia una crisi.
Il farmacista quarantenne Ahmad Rami la minimizza glissando però sull’8 luglio: «Purtroppo faccio parte del sindacato farmacisti e quel giorno sarò altrove». Ma Mohammad Abbas, giornalista, 27 anni, ci sarà: «C’è divergenza di punti di vista, alla fine i grandi sapranno inglobare le nostre idee». Il calendario incalza. Le elezioni parlamentari sono previste per settembre, al termine di quel Ramadan che Nihad Abul Komsan teme favorisca la propaganda dei partiti religiosi, Fratelli Musulmani e salafiti. Sebbene Il Cairo brulichi di seminari sulla democrazia, i ragazzi di piazza Tahrir rivendicano ancora come una forza che il movimento sia privo di leadership.

Guai a parlar loro di formare un partito. «Sarebbe come tradire il popolo, meglio insistere nel premere sul Consiglio per una perestrojka sul modello russo» insiste la militante ventottenne Rasha Azab. L’esercito supervisiona, sospettato ora di doppiogiochismo da alcuni e considerato ancora un garante da altri, come nota il direttore del giornale copto Watani Youssef Sidhom: «Islamisti e caos fan paura a tutti, ma i militari vigilano sulla democrazia». L’8 luglio a Tahrir la rivoluzione mostrerà la giovinezza: alla maturità per ora pensa l’antico paladino dei diritti Saad Eddin Ibrahim che con il suo Centro Ibn Khaldoun sta formando 15 mila giovani osservatori elettorali chiedendo a ciascuno di far da trainer ad altri due per le presidenziali. E così via di voto in voto. «Alla fine del 2012 vorremmo avere un milione di testimonial della democrazia» spiega Ibrahim. Il fumo degli scontri di piazza Tahrir vela il tramonto, il sole brilla rosso ma il tempo stringe.

FRANCESCA PACI, http://www.lastampa.it

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