La verità che non vediamo

I giornali si chiamano così perché durano solo un giorno. Leggendoli ieri, abbiamo pensato che l’Occidente fosse di nuovo sotto attacco da parte del terrorismo islamico mediorientale, suo acerrimo nemico esterno dell’ultimo decennio. Leggendoli oggi scopriamo, invece, che a colpire l’Occidente, devastando il centro di Oslo, è stato l’Occidente stesso, maleficamente incarnatosi in Anders Behring Breivik, giovane, alto, biondo, appassionato di caccia, videogiochi di guerra e di John Stuart Mill, single, cristiano fondamentalista e conservatore per sua stessa definizione, fanatico, xenofobo e stragista per tragica deduzione. Ieri, dunque, a colpirci pareva esser stato l’islamismo, oggi, soltanto ventiquattro ore dopo, appare certo sia stato invece l’antislamismo. Ieri l’arabo musulmano basso, olivastro e segaligno, oggi il bianco caucasico massiccio e imponente. Ieri il nemico esterno, oggi quello interno. E domani? Chi ci colpirà domani? La risposta dipende molto dalle forme che vanno assumendo le nostre paure. Come si è potuti passare, nel volgere di una notte e di un mattino, dalla fuorviante quasi certezza riguardo alla matrice qaedista – «Era naturale che sarebbero arrivati fino a qui», dichiarava ieri, riferendosi a fantomatici terroristi islamici, Stale Ulriksen, capo di un’agenzia governativa per la sicurezza – alla agghiacciante smentita? Che cosa significa il fatto che, da molto tempo a questa parte, ogni volta che udiamo un’esplosione ci voltiamo istintivamente verso Oriente come il fedele che si rivolga alla Mecca? Quale avvenire riserva il destino a un popolo che cerchi sempre e ossessivamente l’origine del male oltre i propri confini? Dove ha condotto e dove condurrà l’Occidente la paranoia mediorientale? Saranno oramai dieci anni a settembre che viviamo sotto l’oppressione di una muta da panico. Nelle prime pagine del romanzo di Marcel Beyer, «Le forme originarie della paura», si suggerisce un paragone etologico per la paura umana: spesso i cardellini, quando odono uno sparo, anche se non colpiti lasciano cadere cospicui ciuffi di penne imitando gli effetti della ferita. Qualunque sia la provenienza, la traiettoria e la destinazione del proiettile, la loro risposta è sempre la stessa: il trauma, la ferita. Talora, sebbene incolumi, non sopravvivono alla muta. Ecco, noi negli ultimi dieci anni abbiamo vissuto proprio così: cardellini scossi da ripetute mute da panico. Ogni volta che è risuonato uno sparo nel cielo, la psiche collettiva ha risposto con il trauma da attacco terroristico mediorientale. Il nemico esterno, straniero, estraneo, ci stava dando la caccia. Non abbiamo sempre reagito così in passato. Tutti gli Anni 50 e 60 sono stati dominati da questa stessa forma di paura esternalizzante. Il mondo suddiviso in blocchi induceva a proiettare ogni male sul nemico comunista esterno, applicando il paradigma proiezione-esclusione (tutto il male viene da fuori, nessuno deve venire da fuori) e paventando l’invasione (da qui anche la fortuna della fantascienza). Ma già a cominciare dai ’70 quel paradigma è stato scalzato da quello del «nemico in casa». I feroci comunisti oramai crescevano nelle nostre dimore, erano i nostri figli ideologicamente traviati, i terroristi nostrani. Di questo passo la paura si «internalizzava». Tramontato il terrorista autoctono, a subentrargli nell’immaginario del terrore furono altri nemici interni: i serial killer psicopatici alienati dalla vita metropolitana iperconsumista (oppure ancora i nostri figli adolescenti alienati da quella stessa vita ma in cerca della nostra eredità). La vergognosa menzogna con cui la destra spagnola cercò di strumentalizzare le stragi di Atocha attribuendole all’Eta segnò l’ultima occasione in cui si cercò di riesumare il paradigma introiezione-eliminazione a discapito di quello proiezione-esclusione. Non funzionò. La mossa fallì anche perché cadeva nel pieno di un decennio tutto consacrato al «nemico esterno». La reazione psico-mediatica all’attentato di Oslo ci dice che, purtroppo, non siamo ancora usciti da quel decennio. E allora torna l’interrogativo di prima: che effetti sta producendo sulla nostra comunità il perdurare di questa forma di paura? L’effetto principale va ricercato nella rimozione di una verità inconfessabile che il paradigma proiezione-esclusione porta sempre con sé. A volte questa rimozione si spinge fino alla denegazione: la verità è lì, davanti agli occhi di tutti, eppure ci si ostina a non vederla. In questo caso, la verità denegata è che buona parte del sentimento e del pensiero reazionario della destra europea – soprattutto quella nordica ma non solo – è fortemente tentato da una deriva violenta, xenofoba e razzista. E’ questo il nemico interno occultato e alimentato dal fantasma del nemico esterno. Diciamolo chiaramente: la guerra tra le razze, che afflisse la parte centrale della storia europea del XX secolo, si affaccia di nuovo all’orizzonte del XXI. Lo spettro del neonazismo si aggira ancora per l’Europa.

http://www.lastampa.it

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