Generazione TQ: la ribellione dei Giovani Holden

Andare oltre la linea d’ombra, con l’ovvio riferimento a Joseph Conrad, era stata la prima parola d’ordine, quando un gruppo di scrittori, critici, professori si era riunito a Roma nella libreria Laterza. Era il 29 aprile scorso. Da allora Generazione TQ, dove la sigla sta per trenta-quaranta e individua l’età dei partecipanti, ha cominciato a far parlare di sé. Si sono trovati in un centinaio, si sono divisi, hanno discusso, e alla fine, in cinquanta, hanno lanciato il loro manifesto, nello stile delle avanguardie novecentesche. Marinetti pubblicò a proprie spese sul Figaro il primo manifesto del Futurismo. Il Gruppo ‘63 (con Eco, Guglielmi, Balestrini) cui la nuova creatura è stata spesso avvicinata, confluì a Palermo in vagone letto, come si sottolineò all’epoca non del tutto benevolmente. I TQ hanno avuto meno problemi grazie a Internet. Sul sitogenerazionetq.wordpress.com. il loro programma è già tradotto in varie lingue, mentre si raccolgono nuove adesioni e si varano gruppi di lavoro sui temi della cultura. Il loro impegno è «contrastare i deserti e le derive che il consumismo e il capitalismo hanno prodotto nel campo della cultura». Non si sentono un’avanguardia letteraria o artistica che propugni una sua poetica, ma un gruppo, forse un movimento, di politica culturale o di politica tout-court. Con un riferimento generazionale perché la loro è una reazione «a questo stato di cose e all’esclusione di almeno due generazioni di italiani dalla vita politica e produttiva». Come è sempre accaduto nella storia dei movimenti culturali, si sono divisi presto. Ad aprile erano stati Alessandro Grazioli (della casa editrice Minimum Fax), gli scrittori Nicola Lagioia, Giorgio Vasta e Mario Desiati e il linguista Giuseppe Antonelli a brandire Conrad. Alla prima riunione c’era, ad esempio, anche Antonio Scurati. Adesso Desiati si è defilato, e Antonelli ha pubblicato una lettera in cui motiva il suo allontanamento dalle posizioni del manifesto ufficiale. «Denunciare, nel documento sull’editoria, “i deserti e le derive che il consumismo e il capitalismo hanno prodotto” – scrive – significa da un lato dimenticare che altrove altri sistemi non capitalisti hanno prodotto e producono censura e controllo su tutto ciò che viene scritto e pubblicato; dall’altro che la colpa difficilmente può essere attribuita al capitalismo in sé». C’è un problema di identità politica. Il nuovo gruppo era stato molto criticato da chi già aveva manifestato contrarietà alle recente legge sul prezzo dei libri e sullo sconto massimo praticabile, e associato sul Giornale , come ha fatto Alberto Mingardi dell’Istituto Bruno Leoni, a una «ondata illiberale». E TQ fa riferimento in questo campo agli scritti di André Schiffrin, fiero avversario dell’editoria commerciale. Tra le proposte, avanza con decisione quella di far valere la «qualità». Ma come? Vincenzo Ostuni, poeta e editor di Ponte alle Grazie e tra i primi propugnatori, conferma che «non si parla di estetica ma di politica», e che TQ «per il momento è un gruppo di lavoratori della conoscenza, che però si apre ad altre categorie, per cercare di cambiare qualcosa nelle politiche culturali del nostro Paese». Sottolinea che non esiste una poetica comune: «Una cosa è ragionare sulle poetiche, un’altra giudicare della qualità». E’ questo il collante che tiene insieme storie ed esperienze diverse. Ma chi decide sulla qualità? «Tanti lo fanno, pensi anche solo alle giurie dei premi letterari. Noi ad esempio guardiamo al modello norvegese, dove lo Stato ogni anno compera un certo quantitativo di copie e le distribuisce nelle biblioteche, sulla base di un giudizio di qualità». Ora, aggiunge, i gruppi di lavoro devono elaborare analisi e in prospettiva anche proposte di legge. Il programma è ambizioso, e intanto ha come prossima tappa la presentazione di un documento sulla scuola, a settembre. Sarà a Firenze, e per allora i numeri dovrebbe salire. «La nostra generazione porta su di sé, per la prima volta, il fardello di mutamenti storici che riguardano tutti, e in particolare i più giovani», dice ancora il loro manifesto. Una generazione precaria, emarginata. Sicuri? Molti TQ sono ben noti. A parte Vasta e Lagioia, fra gli scrittori italiani più seguiti dalla critica, basta scorrere l’elenco dei primi aderenti per trovare personaggi come Andrea Bajani, Mattia Carratello, Andrea Cortellessa, Gabriele Pedullà. Scrittori, editor, docenti noti. «Alcuni i sono più affermati – ribatte Ostuni – ma dal punto di vista lavorativo si è “precari di lusso”. Anche chi ha successo è sociologicamente imparentabile ai coetanei precari». Oggi TQ è a quota 55 firmatari, con 250 richieste di adesione. Bastano per dire che è nata una «nuova cosa», o si tratta di un’entusiasta notte di mezza estate, una rivolta dei giovani Holden? I pareri sono discordi; il mondo della letteratura è piccolo, ci si conosce tutti; si dosano silenzi e polemiche. Un italianista come Massimo Onofri, che potrebbe rientrare nella «generazione», è tuttavia piuttosto severo. «Ci sono fior di talenti, e molti ben inseriti nelle istituzioni; ma definire puerile il loro programma è persino eufemistico. Stiamo parlando di letteratura o di altro? Se di letteratura si tratta, la fanno gli individui, non i gruppi. Se invece non si discute di questo, a che cosa ci troviamo di fronte? Un pensatoio, un partito politico? In tal caso un dato biologico diventa un dato politico, e non mi pare convincente». La conclusione è affidata maliziosamente a Benedetto Croce. Quando disse che i giovani hanno un solo dovere: invecchiare.

http://www.lastampa.it

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