Gli scrittori possono essere amici

Da poco più di un anno sono stato catapultato nel mondo dei libri non solo da fruitore (in quanto lettore) e mediatore (in quanto insegnante), ma da scrittore. Questo mi ha portato a vedere con maggiore chiarezza le luci e le ombre che ci sono in ogni settore professionale: cattiverie, invidie, sotterfugi da un lato. Stima, amicizie, condivisione dell’altro. Duro a morire tra il pubblico è il mito romantico dello scrittore eroe solitario, che si chiude nella sua stanza e, lontano da un mondo che sottilmente disprezza, crea e concepisce messaggi salvifici per i poveri illetterati. Lo scrittore è vero scrittore, oggi più che mai, se è inserito in una comunità che, a cerchi concentrici, va dal radicamento primario nel suo luogo d’origine alla comunità i cui confini geografici sono la carne e le ossa delle persone che stanno dentro quel pezzo di mondo: gli altri scrittori e i lettori. Senza queste relazioni lo scrittore è perso nelle sue fantasmagorie. Se non avessi la scuola, con le relazioni spesso burrascose con famiglie e alunni, non avrei nessuno sguardo sul mondo. La realtà penetra nel cuore solo attraverso un limite, l’ambito ristretto e concretissimo che ci è dato guardare ogni giorno. Il ruscello canta solo quando trova un ostacolo, dice il saggio orientale, e credo valga anche per chi canta con le parole. Ma spesso la «comunità» degli scrittori invece di cantare strilla, simile ad un pollaio in cui ci si fa la guerra a colpi di invidie e maldicenze, dettate da un «celolunghismo» molto in voga di questi tempi. Il capo di una nota casa editrice italiana dopo avermi ascoltato durante un festival letterario mi ha detto: «Pensavo che tu fossi finto, una creazione della Mondadori, credevo che non fosse vero che insegnassi». Un amico mi ha raccontato che un altro scrittore, cordiale nei rapporti a tu per tu con me, in mia assenza dice peste e corna. In mia assenza possono anche bastonarmi, ma non è di questo piccolezze che voglio parlare, ma di ciò che resta: le amicizie. Puskin un giorno incontrò Gogol e gli confidò di aver avuto una grande idea per un romanzo, ma quel soggetto non era nella sue corde e nel suo stile e aveva quindi deciso di regalare l’idea all’amico. Così è nato quel capolavoro di ironia noto come «Le anime morte». Dono di uno scrittore ad un altro, suo amico, e attraverso di lui al mondo intero. Mi piace poter cominciare a pensare alla comunità degli scrittori in questi termini. Non nemici di vendite, di classifiche, di premi più o meno finti, ma amici con i quali condurre, ciascuno con i propri mezzi, la ricerca della bellezza. Io ne ho incontrati alcuni. Sono diventato amico di Silvia Avallone, donna autentica. I quotidiani ci hanno messo l’uno contro l’altro armati. Mi sembrava quasi di conoscerla tanto eravamo vicini nelle foto e negli articoli sulle pagine dei giornali. Quando ci siamo conosciuti veramente è stato un ri-conoscersi, ma le maschere che la carta stampata aveva costruito per noi sono cadute subito. Abbiamo affrontato insieme incontri a due voci, durante i quali si è creato un clima più unico che raro. Ogni tanto ci telefoniamo, ci aggiorniamo sui rispettivi obiettivi e progetti, paure e sconfitte. Sono diventato amico di Fabio Genovesi, dotato di rara gentilezza. Ci siamo trovati in sintonia, come capita tra persone che si parlano davvero, ci sentiamo e scriviamo periodicamente per condividere interessi molto diversi: lui traduce gli scrittori americani del sud e io il latino e il greco per i miei alunni, lui ama la pesca, e io non la sopporto. Ma cosa ne sarebbe di noi se non avessimo e condividessimo queste passioni così forti come punto di leva per guardare il mondo, e magari un po’ anche sollevarlo? Ho fatto amicizia con Michela Murgia (meglio averla amica), donna di incandescente schiettezza. Durante un premio nel quale eravamo coinvolti, mi ha simpaticamente difeso da un presentatore al quale avevo osato dire che non sopporto le domande che non sono domande. Insomma avevo detto la verità e mi ero reso antipatico, e lei mi è venuta dietro, non perché sia antipatica, ma perché ama la verità come me, o almeno come me la cerca. Ho conosciuto Christian Frascella, provvisto di una qualità rara tra gli scrittori: il senso dell’umorismo, cioè della realtà. Ad un intervistatore che in modo saccente gli chiedeva perché nei suoi libri parla sempre di giovani ha risposto: «Perché non mi piacciono gli adulti, compresi lei e me». Qualche giorno fa mi ha detto che apprezza quello che faccio con e per i ragazzi e mi ha chiesto di leggere in anteprima il suo romanzo di prossima uscita, dal momento che parla di scuola. L’ho ritenuto un privilegio e un dono. Vi ho parlato di una fascia di scrittori dai 30 ai 40 anni, consapevole che, in questa congiuntura storica, il fare rete è qualcosa di più profondo di connettersi a Internet, che le relazioni sono più importanti dei principi e delle partigianerie, delle copie vendute e dei premi. Non propongo un insipido irenismo, perché spesso non sono d’accordo con le idee di questi colleghi e amici, ma l’inserire il dibattito culturale all’interno di una cosa più grande che si chiama vita, che è fatta di relazioni tra persone che cercano il meglio per la propria opera e per i lettori. Poco mi importa di vincere su di loro a colpi di premi e classifiche, a me interessa avere amici. Di vita ne ho una sola e non è certo il numero di copie vendute che me la riempie, ma i miei alunni, i miei amori, le mie amicizie. Diceva D.F. Wallace che la grande arte «ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece che quella che vuole soltanto essere amata». Mi sembra che in questi mesi l’avventura legata al mio libro mi abbia fatto toccare dentro e fuori di me queste due dimensioni: da un lato la narcisistica ricerca di consenso, che porta a farsi la guerra, a parlar male degli altri senza conoscerli, dall’altro la più difficile arte del conoscere e stimare le persone che scrivono. Il primo atteggiamento è facile ed è una prigione, il secondo è difficile ma costruttivo per la propria vita, per i lettori e per i propri libri. Quando ho scelto il primo ho perso, il mio cuore si è rabbuiato e appesantito, quando ho scelto il secondo ho sempre trovato compagni di viaggio e la gioia liberante di pensare ciò che pensano gli uni degli altri gli amici: «Che bravo, che brava! Porterà un po’ di bellezza al cuore dei lettori». E Dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno.
Alessandro D’Avenia, http://www.lastampa.it
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