Il Carlo Magno rubato nella guerra dei filologi

Il manoscritto scomparve dalla Biblioteca del British Museum alle 5 del pomeriggio del sabato 7 luglio 1879: e da allora non se n’è trovata più traccia. Ciò che rende però questa vicenda diversa da tutte le altre, è che si trattava di un manoscritto molto particolare. Catalogato come Royal 16 E VIII, conteneva vari testi rilegati insieme. Uno però lo rendeva unico e preziosissimo, non solo dal punto di vista della filologia e del collezionismo, ma soprattutto per l’orgoglio nazionale francese, messo a durissima prova pochi anni prima dall’umiliante sconfitta di Napoleone III, da Parigi assediata dai prussiani, dalla perdita dell’Alsazia e della Lorena. Si trattava di un poema eroicomico anglo-normanno, datato intorno alla seconda metà del XIII secolo, il cui protagonista era Carlo Magno. Il Voyage de Charlemagne à Jérusalem et à Constantinople era considerato il più antico monumento della letteratura francese. Il primo vagito di una cultura, l’atto di nascita intorno a cui stavano lavorano alacremente studiosi al di qua e al di là del Reno da quando nel 1836 a Londra un francese, Francisque Michel, ne aveva pubblicato una prima edizione, in inglese. I tedeschi, fieri della loro supremazia mondiale nel campo filologico, decisero che era cosa loro. La posta in gioco era realizzare per primi l’edizione critica, insomma trascriverlo accuratamente dopo averlo esaminato in tutte le sue implicazioni storiche e filologiche. A Parigi il disastro della guerra del ’70, con la disastrosa sconfitta di Napoleone III, aveva fatto perdere un mucchio di tempo; Berlino stava invece facendo passi da gigante e, quel che è peggio, proprio su testi che i francesi consideravano sacri alla Patria. In questo clima teso e un poco torbido, la scomparsa di quel manoscritto che da secoli stava tranquillamente al riparo in una sorta di territorio neutro dove tutti potevano studiarlo suonò come una gravissima provocazione. Sembrava anzi che i prussiani lo avessero aggiunto, con qualche ritardo, al loro già ricchissimo bottino di guerra. E non c’erano più armate con cui replicare. Non era affatto normale che i manoscritti svanissero nel nulla: dal 1823, quando i tesori della King’s Collection vennero trasferiti al British Museum, non era mai accaduto (ci fu un furto solo nel 1948, ma questa è un’altra storia). E soprattutto, era terribilmente sospetto che l’ultimo a consultare il Voyage de Charlemagne fosse stato un cittadino tedesco, che insegnava in Inghilterra. Non era nemmeno un filologo, semmai un professore di letteratura. Nei registri del British Museum figura come «signor Rothe». Consultò l’opera per l’ultima volta il 7 giugno, tornò il 9 per chiederla ancora, e a quel punto gli addetti si accorsero che non c’era più. Ma chi era questo signor Rothe, che peraltro non fu esplicitamente accusato di nulla? Gli specialisti se lo sono chiesti a lungo, e qualche anno fa un filologa svizzera, Carla Rossi, è riuscita a dargli un’intera biografia in un libro pubblicato da Salerno nel 2005 che si intitola appunto Il manoscritto perduto del Voyage de Charlemagne . Si chiamava August Leopold Rothe, era nato nel 1852 e aveva frequentato l’Università di Halle. Nel ’75, a ventitré anni, aveva traversato la Manica per insegnare tedesco in uno storico college dell’Inghilterra, la Charterhouse School. Perché tanto interesse per il manoscritto di Carlo Magno? La domanda rimane senza risposta, a meno di ipotizzare che Rothe lavorasse per qualcuno. Carla Rossi sottolinea che «è impossibile non interrogarsi sul perché un insegnante liceale di lingue moderne… abbia consultato il codice Royal», visto che studiò sì filologia romanza, ma non pubblicò mai nulla in questo ambito. E tuttavia «frequentò la sala di lettura del British Museum più di quanto non avesse frequentato l’Università». Ma se è stato lui a sottrarlo, come ha fatto? La scena del presunto crimine venne ricostruita nei particolari, ad opera degli zelanti funzionari del British. Va detto che in quel periodo le misure di sicurezza erano minime, se non assenti. I manoscritti venivano portati al tavolo di chi ne faceva richiesta direttamente dagli impiegati del Manuscript Department, per poi essere riconsegnati dai lettori agli impiegati del banco centrale, che rendevano le cedole, come ricevuta. Così fece anche Rothe, la sera del 7 giugno. Aveva preso anche tre libri a stampa, e quando l’impiegata addetta al ritiro gli chiese del codice manoscritto, lui batté con la mano sulla copertina di quello che forse era il Voyage . O forse no? L’ipotesi che il codice fosse stato infilato in una collocazione sbagliata è stata a lungo coltivata, ma smentita per sempre nel 1999, quando tutta la biblioteca del British Museum venne riordinata e trasferita nella nuova struttura della British Library a St. Pancras. Qualcuno ha davvero rubato il Charlemagne. Ma chi? Non c’era solo Rothe, in quegli anni. C’erano parecchi filologi francesi, tra cui Gaston Paris, il più autorevole di tutti, e altri tedeschi. L’ambizione era arrivare per primi all’edizione critica. In un tempo in cui non esistevano fotocopie e microfilm, i manoscritti andavano copiati, cercando il più possibile di imitare la scrittura originale, capilettera compresi. Era un lavoro da amanuensi, estenuante, interminabile. Due giovani studiosi, Robert Reinsch e John Koch, lo stavano facendo ciascuno per proprio conto. O quasi. Il primo apparentemente lavorava per sé (e i suoi studi non ebbero mai troppa fortuna); il secondo per il re dei filologi tedeschi, Eduard Koschwitz, che da anni pur senza muoversi dalla Germania preparava l’edizione critica del Charlemagne sulla base delle trascrizioni di Koch. Nel 1879 tutti questi fili si intrecciarono in un nodo inestricabile: Rothe perse il lavoro, Reinsch e Koch smisero di frequentare la biblioteca, ed Eduard Koschwitz, a fine anno, pubblicò trionfalmente la sua edizione di un poema, che in mancanza dell’originale era diventata incontestabile. Ancora una volta, la Prussia aveva umiliato Parigi. Nell’estate del ’90 Robert Reinsch venne assassinato, secondo il rapporto di polizia per rapina, mentre si trovava sull’isola di Creta.

L’articolo completo e gli approfondimenti sono disponibili all’indirizzo: http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/415382/

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