Scriptamanent: Marcello De Blasio

Nel buio del sonno, in un sogno dimenticato, penso al buio del cielo. Penso al buio e al silenzio, a quel silenzio degli abissi del cosmo, che tacciono come di dovere all’essere. Possiamo noi parlare del silenzio? Possiamo scriverne? E’ così vero che ci sentiamo a casa solo dove sentiamo le dolci voci familiari, cerchiamo per gran parte della nostra esistenza il rumore, il chiasso, il perpetuo fracasso dei centri città e soffriamo la pesantezza dei rumori soffocati, delle voci spezzate, scappiamo dalla radura nera e fredda del silenzio e quando in essa camminiamo, a tutti i costi roteano discorsi nella nostra mente, dialoghiamo con noi stessi, dentro noi stessi e talvolta fuori di noi stessi pur di evitare la compagnia del muto. Il silente respirare dell’oceano è stato dimenticato dalle grida delle città. Quella nostalgia che la vita ci lascia quando tace, quando tutto ciò che portiamo con noi sono solo i ricordi dei rumori scomparsi, non può che richiamarmi alla mente le parole di Novalis, così profonde nel recitare che “la filosofia è propriamente nostalgia, un impulso a sentirsi a casa propria ovunque”.

Nel buio del sonno scorgo ora un’immagine, dove mi trovo a passeggio per il centro di una grande città: qui le persone schiamazzano come grilli, componendo concerti di versi confusi, il rumore gracchiante dei motori delle auto diviene certo più comune di quello del vento. Passi veloci di chi corre al lavoro, porte che sbattono, clacson che spronano a sbrigarsi, telefoni che squillano, risate da un lato, toni forti dall’altro: così il mondo appare, più un incrocio di rumori che di strade, dove si ascolta tutto contemporaneamente ma dove nulla viene compreso. La velocità, il rumore e l’irrequietezza a scapito del silenzio, del buio e del respiro. Ecco che però tutto inizia ad affievolirsi, la folla si fa sempre più silenziosa benché regni il caos: un caos che ora tace. Ai miei occhi la strada si fa sempre più fosca, le persone sempre più piccole, mi innalzo lentamente e sempre più velocemente corro lontano dalla Terra e ad ogni istante e ad ogni metro in più verso l’aperto tutto diviene sempre più silenzioso. Eccola la dimensione del mondo: fuori dall’orbita posso ora vedere il nostro pianeta, così confusionario e così taciturno. L’umanità non è nulla più di un grosso formicaio, dove tanti animaletti neri corrono ora qua, ora là, invadendo questo piccolo corpo celeste che chiamiamo Terra. Ed ecco che sento il silenzio. E tutto ora si fa sempre più lontano e più buio, quanto più tutto è vero nel cosmo e il mio pianeta è sempre più piccolo e si perde stella dopo stella nell’abisso del reale, comete crollano rapidamente dietro ad esso e galassie e nebulose e fuochi e mari di corpi celesti ora mi separano sempre più, dalla mia terra. Quella mia terra, che pensavo fosse la culla della vera vita, dove la vera vita e il vero calore erano attorniati da voci e rumori, e nulla pensavo al di fuori della parola e del suono e nemmeno osavo pensare al mero silenzio, ora al mero silenzio attingo e solo esso scopro esser padrone dell’essere. Allora pensai: non tanto l’infinità dell’universo ci spaventa, quanto piuttosto il suo silenzio. E poi mi svegliai.

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