Il sogno di Keplero

“Una certa notte – ritiratomi a letto dopo aver contemplato la Luna e le stelle – mi addormentai profondamente e nel sonno immaginai di leggere con attenzione un libro preso alla fiera, di cui questo era il tenore.” (cit. Johannes Kepler)

Questo è l’inizio del viaggio verso Levania dell’astronomo tedesco, un viaggio colmo del desiderio di conoscere la Luna, la sfera che illumina la notte di un bagliore quasi magico.

In un tempo in cui libertà di pensiero e di parola sono due realtà lontane migliaia di anni luce, Keplero vuole convincere gli scettici che il nostro pianeta si muove.

Il cuore di questo capolavoro risale al 1593, quando il giovane studente scrive un saggio, intitolato Astronomia lunare, immaginando come sarebbe la volta celeste osservata dalla Luna.

È quindi un’opera ardita, destinata a scontrarsi con i dogmi della chiesa, difesi tenacemente e con ogni mezzo dalla Santa Inquisizione.

Durante tutta la vicenda sono presenti dati autobiografici ed è interessante cogliere nel protagonista Duracoto l’alter – ego di Keplero.

Duracoto è un giovane nato in Islanda, “ terra di ghiaccio”, abitata da gente rozza e ignorante a causa dell’isolamento geografico. Il padre è sconosciuto e la madre, Fiolxhilde, vende al porto sacchettini di erbe essiccate in cambio del cibo e parla con la Luna.

La fortuna vuole che Duracoto sia così maldestro da rompere uno dei “sacchetti dei venti”, rivelando le arti magiche della madre, costretta a malincuore a venderlo a un timoniere.

L’avventura del giovane inizia in Danimarca, grazie all’incontro dell’astronomo Tycho Brahe, avido di conoscere i segreti dell’Universo tanto quanto lo sarà Duracoto.

I due trascorrono le notti a guardare il cielo e le stelle con “mirabili congegni”, e le conoscenze acquisite suscitano in lui un grande desiderio di tornare in patria per elevarsi a una carica di qualche rilievo tra la sua gente.

Tornato in Islanda mette fine al rimorso della madre e confronta con lei il suo sapere.

“Ci eravamo appena avvolti il capo con le vesti, quando ecco levarsi all’improvviso il raschio di una voce balbuziente e rauca, che subito cominciò a parlare in questo modo, ma in lingua islandese.”

Con una serie di riti Fiolxhilde evoca il demone di Levania, che descrive il suo mondo in termini fantascientifici, suscitando brividi di stupore per l’estrema modernità delle rappresentazioni.

Raggiungere la Luna è un’impresa che risulta molto semplice per i demoni, ma che al contrario richiede molto impegno agli uomini.

È un viaggio che non può durare più del tempo di un’eclissi lunare centrale, ovvero quattro ore, e il corpo, per il forte impatto iniziale, deve essere addormentato.

Una volta arrivati su Levania si riscontrano molte analogie con la Terra; in primo luogo, anch’essa è divisa in due emisferi: quello abitato dai Subvolvani e quello in cui vivono i Privolvani. I primi sono coloro che godono della vista della Terra (Volva), i secondi quelli che ne sono privi.

In secondo luogo, anche la luna ha cinque zone climatiche, anche se non ben distinte come le nostre. È curioso leggere come Keplero descrive il magico satellite terrestre, come si sofferma sul significato delle eclissi e come spiega la vita e la vista dalla Luna della Terra, una sfera infuocata, coperta di macchie.

“ […] nella parte più orientale è riconoscibile come un busto di un uomo, tagliato all’altezza delle ascelle (Africa), che avvicina alle labbra una fanciullina (Europa) in abito lungo (Sarmazia, Tracia, regione del Ponto, Moscovia, Tartaria), la quale con una mano tesa all’indietro (Britannia) sembra richiamare un gatto che spicca un balzo verso di lei (Scandinavia o Danimarca, Svezia, Norvegia) […]”

È questo il primo vero racconto di fantascienza scaturito da una fervida immaginazione nata dall’interesse per i cieli e, in particolare, per Levania. Un viaggio intenso sulla Luna, in cui astrologia, alchimia, scienza e astronomia sono combinate perfettamente assieme in una pozione di ingegno, che donerà uno squarcio di luce alla vera conoscenza dell’Universo.

“Tutti strepitano che il moto delle stelle intorno alla Terra è evidente agli occhi di chiunque, come pure lo stato di quiete della Terra stessa. Io ribatto che agli occhi dei lunari risultano invece evidenti la rotazione della nostra Terra e anche l’immobilità della Luna. Se mi si obiettasse che i sensi lunatici dei miei lunari si ingannano, con pari diritto potrei obiettare che sono i sensi terreni di noi terrestri a ingannarsi, quando sono privi della ragione”. (cit. J. Kepler)

Nicole Valerio, 4Ds

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