LE TRE CRISI

Dopo qualche decennio di assoluta virtualità, quando le élite (e non solo) si illudevano che il denaro potesse moltiplicarsi senza il bisogno del lavoro e della produzione di beni, materiali o immateriali, la realtà – uno “spigolo duro” contro cui stiamo ripetutamente sbattendo la testa – sta presentando il conto, con il volto di una crisi che sta conducendo l’Occidente, nella migliore delle ipotesi, verso la recessione e il declino sullo scenario mondiale. A favore dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), che con ogni probabilità saranno i protagonisti economici e politici dei prossimi anni.

In realtà, almeno dalla prospettiva italiana, si tratta – come in una matrioska – di tre crisi sovrapposte e interdipendenti.

C’è, innanzitutto, la specificità della crisi italiana, caratterizzata dall’incapacità politica di gestire il mutamento, dall’aumento vertiginoso del debito pubblico, da almeno un decennio di bassa crescita, da una borghesia che, non avendo mai letto Weber, ha rinunciato a essere classe dirigente e da una sinistra che ha smesso da troppo tempo di leggere Marx (o Joseph Stiglitz, se proprio il Tedesco risulta indigesto e poco glamour). Insomma, il “pantano” nel quale tutti stiamo sguazzando con qualche godimento da un certo periodo.

C’è poi la crisi dell’Eurozona, con il rischio reale che il collante della moneta unica salti, quantomeno a causa di due fattori: il debito e la fragilità dei PIIGS, i “maiali” gaudenti di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna; e l’incapacità di attuare una progressiva integrazione politica su basi democratiche, in grado di sostenere la moneta e il libero flusso di merci e persone. (Ma non si dimentichi che gli stati protagonisti di questa integrazione “incompiuta” non troppi decenni fa si combattevano militarmente, lasciando sul terreno alcuni milioni di morti.) Più in generale: di difendere l’originalità continentale del capitalismo e della liberal-democrazia, mitigati dall’ideale social-democratico e cristiano-sociale.

C’è infine la crisi di questa fase del capitalismo, almeno nella sua versione Occidentale. Perché il disagio non è solo europeo, è anche e soprattutto americano, benché la posizione ancora egemonica degli Usa e del Dollaro consenta di dilazionare e mascherare la drammaticità della situazione. Un dato macroeconomico è sufficiente per illustrarne l’attuale condizione: l’ammontare del debito pubblico statunitense (in buona parte posseduto dalla Cina), se si contabilizzano anche i passivi dei singoli stati dell’Unione, è superiore e potenzialmente più preoccupante di quello dei Paesi europei. Infatti, per la prima volta nella loro storia gli Usa hanno dovuto subire l’umiliazione del declassamento dell’agenzia di rating Standard & Poor’s.

L’ipotesi teorica di un “mercato autoregolato”, capace di essere allo stesso tempo efficiente e di massimizzare sia i profitti sia l’utilità dei consumatori, se liberato da ogni vincolo politico o etico, si è realizzata nella sua forma più pura con la “rivoluzione conservatrice” di Margaret Thatcher (“La società non esiste: ci sono uomini e donne, e famiglie”) e Ronald Reagan (“Il governo non è la soluzione al nostro problema; il governo è il problema”) e con l’affermazione dei sistemi telematici che hanno reso più fluidi i flussi economici. Ma tre decenni dopo, quell’ideologia (proprio nell’epoca dell’imperante retorica della “morte delle ideologie”) sembra giunta al suo confine estremo, anche se molti spingeranno affinché si iniettino nel sistema ulteriori dosi massicce di “liberismo”, mascherate da “riforme strutturali”. Con il risultato che, ancora di più, l’ammontare dei redditi migri dal lavoro verso il capitale, che la ricchezza si concentri nelle mani di pochi e che, di conseguenza, il tasso di diseguaglianza tra gli strati sociali si faccia più ampio.

È vero, non si vedono all’orizzonte soggetti politici e sociali capaci di gestire questa transizione. Probabilmente anche le armi del sapere economico sono obsolete: si procede a vista, per tentativi ed errori, surfando sulle contraddizioni del presente. Tuttavia, se in concreto, per non implodere, dovremo subire (e accettare) le conseguenze delle tre crisi, almeno dal punto di vista teorico è giunto il momento di pensare una nuova forma di economia e società (ancora capitalistica, perché il capitalismo, come dice Giorgio Ruffolo, “ha i secoli contati”), capace però di rimanere efficiente, ma di redistribuire i redditi con modalità meno diseguali. Altrimenti, la società dei consumi franerà su se stessa: e non per ragioni etiche, ma per impossibilità sistemica. Chi acquisterà l’“immane raccolta di merci” che il sistema immette quotidianamente nel mercato? Detto in altri termini: diventa necessario, per impedire che il capitalismo si avviti in una serie di turbolenze senza fine, limitarne la sua pulsione autodistruttiva. “Domesticare” (o “civilizzare”) gli Animal spirits del capitalismo, desiderare con le nostre teste e i nostri corpi, invece di essere desiderati dalle merci e da chi le produce, potrebbero essere i cardini per (ri-)pensare il futuro. O almeno, per contenere l’onda che potrebbe sommergerci.

Claudio Tondo

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