Marta – Un racconto di Jasmine Maria Wiley

Racconto finalista al Gadda Prize 2011.

Ho sempre odiato il suono delle campane. Soprattutto quelle che compongono quella triste melodia cimiteriale. Già si è tristi per il lutto ed in più si aggiunge quella melodia struggente che ti mette ancora più tristezza. Ma un sabato mattina mi ritrovai io sotto di esse e mentre prima quando le sentivo mi tappavo le orecchie, quel giorno stetti col naso all’insù a fissarle e a dondolare assieme al loro “din don”. Via Gian Battista Tiepolo era piena di persone rigorosamente travestite di nero che si soffiavano il naso a ritmo. Forse ancora non me ne rendevo conto ma a me poco importava di come mi sarei vestita. Quello che mi preoccupava era che avevo perso una amica con cui giocavo sempre. Mi faceva compagnia quando la mamma era al lavoro per questo ella decise che dovevo poggiare sulla sua bianca tomba un enorme mazzo di fiori profumatissimi. Mamma mi disse di entrare quando tutti erano seduti,  ma la cosa non mi piacque quando sentii i presenti dire a bassa voce “pora nina”,“pora stela”. Mi sentivo a disagio e mi sento tutt’ora così dopo che sono passati dieci anni. Le successive baby-sitter che ebbi dopo la scomparsa di Marta non mi fecero divertire quanto lo faceva lei. Lei mi lasciava fare ogni gioco che le chiedevo e senza esitare mi assecondava quando le chiedevo di ornare di margherite i suoi bellissimi capelli rossi legati da una nastrino verde. Ogni mese decisi di portarle un fiore sulla sua tomba. Profumatissimo come quelli del triste giorno. Così gli anni passarono fino al decimo in cui il corpo fu riesumato e il becchino svenne sconvolto. Quel giorno venimmo a sapere che sulla tavola, che chiudeva la cassa della povera donna erano presenti dei graffi profondi. Subito la polizia venne contattata e dopo varie discussioni sul mostarmi o meno il corpo della mia tata, il medico acconsentì. Entrai nella stanza dell’ospedale dove il suo corpo ormai morto giaceva sul letto bianco come il lenzuolo che la copriva. Il dottore mi chiese se fossi sicura di volerla vedere in quello stato e senza esitare annuii. Un senso di terrore mi pervase tutta. Gli occhi erano sbarrati e in quell’iride verde si leggeva un verde grido di terrore. La bocca con cui amava cantare ora formava una smorfia. Il resto del corpo consumato era in una posizione ranicchiata come se avesse voluto proteggersi. Una lacrima bagnò il mio adulto viso. Lacrime che non versai mai al funerale e che ora nessuno poteva asciugarmi.

«Sindrome di Lazzaro» disse il medico.

«Come prego? » domandai. Non mi ero nemmeno resa conto che ero ancora in ospedale. E alla sua affermazione mi scossi.

«Sindrome di Lazzaro» ripetè  freddo.

Realizzai che non morì per un malore ma dalla paura.

Tornai a casa correndo per le vie di Pordenone in preda all’orrore per ciò che avevo appena visto. Arrivai finalmente e trovai mia madre in cucina. Lei si voltò verso di me e i miei occhi le raccontarono tutto e senza dire una parola mi abbracciò. Svenni.

Qualche ora dopo mi svegliai nella mia camera da letto. La porta era socchiusa ma potei intravvedere qualcuno ritto in piedi. «Mamma?» chiesi titubante  «sei tu? »  La porta lentamente si aprì e credetti di sognare ancora. Sulla soglia della porta apparve una donna: aveva una veste bianca luminosa ma i suoi occhi verdi brillavano più di ogni cosa. «Marta…» bisbigliai. Non si mosse. Allora pronunciai più forte il suo nome ma quando arrivai a gridarlo e ad avvicinarmi lei scomparve. Il cuscino era bagnato da lacrime. Mi alzai dal letto spinta da un sentimento di curiosità e ansia. Aprii la porta. Non c’era nessuno. Sogno o realtà? Non fui mai in grado di dirlo.

La morte di Marta doveva essere spiegata. Se era davvero morte apparente come è  possibile che dopo tre giorni passati nella camera mortuaria non si fosse svegliata? Il medico non mi diede nessuna spiegazione, andai dai poliziotti ma lasciarono il caso di Marta da parte e fui sicura di aver sentito due di essi dire  «l’è fora! Questa è pazza!» Sconsolata mi avviai presso la casa dei genitori di Marta sperando di trovare qualche indizio. Sua madre mi aprì la porta e quando le spiegai il motivo per cui ero venuta pianse nostalgica. Mi fece accomodare su una poltrona marrone e appena mi sedetti mi guardai attorno. Alle pareti c’erano le foto di Marta da bambina: correva sul prato, sorrideva ai genitori, giocava con l’aquilone. Non raccontai alla madre dello stato del cadavere per paura che l’anziana donna potesse accusare un malore. Gentile come la scomparsa figlia assecondò ogni mia richiesta e mi portò al piano superiore nella vecchia stanza di Marta. Entrai piano a passi lenti come per non disturbare la pace e la quiete che alleggiavano tra le pareti. Tutto era in ordine e pulito. Notai uno scatolone per terra vicino alla finestra e chiesi alla madre «cosa contiene quello? »  «ah»  rispose triste  «libri e quaderni su cui studiava quando non veniva ad accudirti»  «posso dare un’occhiata?»  domandai curiosa. «Certo»  disse con un sorriso e uscì lasciandomi sola.

 Mi inginocchiai e con una forbice trovata sulla sua scrivania aprii la scatola delicatamente. Una nuvola di polvere si sollevò al mio soffio. “psicologia..pedagogia…” stava studiando per diventare maestra. Al pensiero di come giocava con me, sorrisi pensando che sarebbe stata bravissima. Tolti un paio di quaderni ne trovai uno diverso: rosso con i bordi rosa e una volta aperto mi accorsi che era un diario. All’improvviso arrivò sua madre. «tutto bene?»  «Sì! Devo andare»  dissi velocemente. «si è fatto tardi ». Salii in macchina e per tutto il tragitto non smisi di gettare lo sguardo sulla borsa dove avevo nascosto il diario. Arrivata a casa corsi in camera e mi buttai sul letto. “1 maggio” lessi “spero di trovare un lavoretto cosi posso regalare alla mamma quella collana che abbiamo visto due giorni fa in vetrina.”  Notai che tutto era scritto molto dettagliatamente e subito pensai che mi sarebbe stato d’aiuto. Scorsi le pagine e mi accorsi che dal 15 settembre in poi il tono cambiava. Aveva appena iniziato a lavorare da me come baby sitter ma la cosa mi parve molto strana perchè quando mi accudiva era sempre felice. Andai da mia madre a chiedere quando aveva iniziato a lavorare sperando che Marta in quelle pagine parlasse di un altro lavoro. «metà settembre rispose quasi scocciata. «perchè?» non risposi. Tornai in camera.“20 ottobre: la situazione non è una delle migliori. Che faccio? Mi licenzio?” e ancora “26 ottobre: non so se è il caso di continuare questo lavoro” rimasi perplessa ma quello che mi sconvolse fu una frase del 11 dicembre che diceva “sto piangendo da un’ora. Mi ha minacciata.” Per tutta la sera rimasi in silenzio poi quando mio padre mi chiese:«è tutto ok?». Non prestai attenzione alla domanda e chiesi invece: «Avevate qualche problema con Marta?». Mia madre lanciò un’occhiata a papà e tornò a tagliare la carne nel piatto. «No! Cosa te lo fa pensare? » disse serio. «Mah.. nulla. Domandavo.» Con quest’ultima affermazione mi alzai dal tavolo e andai in salotto. La voce del giornalista locale che annuciava l’ennesimo delitto nella zona friulana non riusci a farmi distrarre da quello che i miei dicevano pensando di non essere sentiti. Mamma preoccupata diceva «Come fa a saperlo?? »,  «Se scopre tutta la vicenda…. », e papà perplesso: «Forse il dottore…ma no! Impossibile!» . Queste frasi mi tormentarono per tutta la notte. Che cosa era successo tra i miei e la cara Marta? Il dottore cosa c’entrava in tutto questo??

Il giorno seguente mentre ero in corriera per andare a scuola continuai la lettura del diario e scoprii nuove cose. In classe fui richiamata parecchie volte dai professori, ma ero come stregata da quel diario. Inultimente lessi e rilessi quelle pagine consumate dal tempo e dalle lacrime che versava tutte le volte che impugnava la penna. Non c’era nessun indizio che potesse aiutarmi. Nei cinque giorni che seguirono lasciai il diario nel comodino accanto al letto sapendo che non era li la risposta. Il sesto giorno ormai disperata perchè in zona nessuno mi era stato d’aiuto, ripresi il diario in mano e vidi qualcosa di strano. Tra la copertina del diario e il diario stesso c’era qualcosa. Con cura tolsi la copertina e cadde un foglietto di carta piegato. Lo aprii e lessi il titolo “cos’è l’amore..?”  Poi più sotto: “non so come spiegare cosa mi sta succedendo. Sai quando dicono che hai le farfalle nello stomaco? Ecco è questo che provo ogni volta che vedo il signor Tomasin”. Un tuffo al cuore. Rilessi quella frase 6 o 7 volte e non so con quale forza riuscii a leggere fino in fondo quella dichiarazione d’amore a mio padre. “quei cinque minuti in cui lo vedo è bellissimo!! Ma questo amore è impossibile. È un uomo spostato e ha una figlia. Anche se mi ha detto che mi vuole non succederà mai. La moglie ci ha scoperti e ci ha minacciati. A me di morte. A fine mese mi licenzio.” Un pensiero mi balenò nella testa ma scossi il capo convicendomi che mamma non avrebbe mai potuto fare una cosa del genere. Rimisi il foglio nel diario e mi diressi verso il balcone. Stetti li qualche secondo ad ammirare le montagne verdi macchiate qua e la di bianco per la neve che si stava sciogliendo sul Pian Cavallo, poi scesi al piano inferiore. Sentii mia madre canticchiare nella stanza degli ospiti dove stava mettendo in ordine i lenzuoli puliti. Mentre mi stavo dirigendo verso di lei notai nella sua stanza una scatola sul letto e dei fogli gettati per terra dal vento. Entrai per raccoglierli e mentre li misi a posto, incuriosita,diedi un’occhiata. Per terra c’erano dei documenti su alcuni rimborsi e quando fui sul punto di rimetterli a posto mi accorsi di una sorta di lettera datata 2001 e indirizzata al dottore che avevo conosciuto in ospedale. Nascosi la lettera in tasca e mi diressi in cucina. La lettera diceva:

Egregio dottor  Franceschin,

Le vorrei ricordare il piano come scelto dalla visita precedente. Giovedì la signorina Marta Berlini accuserà un malore e si recherà  presso il suo ospedale. Prolungherà il ricovero con il medicinale fino al giorno seguente nel quale verrà sepellita. Dopo la cerimonia funebre riceverà i restanti 200mila euro come da accordo.

Distinti saluti.”

Crebbe in me rabbia e vergogna. Capii che la gelosia per il rapporto tra Marta e il papà l’aveva portata a compiere un brutale delitto e il dottore ne era il complice. Piansi dalla disperazione. Mia madre corse subito verso me preoccupata e chiese cosa fosse successo. Con gli occhi pieni di lacrime girai la lettera verso di lei e subito presi il telefono intenta a chiamare la polizia. Capì subito di cosa si trattava e con uno scatto si avventò verso di me e mi strappò  dalle mani il telefono. «Come hai potuto??! » gridai. La lite si stava facendo violenta. «non avevi nessun diritto di farlo! Ti meriti quello che ha subito lei! » riuscii a liberarmi dalle sue strette e malgrado inciampai più volte, raggiunsi la maniglia della porta. All’improvviso si aggrappò sulla mia schiena e caddi per terra. L’ultima cosa che vidi fu il sangue che mi colava sugli occhi. Rosso. Come i capelli di Marta. Poi il buio.

Jasmine Maria Wiley

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