IL POTERE DEI CLASSICI. Guido Davico Bonino al Teatro Verdi (25 novembre).

Ti parlano di un classico; lo cerchi e lo trovi nella tua vecchia libreria. Lo prendi e lo liberi dalla polvere. Una copertina antica e austera, le pagine gialle e grosse. Ma non appena cominci a leggerlo scocca una scintilla. “Qualcosa di irrazionale, come un colpo di fulmine” .

Venerdì 25 novembre, il Teatro Verdi di Pordenone si affolla di studenti e insegnanti per ascoltare Guido Davico Bonino, professore dell’Università di Torino, nonché illustre scrittore. Anche collaboratore della casa editrice Einaudi, egli ha persino conosciuto, all’età di soli ventitre anni, Italo Calvino, negli anni ’70.

L’incontro si apre con una profonda riflessione sui classici. L’autore afferma che devono essere considerati classici non solo gli antichi poemi, quali l’Iliade e l’Odissea di Omero, come si è soliti pensare, ma anche romanzi o poesie contemporanee. Secondo Bonino, un classico può essere apprezzato senza il bisogno di commenti di altre persone, quasi come se si formasse un rapporto di intimità fra scrittore e lettore, che ci permette di immergerci completamente nell’ opera.  Un libro che modifica qualcosa in te stesso senza  accrescere  di informazioni  il tuo bagaglio culturale, ma facendoti percepire la vita in modo diverso, è un classico.

«Parole che fanno emergere passioni le quali sembravano soffocate in noi stessi, che ci consentono inoltre di leggere il passato come fosse qualcosa del presente».

La conferenza prosegue con la presentazione degli spettacoli per la stagione 2011-2012 che la città di Pordenone e il Teatro Verdi quest’anno ripropone. Il relatore riesce, anche solo attraverso l’esposizione delle diverse trame, ad analizzarne gli aspetti più significativi e profondi.  Gli spettatori dunque hanno appreso i tratti grotteschi di “La Mandragola”  di Machiavelli, il dramma della tragedia di Giulietta e Romeo e i significati simbolici de “Il giardino dei ciliegi” di Checov, in cui gli alberi di ciliegio rappresentano la tristezza e il rimpianto per la fine di determinate situazioni e per il passare del tempo in generale.

«Non necessariamente il classico ci insegna qualcosa che non sapevamo; alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo (o creduto di sapere) ma non sapevamo che l’aveva detto lui per primo (o che comunque si collega a lui in modo particolare). E anche questa è una sorpresa che dà molta soddisfazione, come sempre la scoperta d’una origine, d’una relazione, d’una appartenenza».  (Italo Calvino)

Caterina Rossi e Clara Padovese VBg

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