Tranströmer, gli scarafaggi mi hanno dato il Nobel

Anche in Scandinavia gli uragani hanno nomi di donna. Si chiama Berit quello che accende come una aurora boreale il Saltsjön. La baia di Stoccolma formata dal Mar Baltico è come folgorata da una scheggia di luce che manderebbe in solluchero ogni poeta. Figurarsi se Thomas Tranströmer, 80 anni, che avrebbe voluto fare l’entomologo in Africa – la collezione di insetti raccolti nel corso dei suoi viaggi è ora esposta al Museo di Storia Naturale – o in alternativa costruire treni – «adoravo le locomotive, non avrei mai permesso che andassero in pensione» – ma è diventato un affermato psicologo nelle carceri e ospedali psichiatrici destinati ai minori, non è ad attenderci alla finestra. Il vincitore dell’ultimo premio Nobel per la letteratura, primo poeta a riuscirci dopo la polacca Wislawa Szymborska che lo ricevette nel ‘96, vive al quarto piano di un semplice e anonimo condominio in mattoni rossi nel quartiere di Södermalm, che pullula di atelier di design, negozi di abbigliamento vintage e caffetterie in cui bazzicava in cerca di ispirazione Stieg Larsson, l’autore della trilogia di «Millennium», e dove adesso i ragazzi consumano il tradizionale caffè con i biscotti, il cui diritto per ogni svedese è sancito persino nei contratti nazionali di lavoro nel numero di tre al giorno. I giovani adorano la sua poesia, in Scandinavia, le sue ultime raccolte hanno venduto più di 40 mila esemplari, e la sua fama, anche grazie al Nobel sta conquistando gli Stati Uniti, ma anche la Cina e la Russia. Il poeta sta suonando il pianoforte, con l’aiuto della moglie Monica raggiunge il salotto che profuma delle tante orchidee sparse per la casa arredata con i paesaggi a olio del pittore, amico di famiglia, Wilhelm Törnquist. Le ante delle credenze in legno di betulla sono stipate di fossili di molluschi. «Come ho raccontato anche in I ricordi mi guardano (L’autobiografia appena pubblicata in Italia da Iperborea – ndr) – esordisce, con l’aiuto della moglie che ne interpreta le parole più difficili da scandire -, sin da piccolo, avrò avuto cinque anni, raccoglievo scarafaggi, che mettevo nell’armadio, mentre nella casa di campagna sull’isola di Runmarö – in un barattolo di vetro stipavo gli insetti morti, le farfalle invece avevano una teca a parte. Già allora nella mia testa nasceva quel museo immenso di immagini, figure animate e animali che poi avrei traslato nella poesia. Insieme all’angoscia che provavo dentro nella fanciullezza che in me è stata come un fertilizzante per una pianta». Vuol dire che si diventa poeti (o comunque può aiutare), trascorrendo i pomeriggi nel Museo di Storia Naturale, in totale libertà, come capitava a lei da ragazzino? «Io so che non ho mai più dimenticato quell’angelo custode, uno dei tanti che mi sono apparsi nella mia vita e mi hanno sfioravano con le loro ali – o almeno io li ho avvertiti come tali -, nel reparto degli invertebrati. Forse era un professore, non ricordo, di sicuro parlavamo sempre di molluschi. Con un po’ di fortuna e anche lungimiranza, capita di imbattersi in persone speciali che, in un bambino già predisposto, aiutano a veicolare la fantasia verso l’approdo a lui più naturale. Anche i miei coetanei, comunque, hanno contribuito: cacciavano certe urla per richiamare la mia attenzione quando nelle nostre battute sull’isola appunto di Runmarö (insiste perché la moglie vada a prenderci il modellino della cottage color carta da zucchero – ndr) vedevano un insetto che giudicavano per me interessante». Oltre al nonno pilota di rimorchiatori e al padre giornalista, leggendo la sua autobiografia c’è un altro episodio della sua infanzia che colpisce: mi riferisco a quel compagno di classe che la picchiava sempre, e alla sua non reazione. Come stavano le cose? «Dopo averle buscate tante volte decisi di rispondere col metodo di trasformarmi in uno straccio senza vita. Imparai prestissimo quell’arte di lasciarsi calpestare senza perdere per nulla l’autostima che a volte nella vita funziona benissimo. Intendiamoci, però, non sempre». È quella stessa forma di accettazione, in positivo come in negativo che le permette da 20 anni di sopportare la sua immobilità nella parte destra del corpo colpita da un ictus? Si è paragonato alla «partner di un lanciatore di coltelli al circo». «La parola enda, in svedese, significa “solo” ed è così che ci si sente quando l’ictus porta via una parte di te e per continuare a vivere ti devi appoggiare a un’altra persona. Si ha di sicuro più tempo per osservare, ad esempio il vento che spalanca le finestre e qualcuno in strada che fa smorfie alla corrente improvvisa, come ho scritto ne La Gondola a lutto. Ma, ovviamente, non la si accetta mai fino in fondo». La malattia non le ha tolto però il piacere per la musica. «Sono un pianista mancino, i miei amici mi regalano spartiti che contengono musica composta appositamente per chi può usare solo la sinistra. E io trascorro i pomeriggi dilettandomi suonando Ludwig Van Beethoven». Ha sempre questo bellissimo sorriso, sia quando guarda sua moglie sia mentre parla con noi. È la felicità per il Nobel, che le ha restituito la voglia di stare con gli altri riaprendo, dopo tanti anni, le porte della sua casa? «I primi anni dopo il sopraggiungere della malattia sono stati difficili, si trattava di adeguarsi a questa nuova condizione. Comunque, ci si sente sempre più giovani di quanto non lo si sia veramente. Mi piace l’immagine dell’albero: dentro di me sono come una quercia, porto tutti i miei volti passati come un albero i suoi cerchi, e io ne sono la loro somma anche se allo specchio si vede solo l’ultimo volto». Lei scrive che le parole sono «orme di capriolo nella neve»? «Io sempre fuggo e mi ritraggo quando devo definire qualcosa, una persona, figurarsi me stesso e la mia poesia. Certe volte mi sono sentito come un fantasma, questo sì, e forse i fantasmi leggono con più forza e leggerezza la vita».

L’articolo completo e gli approfondimenti sono disponibili all’indirizzo: http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/437905/

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