All’uscita dalla classe la neve era una festa

Scriveva Edmondo De Amicis in Cuore, edito dai fratelli Treves nel 1886: «Ecco la bella amica dei ragazzi! Ecco la prima neve! Fin da ieri sera vien giù a fiocchi fitti e larghi come fiori di gelsomino. Era un piacere questa mattina alla scuola vederla venire contro le vetrate e ammontarsi sui davanzali; anche il maestro guardava e si fregava le mani, e tutti eran contenti pensando a fare le palle, e al ghiaccio che verrà dopo, e al focolino di casa». Il brano, intitolato La Prima Nevicata, proseguiva: «Che bellezza, che festa fu all’uscita! Tutti a scavallar per la strada, gridando e sbracciando. Tutti parevano fuor di sé dall’allegrezza!». Ora, sarà anche vero che le avventure di Garrone e Franti non vanno più di moda, ormai soppiantate da quelle di maghetti e vampiri e piccoli brividi assortiti. Ma noi genitori che oggi accompagniamo i figli a scuola come se dovessimo affrontare un cataclisma mai visto, forse da annoverare tra gli innumerevoli inquietanti segnali della prossima fine del mondo, dall’ultimo terremoto al naufragio della Concordia, dovremmo essere ancora in grado di ricordarci non solo di aver letto Cuore, ma anche di essere stati bambini. E di aver accolto la prima neve, all’epoca delle elementari, proprio come i personaggi di De Amicis. Anche per noi l’arrivo della prima neve era una vera festa. E i nostri genitori, che magari brontolavano un po’ per il fatto di doverla spalare di fronte a casa o perché l’utilitaria di famiglia faticava a mettersi in moto, non la ritenevano «un’emergenza». Oggi che al contrario l’emergenza è perenne, complici certo i media che grufolano felici tra cose come l’aviaria e lo spread, la prima neve non ci mette allegria, ma ansia. Ossessionati come siamo dagli innumerevoli rischi che possono correre quotidianamente i nostri figli in età scolare e non, dal rigurgito allo spacciatore passando per giocattoli tossici, cibi transgenici ed educatori pedofili, preferiremmo semmai una neve per così dire scenografica, sul modello di certi finti caminetti di design. Ovvero, una neve che non comporti alcun tipo di pericolo o disagio. Ma dato che una neve simile non esiste se non all’interno degli hangar dei parchi a tema costruiti dagli sceicchi nel deserto, così da poter fare snowboard anche a Dubai, pretendiamo che alla comparsa della neve vera chiudano almeno le scuole: salvo protestare vivacemente se per caso chiudono davvero, perché poi i bambini dove li mettiamo? Insomma: preoccupati dalle notizie altalenanti provenienti dalle Borse, angosciati dalla prospettiva assai concreta di dover affrontare le conseguenze di una crisi che non sappiamo quanto durerà ma che in ogni caso ci sta già facendo cambiare abitudini e stili di vita, afflitti dalla consapevolezza che quella dei nostri figli sarà la prima generazione a vivere peggio delle precedenti, siamo anche alle prese con il flagello della neve. Reale per chi è rimasto bloccato una notte in treno, beninteso. Un po’ meno per chi deve semplicemente portare la prole a scuola. Può darsi che mi sbagli, ma lungo la strada ci siamo persi un mucchio di cose.

Giuseppe Culicchia

L’articolo completo e gli approfondimenti sono disponibili all’indirizzo: http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_articolo=9731&ID_blog=25&ID_sezione=29

 

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