Le promesse (mancate) della postmodernità

La filosofia postmoderna ha dominato la cultura negli ultimi due decenni del ventesimo secolo. Nella versione europea, proposta dalla Condizione postmoderna di Jean-François Lyotard, la crisi dei “grandi racconti” – illuminismo, idealismo e marxismo –, nella loro capacità di definire una cornice unificante ai discorsi del sapere e del potere, appare irreversibile. Un sapere leggero, liquido e plurale, caratterizzato dalla pratica dei giochi linguistici, dall’ontologia derealizzante del simulacro e dal politeismo dei valori – senza alcuna nostalgia per filosofie fondative – sembrava capace di rendere conto delle trasformazioni sociali e tecnoscientifiche della contemporaneità; e, al contempo, in particolare nel dibattito italiano, di proporre nuove pratiche di emancipazione etica e politica, capaci di valorizzare il conflitto delle interpretazioni e dei punti di vista.

Dire “addio alla verità” diviene, da questa prospettiva, il primo compito della filosofia. Nella recente riflessione di Gianni Vattimo, il “dovere di disboscare gli assoluti metafisici”, storicamente riconducibile al lavoro smascherante di Nietzsche e Heidegger, si configura come la condizione per il riconoscimento di nuovi diritti, per l’allargamento degli ambiti di libertà degli individui, dei gruppi e delle minoranze e per la realizzazione di comunità pienamente democratiche.

Agli esordi del nuovo millennio, tuttavia, la realtà e la possibilità della verità, esorcizzate dai postmoderni a favore dell’immaterialità e delle “visioni del mondo” create dai new media, riappare come necessità e obbliga il pensiero filosofico a una riconsiderazione critica di molte categorie postmoderne sia in campo epistemologico che etico-politico. In questo senso, gli eventi dell’11 settembre 2001, benché in modo contraddittorio, sembrano chiudere definitivamente la stagione postmoderna. Mentre il mondo nella sua ambivalente quotidianità si fa sempre più fluido e molteplice per assecondare i desideri di una società in continua e vertiginosa accelerazione, la “forza emancipativa” del postmoderno si dimostra un progetto per alcuni aspetti inconsistente, perché incapace di contrastare con il pensiero le pratiche “morbide” di dominio e il proliferare delle diseguaglianze. Alla filosofia attuale spetta allora il compito di elaborare nuovi modelli critici di comprensione del reale, del sapere e dell’agire umani, capaci di contenere la deriva postmoderna degli stili di vita e dei comportamenti pubblici.

Claudio Tondo

Claudio Tondo insegna Storia e Filosofia al Liceo “G. Leopardi – E. Majorana” di Pordenone. Laureato in Filosofia a Trieste con Pier Aldo Rovatti, con una tesi su Simulazione e metafora: aspetti epistemologici e semiologici, si occupa delle teorie del post-umano e del rapporto tra filosofia, cinema e tecnologie della visione e dell’immaginario. Per la rivista “Edizione”, di cui è redattore, ha pubblicato alcuni articoli. Con Massimiliano Roveretto, ha curato un ciclo di incontri e film su Pensare con le immagini. Percorsi tra cinema e filosofia. Con Marina  Maestrutti ha scritto Ai confini dell’umano: tra animalità e artificialità, articolo di prossima pubblicazione. Fa parte del Direttivo della Sezione Friuli Venezia Giulia della Società Filosofica Italiana.

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