L’intolleranza è un diritto dei giusti?

Al giorno d’oggi una delle questioni più rilevanti nella società è quella della tolleran-za, ossia di quel sentimento, che secondo alcuni ci farebbe vivere serenamente con gli altri. Molti infatti sostengono, come per esempio Voltaire nel “Dizionario filosofico”, che la discordia sia la grande sventura del genere umano e l’unico rimedio che si può porre è la tolleranza, ovvero quel perdonarci reciprocamente i nostri errori senza incorrere in litigi e crudeltà inutili. Se tutti adottassero questo atteggiamento, si pensa molto frequentemente, il mondo sarebbe migliore, ma se tuttavia coloro che si ripropongono ciò dovessero avere a che fare con individui intolleranti, come dovrebbero comportarsi?

Lo stesso Voltaire afferma che la tolleranza ha dei limiti, in quanto non può sopportare e perdonare il suo contrario, l’intolleranza, perché questo porterebbe a distruggere e ad annullare il concetto stesso di comprensione e accondiscendenza reciproca. Adorno infatti, in “Minima Moralia”, sostiene che i fautori di questo concetto siano, per quanto possano opporsi a ciò, inclini all’insofferenza verso ogni gruppo che non si adatta e si ritiene contrario alle idee da loro proposte.

Il problema di intolleranza più diffuso nel corso della storia è sempre stato quello delle religioni, che magari, pur professando vivamente il concetto di perdono e accondiscendenza, non si facevano scrupoli a uccidere migliaia di persone per far valere il proprio credo, ma se anche esistessero molte religioni in uno stesso stato, questo potrebbe non portare necessariamente allo scontro, come sostiene Bayle nel “Commentario filosofico”, se tutte si prefiggessero di osservare il concetto di tolleranza e se tuttavia esistesse anche un governo capace di fare lo stesso, proteggendole senza distinzioni né privilegi alcuni. Esse potrebbero vivere e convivere serenamente una accanto all’altra, senza timore di essere aggrediti per le proprie convinzioni. Dovrebbe quindi esistere un concetto di libertà di parola e di pensiero molto forte e sentito da tutti, così da permettere a chiunque di pensare liberamente a ciò che più preferisce, di esprimere la propria opinione senza che nessuno si avvalga di qualche insensato diritto di fargli del male e cercare a tutti i costi di fargli cambiare idea.

Sarebbe tuttavia necessario interrogarsi su cosa sia realmente giusto e sbagliato, perché, pur ammettendo l’esistenza dell’intolleranza e il diritto di esprimerla, chi può sapere se quello che a noi sta tanto a cuore sia nel giusto? Chi può affermare con certezza che tutti coloro che professano una religione diversa dalla nostra stiano sbagliando? A questo punto molte convinzioni andrebbero in mille pezzi e si rimarrebbe nel dubbio. Ritenersi quindi intolleranti, come sostiene Granzotto, significa “coltivare la razionale pratica del dubbio, non dare nulla per scontato e meno che mai la cosiddetta opinione comune”, poichè quello che a noi pare essere la cosa più giusta, potrebbe inevitabilmente rivelarsi un terribile errore. É dunque necessario pensare prima di sparare opinioni sugli altri e cercare di non essere precipitosi quando non si ha ben riflettuto su quanto si sta così fervidamente cercando di affermare.

Silvia Maso 4Bs

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