Cappello e Villalta ai giovani: dai poeti il dialogo tra culture

I friulani vincitori del Viareggio: «Amare i versi è un modo di stare nell’universo».

UDINE. Due “Premio Viareggio”, in una regione non sono pochi. Al gemonese Pierluigi Cappello, il prestigioso premio per la poesia è stato attribuito nel 2010 per . Mandate a dire all’Imperatore, a Gian Mario Villalta, pordenonese, il premio è arrivato nel 2011 per Vanità della mente. Oggi, 21 marzo, primo giorno di primavera, si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale della Poesia, istituita dall’Unesco «per riconoscere all’espressione poetica un ruolo privilegiato nella promozione del dialogo interculturale, della comunicazione e della pace».

A Cappello e Villalta, in questa doppia intervista, abbiamo chiesto di raccontare «a cosa serve la poesia, che cosa sanno i poeti e gli scrittori che gli “altri” non sanno , e come insegnerebbero la poesia a scuola». Il risultato è un dialogo, seppure a distanza, lucido e intenso che parte con una iniziale provocazione. «Giornata della poesia? Va bene, ma spero non sia come quella dell’Olocausto. La poesia, è viva, non deve essere commemorata».

Gian Mario Villalta non ha dubbi. La poesia l’ha praticata sin dai primi esordi letterari, ed è anche uno dei “leit motiv” primari di pordenonelegge, il festival che dirige dalla prima edizione 2000, affiancato dai curatori Alberto Garlini e Valentina Gasparet. I percorsi di poesia di pordenonelegge da sempre rappresentano una vera eccellenza della prestigiosa manifestazione letteraria, una sorta di festival nel festival. «Lo scambio di esperienze, i legami profondi ed estesi che esistono fra poeti nel Triveneto, anche giovani, cosí come a livello nazionale e internazionale, sono un patrimonio prezioso che il festival ha voluto capitalizzare e promuovere» spiega Villalta.

E proprio a testimonianza di quanto la poesia sia «una forma di comunicazione contemporanea con numeri piú piccoli, rispetto ad altre forme di comunicazione, per questo deve essere coltivata», a Pordenone, si è voluto non limitare l’attenzione ai pochi giorni del festival, ma semmai consolidare rassegne anche preesistenti, come La voce della poesia, e inventarne di nuove, come l’annuale Festa di poesia della città.

«Una giornata dedicata va bene se aiuta a ricordare che la poesia è un modo di stare nell’universo. Il rischio però è di cadere nella retorica delle celebrazioni di un giorno solo. I poeti sono coloro che hanno una sensibilità linguistica superiore, capaci con uno sguardo di cogliere il mondo in un dettaglio», spiega Cappello. Per Villalta «i poeti sanno ascoltare ciò che è dentro la lingua, e niente è piú dialogico e sociale della poesia». Talento e la capacità di comporre sono necessari a un poeta «e il “mestiere” – aggiunge Cappello – è fondamentale purché lo si dimentichi».

La scuola può fare molto per comunicare che la poesia è un modo di guardare la realtà. Quest’anno a esempio ricorre il centenario dalla morte di Giovanni Pascoli. «Un grandissimo poeta, da riscoprire ogni 50 anni e non solo per La cavalla storna», incalza Villalta che è anche docente di scuola media superiore. «Un’occasione per metterne in luce il lato simbolista». Il dramma della poesia a scuola poi «è l’eccessiva responsabilità attribuitale, la necessità di insegnarla con un libretto di istruzioni». «E di non arrivare mai oltre Montale – aggiunge Cappello – che in una lista personale di “poeti irrinunciabili” mette Pasolini, Caproni, Zanzotto, Sereni. Se avessi difronte a me dei ragazzi, in un’aula, eviterei di accostarmi alla poesia con la “parafrasi”. Leggerei invece: per fare ascoltare», chiude Cappello.

Messaggero Veneto

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