Die Metamorphose – Nicola Scopelliti

“Porterò via il mio rumore,

ricordando che la vita

non è altro che polvere fatta di sogni.”

“Si avvisano i gentili clienti che la linea U2 direzione Potsdamer Platz è in arrivo al binario due”. Mi alzai. I piedi sembravano ormai aver dimenticato la loro funzione, e quel ritmo frenetico di ogni giorno era stato sostituito dal lento e affaticato avanzare dell’eroina. Tornare a casa era sempre stato un problema. Quando ti “fai” tutte le tue forze così scrupolosamente immagazzinate durante il giorno svaniscono, e come in un lampo sembra di fermarti da una folle corsa durata ore, giorni, anni.

Il vagone era freddo e c’era un intenso odore acre di sporcizia e sudore. I miei occhi infiammavano e il suono delle rotaie riempiva l’aria circostante. Un signore sulla sinistra nervoso controllava e ricontrollava l’orologio convinto di ottenere una sicurezza troppo sperata, accanto a lui una ragazza, bella, con questo suo look conformista, sempre attaccata al cellulare. I ritmi caotici della società ci imprigionano, non ci danno il tempo di pensare, di agire con la nostra mente, tutto è così irrimediabilmente schematizzato. La velocità, il continuo mutamento delle cose regola le nostre giornate, non ci fermiamo mai un attimo, siamo sempre in comunicazione, sempre in movimento, in contatto fra di noi, sempre connessi, spiati, intrappolati.

“Prossima fermata Witten-Bergplatz”.

<Chi sono io? Io sono Markus>.

Fermata la metro, iniziai a guardare uno di quei grossi cartelli pubblicitari: “Die Zukunft ist da“, “Il futuro è qui”, come se questo portasse ad un miglioramento, come se ci fosse la necessità di far avanzare le cose, il presente e il passato perdono di significato ogni giorno. Non c’è più memoria nel tempo, c’è solo futuro. Non ricordavo che ore fossero, o da quanto mi trovassi lì. La luce mi dava sempre più fastidio, il suono diventava sempre più forte. Il vagone riprese la sua corsa, come il mondo riprese a partire; ormai i secondi sembravano ore e i minuti giorni. Anche lo spazio si era fatto caotico, indefinito, le figure si confondevano fra loro in un groviglio di luci e di colori, non c’erano più immagini. Sembrava ormai giorni fa, o forse anni, che presi l’ultima dose. Non ricordavo perché incominciai, ricordavo solo il vuoto di un posto a tavola, il freddo delle guance non più scaldate da un bacio prima di addormentarmi, il dolore, e la perdita. Il tempo e lo spazio passato si erano fusi con quelli presenti e con quelli futuri. Ormai la realtà mi stava abbandonando.

“Prossima fermata Nollen-Dorfplatz”.

Percepii un cambiamento nel treno, forse qualcuno era sceso, o forse qualcuno era salito. Non riuscivo a capirlo, in ogni caso non mi interessava. La luce diventava ogni momento più faticosa da sopportare. Ansimavo. <Chi sono io?> Il vuoto circondava e il Sole del vagone mi straziava in una lenta agonia. Persino il rumore delle gocce d’acqua che cadevano a terra sembravano mutarsi in cannonate diritte al cervello. <Io sono un uomo. Io sono coscienza. Io sono vita. Io sono energia.> Il Sole si spense. Probabilmente avevo chiuso gli occhi. Quella luce che prima era diventata così forte e faticosa da sopportare si era placata in sintonia col tutto.

“Prossima fermata Gleis-Dreieck”.

Lo spazio, il tempo, la luce ormai mi avevano abbandonato, l’unica cosa che mi teneva collegato alla realtà non era che il suono delle rotaie, incessanti, sempre più veloci, più veloci. Ma d’un tratto quello che sembrava un suono così sgradevole e acuto si trasformò in un dolce cullare. Sentivo una musica, un quartetto di archi, poi una viola, tamburi. Le immagini tornavano a riaffiorare, ma questa volta tutto sembrava così in armonia, così perfetto. Lo strazio era passato, l’angoscia cessata. Rimaneva solo vita. <Ma chi sono io?> Natura, verde, un bambino che piange, spirali, tunnel, luci, immagini in continuo movimento imprigionavano la mia testa. <Cos’è la vita?> E quel fluire mi fece pensare. L’orchestra suonava al ritmo lento del mio respiro. Tutto si era fermato. Tutto si era mostrato per ciò che era in quell’attimo. Finalmente capii. <La vita. Cosa se non energia condensata in una lenta vibrazione. E noi? Nient’altro che una sola coscienza universale, che ha esperienza di sé soggettivamente. Tutto è collegato. Io, la metro, la ragazza, l’orologio. La morte non esiste, e questa vita è solo un sogno e noi non siamo altro che l’immaginazione di noi stessi>.

“Capolinea  Potsdamer Platz”.

Nicola Scopelliti

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