USA, tutta la vita in carcere per un delitto compiuto a 14 anni

Christian Fernandez aveva appena dodici anni, quando commise un crimine che sconvolge anche solo a ripeterlo. Il fratellino di due anni lo infastidiva, e lui lo spinse contro una libreria, provocandogli un trauma cranico che poco dopo lo avrebbe ucciso. Adesso Christian è sotto processo in un tribunale della Florida, e rischia l’ergastolo: «life without parole for juveniles», come recita il gergo del sistema giudiziario americano, cioè la prigione a vita senza alcuna possibilità di tornare libero. Una condanna a morire dietro le sbarre. Nonostante avesse solo dodici anni al momento del reato, venisse da una famiglia violenta in cui era stato spesso oggetto di abusi, e la notte dell’incidente la madre avesse aspettato ore prima di portare in ospedale il fratellino ferito. Il caso di Fernandez è solo l’ultimo di una lunga serie, che ha provocato polemiche e proteste negli Stati Uniti, uno degli ultimi paesi al mondo che permettono di condannare i minorenni all’ergastolo. Queste pene sono consentite in 19 stati, con Pennsylvania e Florida in cima alla lista. Al momento oltre 2500 persone sono in carcere a vita per crimini commessi quando avevano meno di diciotto anni, e 73 scontano l’ergastolo per reati avvenuti quando avevano appena quattordici anni. Questo ha spinto la Corte Suprema a prendere in mano la questione martedì, per decidere se è lecito e ragionevole un trattamento del genere. Se una società civile può considerare un ragazzino di quattordici anni completamente irrecuperabile, al punto di chiuderlo in prigione per il resto della sua esistenza. I ricorsi che la Corte Suprema ha accettato di discutere, per affrontare in generale il problema, sono due. Uno viene dall’Alabama, e ha per protagonista un quattordicenne di nome Evan Miller; il secondo viene dall’Arkansas e riguarda il coetaneo Kuntrell Jackson. Evan viveva con la sua famiglia in un trailer, una specie di casa-roulotte, che si trovava nel paesino di Speake. Non pensate a felici campeggiatori in vacanza: questi accampamenti di trailer house sono l’ultimo gradino su cui si rifugiano i più poveri tra i poveri, prima di scivolare nell’abisso degli homeless. Un giorno un vicino di 52 anni che si chiamava Cole Cannon bussò alla casa di Miller, chiedendo cibo. Poco dopo tornò nel suo trailer in compagnia di Evan e un altro ragazzo di sedici anni. Bevvero whiskey, fumarono marijuana, e poi litigarono. Miller gli ruppe la testa con una mazza da baseball e rubò 300 dollari dalla sua casa. Poi, per evitare di essere scoperto, pensò bene di dare fuoco al trailer di Cannon, che morì nell’incendio. L’amico sedicenne lo accusò e i giudici lo condannarono all’ergastolo, senza neppure prendere in considerazione che quando aveva dieci anni Evan era stato rimosso dalla sua famiglia, perché il padre violento lo picchiava in continuazione. Prima di commettere il terribile omicidio per cui è stato condannato, il giovane Miller aveva tentato il suicidio sei volte, era stato curato per malattie mentali, aveva passato diversi anni in orfanotrofio e usato droghe. Ma tutto questo non aveva avuto alcun impatto sulle deliberazioni dei giudici. Il caso di Kuntrell Jackson è ancora più surreale. Viveva a Blytheville, in Arkansas, in un comprensorio di case popolari dove criminalità e tossicodipendenza erano la regola. Il padre lo aveva abbandonato quando era piccolo e il fidanzato della madre aveva preso il suo posto, abusando fisicamente di Kuntrell. Risultato: due settimane dopo aver compiuto quattordici anni, Jackson e due altri ragazzi avevano deciso di rapinare un negozio di video. La commessa si era rifiutata di aprire la cassa e quindi le avevano sparato in faccia, uccidendola. Kuntrell non era stato accusato di aver premuto materialmente il grilletto, ma era stato condannato lo stesso al carcere a vita. I ricorsi presentati dalla Equal Justice Initiative non discutono la brutalità dei delitti commessi dai due ragazzi, ma l’appropriatezza della pena, che violerebbe l’Ottavo emendamento della Costituzione secondo cui sono proibite punizioni crudeli e inusuali. Non è crudele e inusuale – si chiede l’appello – giudicare irrecuperabili due bambini di quattordici anni? A quell’età il carattere non è formato e spesso si agisce sulla spinta dell’istinto, o della pressione di coetanei, di altre persone e di ambienti frequentati. I reati commessi meritano comunque una pena, ma destinare due ragazzini a morire in carcere perché la società non pensa di poterli rieducare non condanna questa stessa società all’accusa di essere incivile? La Corte Suprema martedì ha dato l’impressione di essere incline ad accettare gli argomenti del ricorso. Il massimo tribunale Usa sta meditando da diversi anni questi temi, e sembra aver scelto già un indirizzo generale, soprattutto grazie alla decisione del giudice «centrista» Anthony Kennedy di schierarsi spesso con i quattro colleghi liberal su problemi simili. Ad esempio nel 2005 la Corte ha vietato la pena di morte per i reati commessi prima dei diciotto anni d’età, e nel 2010 ha stabilito che i minorenni non possono essere condannati all’ergastolo per reati che non siano omicidi. Ora, da qui all’estate, rimane da compiere un ultimo passo per distinguere gli Stati Uniti da ciò che resta del Medioevo giuridico.

L’articolo completo e gli approfondimenti sono disponibili all’indirizzo: http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/447345/

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