Discorso della Preside in occasione del 25 aprile

Autorità, rappresentanti delle Forze Armate e delle Organizzazioni della Resistenza, cittadini

mi sento onorata dal fatto che quest’anno tocchi a me, una donna di scuola, tenere il discorso commemorativo del 25 aprile.

E voglio ringraziare per questo onore, che vivo con grande emozione, e per la sensibilità, segno di un’attenzione per un mondo, quello della scuola, rappresentato attraverso la mia persona, che ha come mandato specifico un compito di grande responsabilità: mantenere viva la memoria che fonda le radici sane di questo Paese, e nello stesso tempo proiettare il proprio sguardo e il proprio impegno in un orizzonte più vasto di futuro, per la formazione e la crescita culturale e civile delle giovani generazioni. Ad esse, noi adulti impegnati nei diversi ruoli della società, abbiamo il dovere della testimonianza coerente, del rigore morale e professionale, dell’impegno generoso, della passione civile.

La scuola come ponte, tra una tradizione di valori civici, di diritti sociali, di conquiste di civiltà e di dignità umana ormai irrinunciabili, e una nuova cittadinanza da costruire, alla luce di canoni nuovi, di una realtà in rapido divenire, di una trasformazione così veloce da travolgere ogni confine e ogni certezza, facendo della complessità il dato quotidiano con cui misurarsi.

Non saremo in grado di leggere questa complessità, e non potremo cercare di dipanarla, se non attingeremo alla fonte cristallina della nostra storia migliore.

Per questo motivo, per questo compito che sento profondamente, ho sempre vissuto la data del 25 aprile come un giorno importante, per la mia storia personale, per la mia storia professionale e per quella, certo più grande e di sicuro più significativa, del nostro Paese.

La fine dell’orrore della guerra, la conquista della libertà, il ritorno della democrazia dopo la notte del nazifascismo, segnano in modo indelebile la nascita della nuova Italia e, più oltre, della nuova Europa.

E a tutto questo, il movimento di Resistenza e la lotta di Liberazione culminate nel 25 aprile 1945 hanno dato un contributo straordinario.

Migliaia di giovani, di donne e di uomini hanno scelto allora di mettere a rischio la vita e ogni sicurezza, per servire la causa della verità e con essa gli ideali di libertà e di eguaglianza.

Il 25 aprile ’45 l’Italia usciva stremata da vent’anni di dittatura che avevano portato guerra, miseria e oppressione, e dalla occupazione nazifascista con il suo carico pesante di morti, di deportazioni, di stragi.

Quella data poneva termine ad una guerra che aveva raggiunto livelli di atrocità terribili, con i campi di sterminio, la tragedia della Shoah, le città distrutte dai bombardamenti, i vagoni piombati che attraversavano l’Europa. L’Italia usciva devastata materialmente, ma non piegata moralmente.

Proprio la lotta di Liberazione aveva ridato speranza e dignità al popolo italiano e da quelle vicende storiche, da quei fatti drammatici, sono nate la nostra Repubblica e la nostra Costituzione.

Un nuovo concetto di Patria vide la luce allora, grazie alle centinaia di migliaia di partigiani che lottarono e morirono combattendo, ma anche grazie alle centinaia di migliaia di militari italiani che seppero fare la scelta giusta in un momento drammatico e, di fronte alla durezza dell’occupazione tedesca, presero la via della opposizione e della lotta. E vanno inoltre ricordati i tantissimi soldati degli eserciti alleati, che lasciarono la vita lontano dalle loro terre e dalla loro patria, sacrificandosi per un più grande ideale comune.

Giovani, donne, uomini di chiesa, persone di diverse età, cultura, provenienza sociale e politica parteciparono alla liberazione del Paese.

Storie personali confluirono in un grande movimento comune, la microstoria si fuse allora con la storia collettiva.

L’idea vera della Patria nasce lì, in quel movimento di popolo che si riscatta, lontano dalla retorica vuota e pericolosa dei regimi.

La Patria degli uomini liberi e forti, capaci di misurarsi anche duramente sul piano delle idee, ma capaci di rispettarsi e di riconoscersi nella stessa comunità democratica.

Va riconosciuto che anche nella lotta di liberazione non fu sempre così, nemmeno in quella vicenda eroica sono mancate debolezze, errori e tragedie. Abbiamo il dovere di non tacerle.

Proprio nei prossimi giorni il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si recherà alle malghe di Porzùs, dove si svolse uno dei drammi più terribili di quegli anni, per troppo tempo taciuto e rimosso.

Anche questo per non dimenticare, per attraversare con la memoria anche la storia più scomoda, per dare conto di un conflitto ideologico irrisolto anche tra coloro che insieme combatterono contro la tirannia nazifascista. Un conflitto che ha attraversato l’Italia a lungo, col rischio di avvelenare le menti e i cuori delle giovani generazioni, fino a sfociare negli anni terribili del terrorismo.

E la presenza del nostro Presidente a Porzùs, la sua alta magistratura morale, le sue parole che ancora ieri sono risuonate come monito per tutti, sono il segno consolante di un’Italia riunificata attorno agli stessi, grandi, valori comuni.

Ogni anno, il 25 aprile, a Pordenone, da questa piazza, muoviamo in corteo verso i cippi e le lapidi che ricordano i nostri martiri caduti per la libertà.

In tutti i nostri paesi sono scolpiti i nomi dei tanti giovani che allora hanno scelto di lasciare le loro case, le loro campagne, i loro mestieri, i loro affetti, per difendere un ideale più alto. Una lotta costata nella nostra provincia più di duemila vittime fra partigiani, civili, militari, deportati. Lo abbiamo sentito nella motivazione della medaglia d’oro.

La cerimonia di oggi rende omaggio a quel tributo di sangue, al sacrificio di quei martiri della libertà, come Franco Martelli, come Terzo Drusin, sulle cui lapidi saranno oggi deposte corone, come i tanti i cui nomi sono per noi registro d’onore.

Ma quei nomi, quelle lapidi, dobbiamo farli vivere nel ricordo delle nuove generazioni.

E la scuola può e deve assumere un ruolo fondamentale per mantenere la memoria, anche quando i testimoni diretti di quel tempo non ci saranno più.

Una memoria che non valga ad alimentare antiche divisioni, ma che serva a conservare quel filo indistruttibile di continuità, tra il sacrificio di chi ha dato la vita per la libertà e chi è chiamato a conservare quella libertà oggi e per sempre.

Piero Calamandrei, che fu tra quanti si batterono per dare un futuro diverso all’Italia, ha indicato soprattutto ai giovani e agli studenti, parole straordinariamente chiare, che a tanti anni di distanza da quando furono pronunciate, conservano una sorprendente attualità. Diceva così:

“… il compito degli uomini della Resistenza non è finito, tutti sentiamo che c’è ancora qualcosa da fare. Gli uomini della Resistenza devono aiutare i giovani, che saranno i governanti di domani, a diventare la nuova classe politica, consapevole del passato e custode di quei valori che il passato ha lasciato all’avvenire. … La Resistenza non è un partito, non deve essere un partito. Ma essa può essere un incontro, un colloquio, una presa di contatto, un dialogo: un avviamento, fra avversari politici, ad intendersi e a rispettarsi. … Quello che unisce, non quello che separa. …”

Queste parole di Piero Calamandrei sono ancora vere, nel tempo difficile che oggi viviamo, un tempo che rischia di apparirci senza speranza.

La crisi del sistema economico è infatti anche crisi morale e di valori, in grado di minare la stessa struttura della democrazia, le condizioni della rappresentanza.

Ma per ciò stesso, proprio questo è il tempo in cui ciascuno è chiamato a dare il meglio di sé, il tempo in cui le persone per bene si debbono dare la mano per sentirsi insieme, unite dallo stesso compito condiviso, per far prevalere il senso della giustizia, della legalità, del dovere e della responsabilità, dell’accoglienza e della solidarietà.

Lo dobbiamo a quelli che hanno combattuto la buona battaglia, si sono sacrificati, hanno sofferto, hanno pagato un prezzo elevato, hanno pensato a noi che saremmo venuti dopo, hanno fatto rinunce per un Paese nuovo, uno, unito, liberato, un Paese di gente libera e operosa, un Paese pieno di bellezza.

Si tratta di un dovere che non si può delegare, ciascuno lo deve prendere per sé, senza immaginare che tocchi ad altri, perché non può andare dispersa quell’eredità preziosa che ci è stata consegnata il 25 aprile del 1945.

Teresa Tassan Viol, Dirigente Scolastico

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