Dieci cose (che credo di sapere) sulla crisi

Alcune brevi (e caustiche) osservazioni sulla crisi attuale.

1. Perché si prendono ostinatamente provvedimenti di politica economica, a partire da una teoria affascinante ma empiricamente falsa, quella del mercato autoregolato? Fatte le debite proporzioni (e con tutte le cautele metodologiche possibili), è un po’ come cercare di costruire aerei in grado di volare affidandosi alla fisica aristotelica.

L’impressione è che la “mano invisibile” del buon vecchio Adam Smith si stia dirigendo verso “zone” piuttosto delicate. Speriamo sia interessata solo alla tasca dove solitamente teniamo il portamonete… Sarebbe, tutto sommato, il male minore.

2. Quando ha formato il nuovo esecutivo e nelle settimane successive, Mario Monti sembrava sicuro di sé e capace di arginare la crisi. Perché dava l’impressione di sapere che cosa fare. Ora, appare molto più incerto e disorientato: non solo per le resistenze (tutte italiane) di destra e di sinistra che lo frenano nella sua azione di governo, ma soprattutto perché, agendo all’interno di un paradigma, non sembra avere gli strumenti per affrontare una crisi che per molti versi è inedita e che, prospettando un nuovo paradigma, richiederebbe strumenti teorici e operativi alternativi. Forse dovrebbe leggersi La struttura delle rivoluzioni scientifiche (1962) di Thomas S. Kuhn.

3. Nel 2003 il sociologo Luciano Gallino pubblicò un piccolo libro, dal titolo anticipatore: La scomparsa dell’Italia industriale. Come fu accolto quel testo che analizzava il declino di alcuni settori industriali (chimica, informatica, aereonautica e comparto automobilistico) nei quali l’Italia era stata, negli anni precedenti, un attore economico importante? Se non ricordo male, nel totale disinteresse. Al massimo, qualcuno che accusava Gallino di essere una Cassandra o di non aver compreso, perché nostalgico del passato, che il futuro era nel postindustriale e nell’immateriale; o nel “piccolo è bello”. Insomma: vendere e comprare, vendere e comprare, vendere e comprare. Non certo produrre, tantomeno produrre beni materiali, quelle merci pesanti che richiedevano investimenti, ricerca, organizzazione del lavoro, capannoni, macchinari, quadri, impiegati, operai e perfino sindacati. Oggi, tutti, soprattutto gli economisti, dicono queste cose, anche perché, nel frattempo, in Germania il gruppo Volkswagen è diventato uno dei leader mondiali dell’industria automobilistica. Sono loro gli apologeti (senza memoria) del presente, gli opinion leader, coloro che ci spiegano, dimenticandosi di esserne stati i protagonisti o quantomeno i teorici, perché le cose sono andate in questo modo. Cioè abbastanza male.

E Gallino? Gallino chi?

4. È molto interessante constatare che, intervenendo a livello costituzionale con l’obiettivo vincolante del pareggio di bilancio (il Fiscal Compact), di fatto Keynes è messo fuori legge. Quel Keynes che contribuì al superamento della crisi negli anni Trenta e che indicò la strada per le decisioni di politica economica dell’età aurea del capitalismo nel Secondo dopoguerra. Era da un bel po’ di tempo che non si sentiva salire così forte l’odore di eresia (e la puzza di bruciato).

5. Ma allo stesso tempo, si chiede di scorporare dal calcolo del deficit, non contabilizzandole, le spese per investimenti strutturali. Mi pare che questa “trovata” si chiami Golden Rule. Cioè, si richiede di operare, keynesianamente, in regime di deficit spending. In parole povere: si chiede all’Europa l’autorizzazione a impiegare risorse pubbliche per realizzare infrastrutture materiali e immateriali (al fine di dare lavoro, reddito e, di conseguenza, incrementare la domanda), “facendo finta” che tali spese non aumentino il debito. Come? Non mettendole a bilancio. Magia!

6. Rigore e crescita, rigore e crescita, rigore e crescita, rigore e crescita… È questo il mantra che da qualche giorno risuona, provocando stordimento e vertigine, sui giornali, nei telegiornali, nei talk-show e sui siti d’informazione. Sembra più una formula propiziatoria e scaramantica che una proposizione della scienza economica. Si è mai visto, infatti, qualcuno ingrassare mentre fa dieta?

7. E poi, alla prossima crisi, quando non ci saranno più Stati da “spolpare”? E quando gli Stati, divenuti “minimi” (Robert Nozick, Anarchia, stato e utopia, 1974), non avranno più risorse da iniettare nel sistema bancario e produttivo – ovvero, quando, ad esempio, un governo non avrà denaro da prestare a un’impresa affinché acquisisca un’altra impresa sull’orlo della bancarotta? Che cosa succederà? C’è da essere più preoccupati della prossima crisi che di questa. Perché quella sarà davvero l’ultima, almeno per l’Occidente.

A proposito di stati da “spolpare”: Adriana Cerretelli, sul “Sole 24 ore” del 19 maggio, (Quando il salvataggio conviene), riporta i seguenti dati: per i paesi in difficoltà dell’eurozona (Grecia, Portogallo e Spagna) sono stati mobilitati dall’Europa poco meno di 300 miliardi di euro; per salvare il sistema bancario sono stati stanziati 2.863,4 miliardi, 1.123,8 dei quali già utilizzati. Il rapporto è di uno (per gli stati) a quattro (per le banche).

8. Quando un maratoneta inizia la sua corsa, inizialmente brucia gli zuccheri, poi viene il momento dei grassi, infine, quando, per lo sforzo intenso e prolungato, non ha a disposizione altro “carburante”, trae energia consumando le proprie fibre muscolari. Ecco, questa potrebbe essere l’immagine perfetta capace di descrivere l’attuale situazione. Gli zuccheri e i grassi sono finiti. Ora stiamo passando al terzo stadio.

9. L’economia capitalista, negli ultimi decenni del Novecento, si è “mangiata” la classe operaia; ora sta destrutturando gli strati più deboli della classe media; tra non molto verrà il turno della borghesia stessa, l’élite dirigente che fino ad ora e da più di due secoli, tra alti e bassi, ha governato l’intero processo. Il capitalismo sta diventando pura astrazione, un incessante, caotico e turbolento brulicare di flussi, traiettorie, moti (browniani) e indici sui display dei trader. Piuttosto indifferente al fatto che ci siano anche degli esseri umani in “carne e ossa”.

10. Citando il sociologo della scienza Bruno Latour (Il richiamo della modernità, approcci antropologici, 2003) verrebbe da dire che gli Europei (e più in generale gli Occidentali), come sapevano gli Indiani dei Visi Pallidi, “hanno la lingua biforcuta”, perché “fanno sempre il contrario di ciò che dicono”, noncuranti dell’abisso che stanno scavando nei pressi delle loro stesse esistenze.

Mah! Illuminatemi!

Claudio Tondo

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