CARMINA A PORDENONE

Il 26 maggio è stato un sabato poetico in tutti i sensi, per noi ragazzi del liceo – delle classi 5B e 4D del ginnasio – e per i cittadini pordenonesi, che hanno potuto vedere il centro della città, immerso in un mattino di mercato, affollarsi di poesie di ogni genere. Ogni studente ne ha scelta una, quella che più preferiva, senza limiti di periodo, genere e tematiche. La sfida però è stata declamarla, nel modo più accattivante e persuasivo possibile, davanti alle facce non sempre interessate dei passanti. Molti di questi hanno dichiarato di non avere “tempo”, altri hanno scosso la testa, andandosene. Ma noi abbiamo continuato ad innalzare la bellezza, l’infelicità o l’amore, che aveva abitato il nostro cuore con una poesia. Allora qualcuno si è fermato e, sorridendo, ci ha ascoltato, magari senza cogliere del tutto il significato di alcuni componimenti – la misteriosa inquietudine pessoana, o la voluttuosa estasi baudeleriana, e soprattutto il senso di una poesia di Montale, che si è rivelata un vero e proprio “osso” – ma in qualche modo gratificando noi e la nostra passione per la bellezza. Infatti poesia è bellezza, e che sia questa bellezza la sublimazione di verità o di menzogna, di scienza, di filosofia, o della lista della spesa, non ha importanza. E il calare questa bellezza tra le vie del centro, il condividerla con qualcuno, non solo ha fatto sì che ne fossimo arricchiti, ma ha rappresentato un’occasione di metterci in gioco e un’esperienza di importante confronto. Molti di noi confessano che, potendo tornare indietro, avrebbero scelto una poesia totalmente diversa, più “immediata”, che avrebbe accontentato noi e quelli che ci hanno ascoltato, costituendo quasi una sorta di compromesso. In questo senso i versi d’amore di Prevert sono quelli che hanno colpito di più, forse per la loro semplicità, che ha reso possibile che recitassimo Per te amore mio e I ragazzi che si amano tutti assieme, all’unisono. Forse però è stato meglio così: che la nostra scelta non sia stata influenzata da una consapevolezza di questo genere. Dopotutto non è giusto che la complessità venga sminuita: “Non mi capiscono? Che studino…” diceva Edoardo Sanguineti, e poi le poesie non sono nemmeno tutte da urlare perentoriamente alla folla: ce ne sono anche di più intime, da sussurrare appartati, sotto l’ombra dei portici, come inebrianti confessioni segrete.

Giulio Bertolo VBg

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