Ray Bradbury – Maestro del futuro

Lo scrittore Ray Bradbury, scomparso ieri a 91 anni, aveva immaginato nei racconti di Cronache marziane (1950), e nel celebre romanzo Fahrenheit 451 (1953), un futuro di avventure, tecnologia e viaggi nello spazio, arricchendo il duello letterario tra Bene e Male di fantascienza. Come Jules Verne, scrittore che lo ispirò da bambino insieme a Poe, Wells e Burroughs, Bradbury anticipava i gadget, l’iPod, i controlli via telecamera, la tv interattiva, il Web, i media in diretta 24 ore al giorno, i robot di fabbrica. Ma se il futuro fantastico lo seduceva, il presente lo deprimeva: il maestro che trasforma la Science Fiction in letteratura e si ribella al rogo dei libri e della cultura (Fahrenheit 451 è la temperatura a cui prende fuoco la carta), il ribelle confrontato all’Orwell di 1984, era in realtà un conservatore, paladino della filosofa libertaria Ayn Rand, che detestava viaggiare in aereo, non prese mai la patente, visse per mezzo secolo nella stessa casa in California e aborriva libri elettronici e Internet: «In America c’è troppo Stato, lo Stato deve lavorare per il popolo non viceversa… E quanti telefoni cellulari, troppi! Troppa Internet! Ho visto una coppia per strada, non si parlavano neppure ognuno con gli auricolari alle orecchie…Troppe macchine, buttiamole via. Vogliono che ceda i diritti dei miei libri in ebook e dico, al diavolo, io amo le biblioteche!». Le amava perché, cresciuto negli anni della Depressione, non aveva soldi per andare al college e quindi, un giorno sì e uno no, andava in biblioteca a leggere classici, Hemingway e Omero, altrimenti faceva lo strillone. Il padre, operaio, gli raccontava che l’antenata Mary Bradbury era stata bruciata come strega a Salem, nel 1692 e accendeva la fantasia del ragazzino che già a 12 anni scriveva racconti. Un mago di quartiere, Mr. Electrico, lo tocca con una spada magnetica per fargli rizzare i capelli in testa e ne rivela la vocazione: «Decisi: o mago o scrittore». Media tra le due carriere, scrive di magie con la ricetta di Simenon, ogni giorno 1000 parole, per sempre. Bradbury rivoluziona mercato e stile della fantascienza, da polpettone pieno di gergo a romanzo letterario senza troppi scrupoli tecnici. L’atmosfera di Marte si fa respirabile, non ci sono mai sigle, né linguaggio da Nasa. Le Cronache Marziane sono favole morali, gli umani arrivano su Marte e entrano in conflitto con i marziani, capaci di leggere nel pensiero ma inermi davanti al contagio di un’epidemia di varicella, come gli indigeni in America nel Far West. Quando la Terra affronta un conflitto atomico, i pionieri superstiti sono a un bivio etico: continuare un percorso di distruzione e razzismo, con il rischio che solo gli androidi sopravvivano, o riscattare dignità e umanità? Nell’America di Fahrenheit 451 i libri sono fuorilegge e i pompieri, come Montag, devono bruciarli. Quando l’incontro con l’ingenua ragazza Clarisse allerta Montag che forse i libri valgono qualcosa, il vigile del fuoco prende a contrabbandarli e leggerli, scopre con il professor Faber che esiste una rete clandestina di stampatori, lettori e amici che imparano a memoria i classici per tramandarli e si ribella. Inseguito in diretta tv – qualcosa che vedremo davvero sui teleschermi nel 1994 con la fuga in autostrada dell’ex asso del football OJ Simpson – Montag riesce a unirsi alla resistenza: imparerà a memoria il libro dell’ Ecclesiaste . La critica ha spesso visto nel romanzo – da cui il regista Truffaut ricavò un bel film nel 1966 – la denuncia dello Stato totalitario del ‘900, ma Bradbury, perfino aggiungendo di pugno una postilla all’edizione tascabile di Fahrenheit 451, insistette sempre che si tratta invece del «no» all’ubiquità dei media volgari, la tv (cui pure aveva lavorato come sceneggiatore della serie di gialli Hitchcock presenta ), la scuola di massa senza stimoli, la tecnologia invasiva di tempo libero e famiglia. A «bruciare i libri» sono walkman e iPod nelle orecchie, show demenziali e soap opera prima che la politica. Così il maestro del futuro si oppose al nostro presente e quando decise infine di cedere i diritti delle sue opere in formato elettronico a Simon&Schuster pretese che venissero regalati alle biblioteche pubbliche dov’era cresciuto: per anni l’unica opera che si potesse leggere gratis era proprio Fahrenheit 45. Il regista Michael Moore prende in prestito il suo titolo per attaccare il presidente G.W. Bush nel documentario sull’attentato alle Torri Gemelle Fahrenheit 9/11, Bradbury, un moderato che aveva ricevuto proprio da Bush figlio la Medal of Arts nel 2004, prova a fermarlo, non vuole essere strumentalizzato. Moore gli telefona, si scusa, dà la colpa alla produzione, ma Bradbury non lo perdonerà. Si definiva «surrealista del Midwest», non ebbe mai il Pulitzer dagli snob, amava un’America di buon senso, perbene, anche se sbarcata su Marte. Oriana Fallaci in un’intervista del 1968 sul settimanale Europeo gli chiede perché mai volare nello spazio se noi umani soffriamo senza aria e senza acqua. Rispose: «Per la stessa ragione che ci fa mettere al mondo i figli. Perché abbiamo paura della morte, del buio, e vogliamo vedere la nostra immagine ripetuta e immortale». «A me parve una bellissima preghiera» concluse Oriana.

L’articolo completo e gli approfondimenti sono disponibili all’indirizzo: http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/457254/

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