Cosa leggono i prof – Marco Durigon

Mentre leggo il nuovo romanzo di Dacia Maraini, penso a un cimitero che ho visitato una quindicina di anni fa in Norvegia. Ci sono entrato per caso, mentre cercavo di raggiungere la cittadina di Alesund, sulla costa occidentale. Visito spesso i cimiteri quando sono in vacanza o alla scoperta di una nuova città; a volte parlo di questa consuetudine con i miei studenti, e loro si meravigliano, mi prendono in giro, temono che la gita a cui li dovrò accompagnare si trasformi in un triste repertorio di monumenti funebri.
Il cimitero è uno dei luoghi più inverosimili che l’uomo abbia mai inventato, ma è anche il luogo che forse più di ogni altro rivela il grado di civiltà dell’uomo. Visitare un cimitero significa conoscere il rapporto che un popolo intrattiene con i propri cari, conoscere come quel popolo si rapporta con la morte e quindi, in fondo, con il senso della vita.
Ciò che mi colpì, visitando questo piccolo cimitero sperduto nella campagna norvegese, fu la presenza, al suo ingresso, di alcune attrezzature per i giochi dei bambini. In Italia sarebbe impensabile: bimbi che corrono, che urlano, che inseguono una palla calpestando l’erba curatissima che circonda le lapidi. Ma soprattutto bimbi così a diretto contatto con i morti.
Che cos’è un cimitero? Molti di noi risponderebbero che è un luogo silenzioso, triste, dove ci si reca contriti per omaggiare i defunti. Eppure non sempre è stato ed è così. Alcuni documenti di età medievale e moderna ci descrivono i cimiteri come un luogo pubblico simile a un mercato o a una piazza, con tanto di botteghe e merci di ogni tipo; ci raccontano che spesso al cimitero ci si incontrava per danzare e per giocare, tanto che alcune leggi dovettero proibire l’ingresso a musicanti, mimi e giocolieri.
C’è un altro cimitero che da un po’ di tempo vorrei visitare in Scandinavia: è quello di Stoccolma. Sorge all’interno di un grande bosco, le lapidi si trovano ai piedi di enormi alberi di conifere, ai bordi di laghetti colorati di ninfee, su prati verdissimi, punteggiati di fiori. Insomma un luogo perfetto per una passeggiata romantica con la fidanzata, più che l’immagine di un camposanto. Ho citato la Scandinavia ma potrei citare i verdi cimiteri inglesi, oppure le bellissime croci celtiche che si incontrano sperdute nei paesaggi irlandesi, a segnalare la presenza di qualche morto a cui è stato concesso di riposare in luoghi stupendi, sospesi tra il verde delle brughiere e il blu intenso dell’oceano. Potrei ancora parlare di alcuni cimiteri americani o giapponesi: luoghi accoglienti, che invitano alla meditazione, al raccoglimento, a godere del silenzio e della pace.
Scrive Dacia Maraini: invecchiando il cuore si riempie di morti. Si trasforma in un piccolo cimitero che vorrei assomigliasse più al giardino fiorito di Harvard che ai cortili ingombri di cassettiere di cemento di casa nostra. I nostri cimiteri sono sempre squallidi, grigi, inospitali. Abbiamo chiuso i nostri morti come pericolosi vampiri […] dentro delle cassettiere di cemento […], li abbiamo pigiati come dei capi di biancheria […], li abbiamo accatastati uno sopra l’altro, proprio come gli orribili appartamenti moderni di periferia, fatti con materiale scadente, risparmiando sullo spazio, sul cemento, sul ferro… I morti e i vivi si possono incontrare in un giardino, in un campo, in un cortile assolato ingentilito da piante in vaso, ma accatastarli così uno sull’altro in una materia fredda e inospitale come il cemento, rivela una incapacità di immaginazione che fa rabbrividire. E’ vero: anche in Francia, in Italia, nell’Europa mediterranea ci sono bellissimi cimiteri che val la pena visitare. Non si può andare a Parigi senza entrare almeno un’oretta nei camposanti di Père-Lachaise o di Montparnasse; però anche lì il colore dominante è il grigio. E l’idea dominante è che chi è ricco o famoso può permettersi anche da morto un monumento che altri si sognano. Non molto diversa è la logica sottesa ai cimiteri delle nostre città: mentre i poveracci stanno sospesi in aria, schiacciati uno sull’altro in parallelepipedi di cemento, i più ricchi dispongono di un tempietto, di un’icona, il più delle volte piuttosto orrendi.
Pare che ci siano problemi di spazio; ma allora ci si deve chiedere come è possibile che non riusciamo a trovare una giusta sistemazione per i nostri cari. Forse la verità è un’altra: abbiamo sostituito la cura dei morti con la paura, li vogliamo lontani, ben chiusi nelle loro bare di cemento. Gran parte dell’immaginario letterario e cinematografico che ci viene in mente tratta i morti come entità subdole, violente, sempre pronte a tornare fra noi per chissà quale vendetta. Gli zombie abitano la nostra cultura, proprio come in questi giorni le maschere più orribili affollano i nostri paesi e le nostre strade per “celebrare” Halloween. E questo succede proprio in quei paesi dove il cristianesimo ha raccontato di un Cristo generoso e sacrificale, di una Madonna pura e benefica, di un Dio onnipotente che alla fine farà risorgere i morti dalle loro tombe, in un tripudio di gigli e di trombe festanti. Nella Lettera ai Tessalonicesi San Paolo definisce i morti come “addormentati”. Che sia questo sonno ad inquietare i vivi? Che sia il senso di colpa per tutto il male fatto ai perdenti? Ai morti uccisi in guerra, ai morti lasciati agonizzare per fame? Ai morti trucidati dei campi di concentramento?
L’ultimo romanzo di Dacia Maraini si intitola La grande festa ma parla di morte: lo fa con delicatezza, ma anche a viso aperto e senza inutili ipocrisie. Si rivolge a noi che abbiamo imparato a nascondere la morte, a considerare disdicevole anche solo pronunciarne il nome; preferiamo dire “è deceduto, si è spento, è mancato”, perché dire “è morto” rovina l’atmosfera, interrompe quell’edonico stato di perenne spensieratezza a cui ci siamo costretti. Philippe Ariès in un bellissimo saggio sulla Storia della morte in Occidente parlava del passaggio dalla “morte addomesticata”, conosciuta e accettata, alla “morte nascosta”, rimossa, tabuizzata. Un tempo si moriva a casa circondati dall’affetto della propria famiglia; oggi si muore in ospedale, lontano da tutti, perché chi muore non deve ricordare ai vivi che la morte esiste.
Storditi dalla modernità e in preda al delirio di onnipotenza, dapprima ci siamo convinti che la vecchiaia, insieme alla conseguente degenerazione del nostro corpo, non esiste più, poi ci siamo dimenticati dell’unico evento certo della nostra esistenza e forse ci siamo illusi di essere ormai a un passo dal traguardo che, per fortuna, l’uomo non potrà mai raggiungere: quello dell’immortalità.

Marco Durigon

3 thoughts on “Cosa leggono i prof – Marco Durigon

  1. Molto bello questo post, in cui ho trovato i miei stessi pensieri.

    A Malmoe io e mia moglie, solo dopo essere entrati nel parco tra alberi altissimi proprio nel centro della città, ci siamo accorti che quelle a terra erano lapidi. Ma subito dentro abbiamo provato una immensa serenità e la consapevolezza di essere chiamati, in quanto membri di una specie con un tempo limitato, a dare ai giorni il miglior senso possibile.

    In fondo i cimiteri sono per i morti, ma servono ai vivi.

  2. Provo lo stesso sentimento ad ogni mio viaggio, entro a vedere il cimitero del luogo che sto visitando, che sia una grande città o un piccolo paesino, non per una strana forma di voyeurismo o macabra curiosità. Per una forma di rispetto, in fondo quel posto una volta era loro.
    Mi pervade un senso di pace e di quiete, rendendomi conto che la maggior parte delle volte la nostra frenesia quotidiana e le mille preoccupazioni che tanto ci tolgono il sonno di notte… sono labili e fugaci, come la nostra esitenza.

    Un abbraccio, una vostra ex studentessa.

  3. Di slancio: non mi perdo un cimitero, dai piccoli tumuli sulla collina ai grandi giardini lambiti dal mare in Finlandia. Ho visitato e reso omaggio ad antiche tombe monumentali, sono discesa come in una catabasi nei sotterranei umidi dove stagna il profumo dolciastro di fiori mezzi e salita in alto a indagare i ritratti e le foto tessera dei condomini di pietra o marmo, dove i loculi si sovrappongono senza timore di perdere in originalità. Perché? Comprendi nella città dei morti come vivano i sopravvissuti; puoi intenerirti per i fiori strappati e per la saggezza che immagini si sia perduta con la scomparsa di grandi vecchi…,Ma cercando tra le lapidi puoi anche imbatterti i chi potresti aver conosciuto e la fantasia buona e ormai disinteressata t’invade. Un premio insperato è stata la scoperta di miei antenati francesi in un cimiterino della Provenza. Ciao

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