Usiamo troppi caratteri?

fontsDall’invenzione della stampa tipografica fino all’avvento del desktop publishing, progettare e costruire caratteri era un mestiere. Anzi, più di un mestiere: un’arte. Nei secoli, straordinari designer hanno tracciato la storia della stampa, contribuendo a creare caratteri (molti dei quali in uso ancora oggi) e a tradurre, in un certo senso, i sentimenti artistici, politici e sociali delle rispettive epoche in aste, ascendenti e discendenti. I nomi li conosciamo: Jenson, Garamond, Bodoni, Didot, Baskerville, Clarendon, Novarese. All’epoca, la vita di un carattere era relativamente breve: cambiavano le epoche, certo, ma con esse anche la tecnologia; inoltre, si deterioravano i materiali con cui i caratteri erano costruiti – contribuendo di fatto a dotare i caratteri di una sorta di ciclo naturale, di vita e di morte.
Negli ultimi venticinque anni, tuttavia, c’è stata una tripla rivoluzione: sono cambiate radicalmente le tecnologie di progettazione (il desktop publishing), di conservazione (i font digitali) e di diffusione (la Rete) dei caratteri, contribuendo all’esplosione del settore. I pochi affermati designer del tempo sono diventati migliaia; e i font disponibili sono passati da qualche centinaio ad oltre 150.000 tra vecchi, nuovi, ridigitalizzazioni e nuove edizioni. Caratteri costruiti talvolta con set incompleti o parziali, ma con una stessa caratteristica – straordinaria per certi versi, ma anche altrettanto preoccupante: la vita eterna.
Non è un caso che, qualche anno fa, un’autorità come Massimo Vignelli (uno dei maggiori designer italiani, newyorchese d’adozione, classe 1931, modernista sfegatato e progettista per clienti del calibro di American Airlines, Benetton, Metropolitana di New York e così via) abbia dichiarato:

La ragione per cui ci sono così tanti caratteri è perché c’è un business dietro, non un reale bisogno. […] Se tra una famiglia e l’altra di caratteri selezionassimo i migliori, e poi i migliori dei migliori, finiremmo con al massimo una dozzina di caratteri. E quelli sarebbero i caratteri ideali e sufficienti per qualunque progetto.

La dichiarazione non mancò di sollevare un certo vespaio nel mondo dei type designer, che contestavano a Vignelli il fatto che dodici caratteri sarebbero stati davvero troppo pochi: applicando lo stesso sistema alla nostra vita, dovremmo avere solo dodici tipi di case diverse; dodici tipi di tavoli o sedie, ponti, automobili. Perché non è così? Perché dopotutto siamo ricercatori senza pace del “sempre migliore”. Del più funzionale, più comodo, più forte, più resistente, più verde, più semplice, più complesso, più economico, più grande, più piccolo, più leggibile, più bello. L’irrefrenabile spirito di progresso, l’ossessione per la creazione: ecco cosa siamo.
Ciononostante, un aspetto è innegabile nel type design moderno: molti, moltissimi designer creano typeface solo perchè possono farlo (in virtù delle tre grandi rivoluzioni di cui abbiamo parlato) più che per vero spirito creativo. Il risultato sono tonnellate e tonnellate di set incompleti, brutti, grossolani, imprecisi, inutilizzabili o, nella migliore delle ipotesi, scopiazzati da un “padre” più autorevole. Una marea di immondizia tipografica che, diciamoci la verità, non contribuisce certo al progresso della tipografia moderna.
Finché manteniamo e diffondiamo gli stessi font in eterno o, peggio ancora, ne creiamo di pessimi o plagiati, che spazio possiamo fornire ai buoni caratteri di domani? Finché i designer, per comodità, abitudine, disponibilità, continueranno a scegliere il Times New Roman (o Garamond, Helvetica, Arial o – dio ce ne scampi – Comic Sans), come distingueremo il futuro della tipografia dal suo passato? Come distingueremo un carattere nuovo, possibilmente ben fatto, intelligente e versatile da uno vecchio – altrettanto ben fatto, per carità – ma, questo è il punto, passato? Come contribuiremo all’avanzamento della tipografia moderna verso la meritata evoluzione, aiutando i Jenson e i Bodoni di domani ad emergere e tracciare nuove strade?
Una risposta c’è: evitiamo dove possibile i classici del passato. Acquistiamo nuovi font di designer viventi, contribuendo col denaro al loro sforzo. Informiamoci, cerchiamo, scopriamo nuovi talenti e nuovi caratteri. Usiamo e convinciamo gli altri ad usare font del presente. Affrontiamo la sfida, proviamo nuove strade. Tra gli oltre 150.000 font presenti sul mercato oggi, si nascondo gemme straordinarie che aspettano solo di essere scoperte e meritano di essere comprate, usate, diffuse con la stessa energia con cui vengono usati e diffusi i font del passato.

rivistainutile.it

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