Rita, la Mente superiore che amava Cime tempestose

levi montalcini«Le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di “mostrare” niente, se non la loro intelligenza».

Rita Levi-Montalcini non amava i salamelecchi. A chi abbondava in lodi e formalismi regalava il suo sorriso da Gran Signora, che ne ha viste e superate tante, e un’occhiata fredda. In Senato, si dice, di quegli sguardi gentili e alteri ne ha dovuti spargere parecchi. Non ci perderemo allora in elogi semplici, seppur meritati, né in un lungo elenco dei suoi successi di scienziata. Nessun “coccodrillo”. Tutto questo lo troverete altrove.
Parliamo, piuttosto, del suo spirito indomito. Quello che tre anni e mezzo fa, quando varcò la soglia dei 100 anni, perfino Nature le riconobbe con un inchino: “Tiny though she is, Rita Levi-Montalcini tends to command attention”.
Benchè così minuta, tende a dominare l’attenzione, scrisse la prestigiosa rivista scientifica ricordando come, nel 2006, la senatrice a vita avesse tenuto in scacco il governo italiano, con quel suo fisico fragile e antico, e avesse costretto alla resa il Professore, che in quegli anni era Prodi: l’allora premier voleva far passare un bilancio con pesanti tagli alla ricerca scientifica, dovette ripensarci. “L’Italia – e probabilmente il mondo intero – non hanno mai avuto una scienziata come lei”, concludeva Nature.
Questa era Rita Levi-Montalcini, la Lady of the cells, come la chiamano in Usa. Diceva che il suo cervello di centenaria, grazie allo studio e all’esperienza, era meglio di quando ne aveva 20. E di cervelli sapeva molto, la fondatrice dello European Brain Research Institute (Ebri). Eppure il suo cervello non doveva essere affatto male anche quando era una giovane ebrea in un’epoca in cui essere ebrei era una condanna a non vivere, se non a morire. Con un padre in casa, che non credeva necessaria l’educazione superiore per le donne (meglio mogli e madri a tempo pieno, secondo lui e il sentire dell’epoca), e con un Mussolini a Roma, che con le leggi razziali buttò fuori lei e tutti gli ebrei dall’università, costringendola a studiare come una clandestina. La sua camera da letto diventò il suo laboratorio. Lei andò avanti. Anche quando il mondo accademico e scientifico rifiutò a lungo di credere nella sua scoperta – il fattore di accrescimento della fibra nervosa o NGF –, scoperta che ha spiegato finalmente come le cellule “si parlano” l’una con l’altra.
Il premio Nobel non poteva non arrivare. Tutto questo si sa. Quello che forse si conosce meno è che Rita Levi-Montalcini, oltre a studiare le cellule e i cervelli, credeva in un mondo dove le donne, tutte le donne, avessero una chance. O se la prendessero. E dove tutte le donne fossero libere di scegliere, come lo era sempre stata lei, nonostante tutto. Nella prima metà degli anni Settanta partecipò alle attività del Movimento di Liberazione Femminile, prendendo posizione su temi caldi come il divorzio e l’aborto. Nel 1992 istituì la Fondazione Levi-Montalcini Onlus, con il motto “Il futuro ai giovani”: il suo primo obiettivo fu varare una serie di borse di studio destinate all’educazione delle donne africane, «per incrementare le loro opportunità di diventare scienziate». E lungo tutta la sua lunga vita ha combattuto per favorire l’ingresso femminile nel campo della ricerca.Fedele ad una certezza, supportata dai suoi studi neurologici: «Le nostre capacità mentali – uomo e donna – sono le stesse: abbiamo uguali possibilità e differente approccio». Le donne, aggiungeva spesso in privato, hanno molto più intuito.
Rita Levi-Montalcini, la donna di classe, elegante, determinata, la sera, sul comodino, spesso teneva un romanzo d’amore. Il suo preferito, confessò a un giornalista americano, era un classico, Cime Tempestose di Emily Bronte. Perché pure la scienza fa rima a volte con passione. Anche se poco o nulla si sa dei suoi amori, a parte un breve fidanzamento durante gli studi di medicina.
A noi piace ricordarla così. Genio fragile e passionale con una tempra d’acciaio. E stasera guarderemo in alto, verso il cielo, e non sarà un gesto di fede. Lassù c’è un asteroide che porta il suo nome, il 9722 Levi-Montalcini, scoperto nel 1981. Ragazze, alzate gli occhi e prendete esempio.

Sara Gandolfi, corriere.it

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