Mistieròi/Mistirús di Zanzotto e Giacomini


ZanzottoPresentazione del libro Mistieroi/mistirus 
di Andrea Zanzotto e Amedeo Giacomini (Nuova edizione, Comune di Pordenone editore, 2012) a cura di Pietro Gibellini e Matteo Vercesi dell’Università di Venezia.

Mercoledì 6 marzo – ore 18.00 Sala conferenze “Teresina Degan”, Biblioteca Civica – piazza XX Settembre
Saranno presenti Marisa Zanzotto e Sandra Giacomini
Dalla postfazione di Davide Maria Turoldo
Voglio dire appena alcune note personali. Per esempio, la straordinario gioia di vedere i Mistieròi di Zanzotto tradotti in friulano, nella mia forte e armoniosa lingua d’origine. (Tradotti eccome! Si può dire ricreati: testi da poeta a poeta, perché anche Giacomini, il traduttore, è poeta; pure lui immerso nelle dolci “acque” della lingua materna; anche lui inquieto cercatore della “fonte”; insoddisfatto e impaurito, alla pari di Zanzotto, dell’aria di “genocidio” che spira intorno e dentro – anche se ancora in sordina – la sorte della lingua nazionale).
Perché questa straordinaria gioia? Perché mi sembra di essere diventato quasi un parente di Zanzotto; fatto a me assai gradito per via della stima e della fede che ho provato fin da quando ho conosciuto – nella misura a me possibile – sia l’uomo che la sua poesia. Appunto il carattere umano di Zanzotto, quasi un fanciullo.
Dico: nella misura a me possibile, proprio perché mi sento tanto diverso da lui e insieme attratto, fino a scoprirmi bisognoso della sua arte e umanità. Due aspetti che in lui si fondono fino ad essere inscindibili. Tutta l’avventura di Zanzotto è poesia vissuta; si può anche dire vita come confessione di poesia: un inventare la vita e il mondo da capo e di continuo; per salvare il salvabile dal diluvio universale. Verità biblica più reale di quanto non si pensi. Scrivendo, ora, queste righe, mi pare quasi di sdebitarmi; è un’occasione per parlare di lui nel modo a me più conforme, dell’uomo appunto: perché mi so troppo sprovveduto di malizia critica, o comunque fuori da tutte le controversie e urgenze e scontri di avanguardie e non, fuori dalla bufera che continua ancora a soffiare sull’intera pianura letteraria.
Dirò dunque: più che di uno Zanzotto “uomo-laboratorio”, noto non solo all’Italia, poeta delle più ardite esperienze, della ricerca insonne di una verità che sta “dietro il paesaggio” e di una bellezza quale luce interiore delle cose, – bellezza contemplata allo stato “vocativo”-, ciò che più mi colpisce è la sua fede.
Fede che lo rende a volte perfino dannato, arso nella ricerca e nella conquista del regno perduto, nell’attesa di “pasque” che non si avverano mai, perché mai esplose allo scadere del solstizio(sempre mobile) di Dio. E poi, quest’uomo che è un rabdomante del mistero della lingua.
Provate voi a passare qualche serata a parlare con lui di Eros e Agape, a parlare di Ethos; oppure intorno alla Grazia; e domandategli del senso della notte che si annida nel fondo dell’Io; e poi dei sentimenti e della preghiera e della magia, o di chi sa cosa ancora.
Fede che non saprei come definire. Fede che aiuta la mia fede di cristiano e di frate. Fino al punto di sentirmi confortato e irrobustito nella mia stessa fede.
La battaglia di Zanzotto io la vedo portata su due fronti (oltre, naturalmente, la proclamazione de “La beltà” come primato divino): sul fronte della libertà, e su quello del profondo, nel senso dell’origine, del “Genesi” del creato e della lingua. Donde, dopo aver suonato tutte le corde degli strumenti linguistici, dopo la stessa frantumazione della parola, dopo aver esaurito tutti i codici: filologico, sintattico, glossolalico, fino ad arrivare allo stato afasico, alla inespressività assoluta , anzi alla perdita della parola, eccolo tentare la via del pre-linguaggio: il petèl “linguaggio di bambini piccolissimi (e forse delle stesse uova)”. È un ritorno a piena vela, appunto, al dialetto: con Filò prima, poi con altri straripamenti, ed ora con questo poemetto dei Mistieròi; epopea minima di presenze insopprimibili alla stessa letteratura nazionale: se si vuole credere in qualcosa, se si vuole ancora salvare qualcosa.
Il ritorno al dialetto in Zanzotto ha vari significati: è il recupero del “linguaggio del corpo”, linguaggio dell’iniziazione e della rivelazione diretta; recupero degli archetipi ancestrali, recupero di una lingua arcana, entrando in conflitto con la lingua dominante. Come dire: la battaglia per la vera liberazione dello spirito contro la lingua egemone; battaglia, in ultima istanza, rivolta con la lingua del padrone, in difesa dalle minoranze. Un avvenimento che è insieme letterario e politico. (Anche se tutto, comunque, è politico, e soprattutto è evento politico la poesia: pur quando, apparentemente o almeno temporaneamente, sembra non raggiungere il suo scopo).
In quanto al fronte del profondo, col ritorno al dialetto, possiamo parlare di una calata nel “regno delle madri”: discesa alle radici di ogni espressività; riconquista degli autentici simboli della vita e del suo ambiente. E in questo fiorire di testi letterari dialettali è tanto più importante in quanto stanno morendo i dialetti. Ciò, non solo per l’invadenza e l’alluvione senza confini dei mass-media, ma anche perché in certi ritorni al dialetto, a volta irrompono e dominano forze conservatrici, pur se inconsce. Come ha rischiato lo stesso Pasolini con il rimpianto delle lucciole. Mentre la strada che percorre Zanzotto è proprio quella che ci salva perfino da possibili ambiguità e da questi pericoli.
Così io sento questi Mistieròi, che Giacomini traduce con maestria classica e pienezza d’arte. Non solo, come dicevo, quale recupero della lingua, ma quale campo di valori irrinunciabili; a difesa di una civiltà fondante la stessa “civiltà grande”. La quale cosiddetta “civiltà grande” ore è in pericolo di morte, anche – se non principalmente – per la frattura che esiste con questa civiltà sepolta: quasi più neppure cenere che copre la brace, il fuoco necessario per continuare a vivere e creare.
Di tutto questo ci parla lo stesso Zanzotto specialmente nella prosa di congedo di Filò, con una particolarissima sensibilità al riguardo: là soprattutto dove dice che «il dialetto non può avere a che fare con le riesumazioni o imbalsamazioni “da riserva” [ma] deve essere sentito come la guida (al di là di qualunque ipotesi sul suo destino) per individuare indizi di nuove realtà che premono ad uscire».
A me questi Mistirùs evocano le figure più care della mia preistoria, del mio mondo che non voglio veder morire. Vedo la mia infanzia riconquistata, ripopolata la mia solitudine. La mia anima, la mia terra invase da un canto, da cui pure per me è sgorgato ogni altro canto, perfino la mia poesia: per quel poco di autentico e di vero che avrò saputo cantare. La vera umanità non può avere che una radice sola, la fedeltà della “madre”.
Ed ora, accanto alla gioia, come dicevo, di sentirmi imparentato a Zanzotto, almeno per questo amore alle origini, dirò anche la mia gratitudine verso di lui per aver cantato il poema degli umili, di quelli che portano sulle proprie spalle il carico dei valori: come il vignaiuolo nella gerla porta il carico delle sue uve. Per finire, dirò un ricordo legato al mio primo incontro con Zanzotto nella sua casa di Pieve di Soligo; è il ricordo di un quadro appeso appena dentro l’ingresso, un quadro che riportava l’elenco degli antichi vini della regione, in gran parte scomparsi, eppur vivi nei loro nomi e in ciò che questi nomi possono evocarci. Allora mentre aspettavo di stringergli per la prima volta la mano, mi son detto: questo la deve sapere a fondo! Cioè, avevo capito quanto Zanzotto era un uomo che sa ciò che deve essere salvato.

Nota redazionale

Il poemetto in dialetto veneto tradotto in friulano con una postfazione di David Maria Turoldo è stato tratto da: Mistieròi di Andrea Zanzotto; Mistirùs di Amedeo Giacomini. Vanni Scheiwiller, Milano 1984. (copyright 1979 by Andrea Zanzotto, Pieve di Soligo).
La raccolta di poesie Mistieròi di Andrea Zanzotto è stata  successivamente pubblicate in: Andrea Zanzotto, Le poesie e prose scelte. A cura di Gian Mario Villalta e Stefano Dal Bianco. “I Meridiani”, Mondadori, Milano 1999.
Nel 2012 Biblioteca Civica di Pordenone ha ristampato la raccolta con un’introduzione del prof. Pietro Gibellini dell’Università di Venezia

 

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