Per non copiare più si traduca anche Dante

luciano-canfora--324x230Puntuale come ogni anno giunge il preannuncio della prova di maturità classica: quest’anno latino. Sembra chiara l’intenzione ministeriale di rendere prevedibile la sorpresa, visto che il latino e il greco si alternano oramai regolarmente. Ciò non costituisce un fatto negativo, perché probabilmente aiuta gli allievi a prepararsi per tempo. È noto il lamento diffuso a riguardo degli strumenti tecnici attualmente disponibili, che consentono di raggiungere «tecnologicamente» la traduzione del brano proposto qualche minuto dopo che sono state rese note le tracce. Indubbiamente una pratica del genere depotenzia la prova, la rende superflua; e non è bello sul piano morale che questo accada. È escluso che il ministero ami farsi beffare e svuotare la prova di significato. Non vogliamo neanche ipotizzare una eventualità del genere. Ma un rimedio c’è, se solo si considera che il latino, divenuto lingua letteraria al tempo di Livio Andronico, ha seguitato ad esser tale e ha vissuto di una lunghissima vitalità tutto sommato fino ai tempi a noi vicini del Papa attualmente regnante. Il quale ex cathedra continua a scrivere, e forse anche a pensare in latino. Non c’è secolo alle nostre spalle in cui non si sia scritto in questa lingua: andando per cacumina potremmo indicare il trattato di Dante sulla Monarchia, lo scritto di Lorenzo Valla sulla donazione di Costantino, e ancora il Nuncius di Galileo, e ancora la Dissertatio de methodo di Cartesio, per non parlare di Leibniz e di Kant. E ? perché no? ? di Giovanni Pascoli. Vi è poi una immensa letteratura latina della erudizione scritta in un magnifico latino dei moderni: mi riferisco alle prefazioni dei grandi umanisti poste in testa alle loro edizioni dei classici, per fare solo un esempio macroscopico. Questo costume durò fino al Novecento inoltrato: solo di recente la Clarendon Press ha sostituito una prefazione a Sofocle in inglese alla più ovvia e tradizionale prefazione in latino. E che dire della letteratura araba tradotta in latino nell’Ottocento da grandissimi arabisti? Insomma, la possibilità di scegliere un brano che non sia dopo cinque minuti sullo smartphone dello studente è vastissima. Allargare l’orizzonte ministeriale in questo (e in altri) campi mi parrebbe cosa buona e giusta.

Luciano CanforaCorriere della Sera, 29 gennaio 2013, pag. 25

 

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