Grazie, preferisco di no. Il coraggio del gran rifiuto

noAlla carta dei diritti universali dell’umanità due voci fondamentali si sarebbero dovute aggiungere, osservava Baudelaire in una lettera giovanile (citata nella Folie Baudelaire di Roberto Calasso): il diritto sacrosanto di contraddirsi e quello inalienabile di andarsene. Chi potrebbe negare che appellarsi a tali facoltà rappresenterebbe in molte circostanze una liberazione? A ben vedere si tratta di due espressioni dello stesso gesto: irritante, disturbante, sconvolgente un ordine stabilito, uno schema prevedibile, la pace imperturbabile del buon senso o del senso comune. Il gesto cioè di sottrarsi, rifiutarsi, ridiscutersi, negarsi… dimettersi: come clamorosamente e con suprema dignità ha fatto Benedetto XVI. È indubbiamente un atto di coraggio, dacché richiede tutta la grandezza d’animo e di cuore necessaria a riconoscere e infrangere un (proprio) limite, ad abbracciare con spirito di somma libertà l’impossibile in cui è sempre riposto il germe del possibile. È, strano a dirsi, un atto da eroe. Perché strano? Perché la storia non conosce – o preferisce trascurare e dimenticare – i paladini di un simile diritto, il diritto universalmente non riconosciuto di dire di no. Chi lo esercita, e recede, si tira indietro, si nega, corre il rischio di essere frainteso. Rischia che il suo rifiuto appaia dettato dalla viltà, dall’inettitudine, dalla mancanza di coerenza o di responsabilità. Proprio il contrario di un gesto di coraggio. Poiché la storia fatica a celebrare i campioni della negazione – la forma di ribellione più difficile da comprendere e condividere -, è tra i grandi classici della letteratura che la scrittrice e filosofa Édith de la Héronnière è andata a cercarli per farli sfilare di fronte a noi come modelli tutt’altro che negativi. Ci vengono incontro con la loro storia nelle pagine di Ma il mare dice no, l’ultimo libro dell’autrice francese di remote origini normanne (pare che discenda in linea diretta da Guglielmo il Conquistatore), in uscita nella bellissima traduzione di Vera Verdiani dall’editore L’Ippocampo. Con l’intensità poetica, l’ironia e la sensibilità umana che abbiamo conosciuto e amato nei suoi libri su Santiago di Compostela (La Ballata dei pellegrini, Sellerio 2004), sulla Sicilia (Dal Vulcano al caos, L’Ippocampo 2005) e sul gesuita paleontologo Teilhard de Chardin (L’Ippocampo 2006), Édith ci parla dell’antica, sublime protesta di una ragazza, Antigone, che in nome dell’amicizia fraterna e del rispetto per la morte si oppose alle leggi dello Stato e ai comandi del re e suo zio Creonte per seppellire il fratello Polinice sottraendo il suo corpo alla voracità dei predatori della Beozia. Ci parla del timido, gentile rifiuto dello scrivano Bartleby che, declinando la sua disobbedienza nel più garbato dei modi verbali – il condizionale -, azzarda il suo «I would prefer not to…» e contravviene al suo dovere di ufficio. Rievoca le rime altisonanti di Cyrano de Bergerac che di fronte ai compromessi sociali, untuoso «lubrificante che la gente versa negli ingranaggi per rendere vivibile la vita» declama il suo «Grazie no! Grazie no! Grazie no!». E cita il mite Oblomov, l’uomo più buono, pigro e morbido mai apparso nelle pagine di un romanzo che, all’agitazione del mondo e alla smania dissennata di attività, oppone l’indolenza del suo corpaccione grasso e orizzontale. E, ancora, ecco il pompiere piromane di Fahrenheit 451 che, appassionatosi pian piano alla lettura diviene intollerante al cherosene e ostacolo all’incendio di volumi preziosi; lo Zybin resistente tra i gulag sovietici di Dombrovski; la vecchia madre Ana-No capace di sacrificarsi per il figlio fino alla rinuncia a sé, all’assoluta abnegazione. Tra i rami poi spunta il faccino del piccolo Cosimo Piovasco di Rondò, il giovane Barone rampante che, per non aver voluto mangiare un piatto di lumache, si sottrasse alle ubbie degli adulti, alla tirannia di un padre noioso, al giogo della vita familiare a costo di vivere sospeso tra gli alberi e di votarsi alla più radicale solitudine. Sono figure letterarie notissime che, presentate alla luce del loro luminoso «no», rivelano un volto nuovo. Tra loro si distingue, per una delicatezza che lascia sopraffatti dall’emozione, la giovane pianista orfana di Il silenzio del mare di Vercors che, nella Francia occupata degli Anni 40, vedendosi arrivare in casa un soldato tedesco, gli sfugge, gli nega sguardi e parole, perfino quando il giovane tutt’altro che bellicoso, ricambiato, si innamora di lei. E colpisce per la forza del suo moto interiore e delle sue parole il misterioso protagonista di La cena di Elsinore di Karen Blixen: il bel Morten che, dopo aver fatto strage di cuori femminili danesi, proprio nel giorno del suo matrimonio abbandonò la famiglia e la fidanzata e si mise per mare. Trent’anni dopo quella fuga tornò, forse come fantasma, dalle due sorelle ormai invecchiate per dare loro questa spiegazione: «Pensavo a tutte le cose grandi, pure, magnifiche che ci dicono di no. E perché mai dovrebbero dirci di sì e tollerare le nostre insulse carezze? Quelle che ci dicono di sì le calpestiamo, le distruggiamo… La terra dice sì ai nostri progetti e alle nostre opere, ma il mare dice no. E noi il mare l’amiamo, sempre».

lastampa.it

Annunci
Questo articolo è stato pubblicato in Agorà da rc . Aggiungi il permalink ai segnalibri.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...