Cosa c’è dietro l’ultima ideologia della trasparenza

andrewkeenContro Facebook. Andrew Keen, autore di “Vertigine digitale. Fragilità e disorientamento da social media” (Egea), sostiene al Festival del giornalismo di Perugia che «La trasparenza è una delle ideologie più corrosive. Per i social network ma anche per le organizzazioni che si stanno facendo strada tramite il web, da Occupy ad Anonymous, da Wikileaks al Movimento 5 stelle. Tutte si fondano sulla leggenda della trasparenza. In realtà in loro si riscontra una totale mancanza di gerarchia e leggi interne. Sono guidate da leader della folla, privi di responsabilità. Il loro scopo è cambiare, spazzare via il passato. E sostituendolo con cosa? Hanno mire distruttive, ma non sanno precisamente in che modo evolvere». Riguardo i social network, Keen rileva che «le multinazionali della Silicon Valley promuovono le reti sociali come fonte di beneficio collettivo. Ma è una menzogna per arricchirsi ai danni dei consumatori sprovveduti. E non è questione di essere disonesti: si tratta di un’operazione di marketing intelligente. Sono i cittadini che si dovrebbero svegliare per comprendere che il mito di internet è in realtà un paradosso: gli iscritti non sono proprietari di Facebook e Twitter, nonostante questi appaiano come mezzi gratuiti utili per autopromuoversi. L’inganno consiste nel far sentire gli utenti protagonisti di una rete di relazioni, alimentando così il narcisismo e il bisogno di visibilità. In realtà è uno scambio iniquo: dietro i social network ci sono dei tecnocrati che si servono dei nostri dati, ottenuti con il nostro consenso, per rivenderli e far soldi a palate. I social non sono mezzi pubblici, sono utilities private». Per Keen «si potrebbe evitare del tutto di usare Facebook, come faccio io. Un’alternativa è la ricerca di diversi modelli di business». Come alla ricerca di nuove soluzioni è sempre il giornalismo. Per Mark Little, fondatore di Storyfull, prima agenzia di stampa che trae notizie dai social network, «il problema non è che Facebook e Twitter fagocitino l’attenzione dei giovani, ma quello che il giornalismo di qualità non è mai stato supportabile e non lo sarà, dunque bisogna affiancargli altre attività». Altro problema, specialmente italiano, è quello dell’assenza di ricambio generazionale all’interno delle redazioni. Lo spiegano Ferdinando Giuliano e John Lloyd del Financial Times, autori di “Eserciti di carta” (Feltrinelli): «Le prime pagine dei quotidiani ospitano ancora le firme dei soliti editorialisti che non lasciano spazio a penne nuove. Chi scrive a 70 anni vede il mondo diversamente rispetto a chi ne ha 40 in meno. I quotidiani oggi non sono capaci di rinnovarsi ed è forse anche per questo che vendono sempre meno copie. I giovani, se solo gli fosse permesso, rinnoverebbero i giornali, insieme ai loro lettori».

twitter@rigatells
lastampa.it

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