Cosa leggono i prof: Giulia Bozzola

Il Signore degli OrfaniHo appena terminato di leggere “Il Signore degli Orfani” di Adam Johnson, e comincerò a parlarne citandone un brano:

Infilare la mano in uno scarpone alla ricerca di vecchie dita appiccicose è come piazzare una trappola in un tunnel di una zona smilitarizzata o estirpare uno sconosciuto da una spiaggia in Giappone: fai un bel respiro e vai. Jun Do chiuse gli occhi, inspirò a fondo, infilò le mani dentro gli scarponi umidicci e li ispezionò con le dita, tastandoli tutti. Alla fine piegò i polsi per arrivare fino alle punte e tirò via quello che doveva tirare via. L’operazione gli lasciò il viso incupito. Si voltò verso gli infermieri, verso la guardia, verso il detenuto quasi morto ormai condannato.

“Io ero un cittadino modello” disse a tutti. “Io ero un Eroe della Nazione”, aggiunse, poi uscì dalla porta calzando i suoi nuovi scarponi, uscì in un luogo in cui nulla aveva importanza. Da questo punto in avanti, null’altro si sa a proposito del cittadino che risponde al nome di Pak Jun Do.

Ecco, Il Signore degli Orfani è uno di quei libri che non ti lascia respirare, perché l’orrore che descrive, la spersonalizzazione dei protagonisti che assumono identità diverse con una facilità disarmante (perché questo in Corea del Nord, dove il romanzo è ambientato, è non solo possibile, ma desiderabile da parte del regime, e passivamente accettato da chi la subisce), il continuo spostamento di luoghi e persone che paiono non pensare, ma agire per un senso di legittima difesa, senza sentimenti, senza storia, senza passioni, ci riporta ad altri romanzi dove la descrizione di regimi dittatoriali mostruosi era sì realistica, ma quantomeno fungeva da monito, non era perfettamente reale.
Qui invece il Caro Leader (il Signore degli Orfani del titolo) è reale, come lo sono le prigioni, le torture, la misera vita di tutti i giorni, le notizie urlate dagli altoparlanti negli appartamenti della capitale Pyongyang che svegliano i Cittadini e li incitano a produrre sempre di più. Tutto è terribilmente reale. Immaginate un 1984 di Orwell (o forse, ancor meglio, per l’atmosfera stralunata che emana, il romanzo We del russo Zyamiatin, al quale peraltro Orwell si è ispirato) divenuto un mondo tangibile e vero. Il Winston Smith orwelliano è quindi ne Il Signore degli Orfani Pak Jun Do, cittadino coreano che prima rapisce ignari giapponesi senza provarne rimorso, poi è spia a bordo di un’imbarcazione che beccheggia su e giù tra le acque nord-coreane e quelle di Seul, quindi diventa Eroe Nazionale, successivamente prigioniero nella terribile prigione 33, e infine assume l’identità del Comandante Ga, personaggio di regime importante al fianco della bellissima Sun Moon. E nella pur palese mistificazione, Kim Jong Il fa finta di nulla, lo accetta per quello che non è, aspettando solo l’occasione giusta per distruggerlo. I narratori si moltiplicano, i punti di vista anche: quello di Jun Do-Comandante Ga, quello del regime, quello del torturatore della sezione 42. Ed è solo accettando una logica di regime folle, dove chiunque può essere chiunque altro, e dove qualsiasi inezia può portare alla lobotomizzazione con un chiodo ficcato nella pupilla, alle torture dei pubyok addestrati a tirare fuori “le biografie dei cittadini” dalle loro stesse bocche prima che finiscano sul “pilota automatico”, che annulla la coscienza e crea cittadini nuovi, candidi perché nulla sanno del loro passato, che il romanzo diventa drammaticamente comprensibile. In questo gioco di narrazioni diverse, dove tutto è possibile e tutto diventa chiaro solo a posteriori, il lettore viene attirato in un vortice di vicende che fanno del romanzo anche un notevole page turner, in cui ci si continua a domandare come sia stato e sia possibile condannare un popolo ad una simile sorte, con un regime comunista ereditario che da più di cinquant’anni mistifica la realtà. L’isolamento, ma ancora di più l’inconsapevolezza dei suoi cittadini, sono la forza del regime di Pyongyang: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. Parole già sentite, diventate drammaticamente verità.
PS   Prima di questo romanzo ho letto A Season in Hell, diario di quattro mesi di prigionia nel deserto del Sael di un inviato ONU nelle mani di Al Quaeda. Penso di aver bisogno, a questo punto, di qualcosa di leggero…consigli?

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