Vittorio Sereni, lontano dall’ideologia. Così trasformò in poesia l’esperienza

SereniA cent’anni dalla nascita e a trenta dalla morte, se esiste un trionfatore della poesia italiana del secondo Novecento, questo è senz’altro lui, Vittorio Sereni. Non che altri poeti di valore non abbiano avuto un impatto importante. Ci mancherebbe. Il secondo Novecento italiano è stato un periodo di qualità poetica davvero molto alta, e i vari Bertolucci, Zanzotto, Giudici, Fortini, Luzi, Caproni, Pasolini, hanno tutti esercitato un’influenza rilevante su chi li ha letti e ha cominciato a scrivere poesie dopo di loro. Ma è proprio da questo punto di vista che Sereni eccelle, vale a dire per vastità d’accoglienza e profondità di penetrazione, tanto più presso le ultimissime generazioni. Sereni ha fascino, colpisce, seduce anche senza volerlo. La bellezza dei suoi versi – quella bellezza che è stata anche una delle sue parole sacre difficilmente, insomma, acconsente a perdonarci. Il fatto è che la poesia di Sereni forse più di altre ci pone davanti a un uomo privo di appoggi e di garanzie esterne, di sovrastrutture ideologiche, di salvacondotti storici, perfino di uscite di sicurezza letterarie. Un uomo forte semmai delle sue stesse debolezze, della sua attenzione spasmodica verso il mondo esterno, della disponibilità a rimettere ogni volta in causa se stesso e il proprio destino di fronte agli altri e alla storia; un uomo, allora, armato anzitutto di una davvero straordinaria sensibilità ambientale, storica e perfino atmosferica, nonché di alcune grandi passioni -ossessioni, di poche inossidabili «fedeltà» (altra sua parola decisiva) che corrispondono poi sia ai motivi fondamentali dei suoi versi – l’amore, l’amicizia, la giovinezza, la gioia, la bellezza, la libertà  sia all’emozione sempre viva dei suoi luoghi elettivi: il lago Maggiore, la grande Milano del neocapitalismo, Bocca di Magra, cioè il posto di vacanza tra il fiume e il mare. Tanto più nella sua fase maggiore – Gli strumenti umani (1965) e Stella variabile (1981) – la poesia di Sereni si affida a un soggetto empirico calato in una situazione concreta e determinata, in un pieno di riferimenti storico-esistenziali e contestuali immediati. Decisiva è insomma la nozione di esperienza. La parola poetica nasce dal basso, ad altezza d’uomo, cioè nel riconoscimento dell’incertezza e provvisorietà della condizione umana. E da lì non vuole sottrarsi. Su questa linea, del resto, Sereni non ha camminato da solo, ma l’ha condivisa anzitutto con gli altri esponenti della cosiddetta terza generazione (Bertolucci, Caproni, Luzi), a cui va riconosciuto un ruolo decisivo nell’invenzione di quel nuovo linguaggio poetico che ha trasformato in profondità la nostra poesia.La misurazione reciproca tra l’individualità del poeta e la storia, ma anche tra le diverse voci dell’io, in Sereni viene giocata a tutto campo, perché riguarda al contempo le situazioni tematiche e le modalità espressive. Basti pensare soltanto allo sgretolamento dell’integrità della tradizionale pronuncia lirica attraverso la moltiplicazione delle voci, i dialoghi, le partiture drammatiche e narrative, il ricorso sapientissimo alla lingua comune o d’uso, il cosiddetto parlato (ricordo per inciso due iniziative editoriali in occasione del centenario: Poesie e prose, un tutto Sereni uscito negli Oscar Mondadori, e un’edizione commentata dei primi due libri, Frontiera e Diario d’Algeria, pubblicata dalla Fondazione Bembo e dall’editore Guanda). E dunque: la giustificazione o la condanna del proprio particolare destino, tanto più problematico per il prigioniero «senza l’onore delle armi» nei campi di concentramento alleati dell’Africa del Nord, ma anche, nel dopoguerra, per l’uomo incapace di condividere alcuna fede nelle cosiddette sorti progressive. Di qui la continua messa in questione della legittimità dei propri miti personali e l’altrettanto continua riproposizione della propria fedeltà ad essi. Da questo punto di vista non è lecito semplificare il discorso poetico sereniano, che, tra codardia e senso di colpa, è ricco, complesso, intimamente ambivalente. Se paragonato alla maggioranza degli altri poeti di riferimento del suo tempo, Sereni ha scritto abbastanza poco. Credo che abbia cercato di garantire a ogni sua poesia e, più ancora, a ogni suo verso una precisa necessità, un aspetto unico e irripetibile, perfino una certa eccezionalità. I suoi versi sono inconfondibili. E non possono essere sostituiti da altri, nemmeno dai suoi. È l’unicità, l’unicità che deriva dall’intensità, il tratto specifico della sua poesia: qualcosa che non saprei definire meglio che come una peculiare temperatura-Sereni, una temperatura di fusione che come un pulviscolo impalpabile si stende su tutto e tutto intride di sé. Il poeta è lì, in quel momento determinato, eppure porta con sé la sua intera storia di uomo, con tutte le sue attese, speranze, delusioni, rovelli, stanchezze, passioni, che si proiettano e agiscono su quella situazione particolare amplificandone indefinitamente la portata di significazione e, appunto, l’intensità. Così ogni poesia non appare mai, ma proprio mai interlocutoria, ma risulta ogni volta un concentrato d’esperienza personale, di memoria, di percezioni, d’immediatezza, ma anche di una continua, perfino estenuante meditazione (Sereni è un vero figlio di Petrarca, in questo). Non sono pochi i suoi versi o le minime sequenze di versi memorabili, versi-sentenza definitivi, che hanno toccato il fondo della cosa e appaiono allora senza ritorno: «E da quel giorno / e da quell’ora / d’amore più non ti parlai amore mio», «nulla nessuno in nessun luogo mai». Ma è nella sintassi, nell’architettura del discorso che Sereni ha forse il suo punto di forza più alto; un discorso che sembra accarezzare quello comune e che pare non avere altri punto d’appoggio che l’orecchio e la totale, onnipervasiva presenza di spirito del poeta. Un solo esempio tra tutti, dalla poesia Saba: «Sempre di sé parlava ma come lui nessuno / ho conosciuto che di sé parlando / e ad altri vita chiedendo nel parlare / altrettanta e tanta più ne desse / a chi stava ad ascoltarlo». Mirabile, davvero. Cordiale, umanissima, appassionata: la poesia di Sereni tale è rimasta fino all’ultimo, anche quando ogni cosa si scopre sempre più abbacinata dal potere vanificante del nulla. L’ultimo Stella variabile fissa anzitutto, come una certezza, il «colore del vuoto». Ma è vero che il libro finisce diversamente, nel miraggio del «colore dell’estate». Proprio così, come dalla morte alla vita.

Galaverni Roberto, da Corriere della Sera, 06 luglio 2013

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