Leonardo Goi:”I miei giorni rivoluzionari al Cairo con i ragazzi di piazza Tahrir

TahrirÈ finito il Ramadan. Quando inizio a scrivere è ancora mattino presto: dalla mia finestra, al quattordicesimo piano di un grattacielo sulla riva sinistra del fiume, il Nilo si fonde al lago di nebbia e afa che fa sembrare questa fetta di città una scenografia scomposta. C’è una fila di macchine ancora esile che percorre il ponte del 6 Ottobre, verso est. Piazza Tahrir è alla fine del ponte, poco più a destra. Un punto imprecisato che alle sei e mezza del mattino è ancora immerso nella nebbia.
Sono al Cairo da quasi un mese, e sono qui per condurre ricerche per la tesi. Sto cercando di capire le prospettive di partecipazione alla vita politica dei ragazzi universitari nel panorama dell’Egitto che verrà, il che vuol dire in buona sostanza concentrarmi sulla generazione che ha avuto il primo vero imprinting con la politica a Piazza Tahrir il 25 gennaio di due anni fa, e su come questo incontro abbia plasmato il modo di percepire se stessi e il proprio posto in mezzo agli altri.
Mercoledì 7 agosto è finito il Ramadan e mentre tornavo a casa il mio tassista ripeteva le preghiere alla radio, scacciandosi le mosche dal collo. Avevo lasciato casa alle due del pomeriggio, direzione Nasr City, il quartiere diventato famoso per la carneficina tra sostenitori pro-Morsi ed esercito. A un certo punto il taxi è uscito dalla strada principale e ha imboccato una parallela, la via di un cimitero. L’uomo s’è voltato a guardarmi e ha detto Ikhwen. Fratellanza Musulmana. Ha scosso la testa. A qualche centinaio di metri da noi sulla strada principale le macchine procedevano lente in mezzo alle file di mattoni che fino a qualche ora prima erano state barricate tra i Fratelli e i soldati del generale El-Sisi. C’era un carro armato, e uomini in kalashnikov che fissavano la strada bruciare al sole.

Per cercare di capire cosa succede e dare un senso alla mia ricerca mi devo muovere, e per muovermi intendo dire passare da un capo all’altro della città, cioè passare pomeriggi seduto in taxi cercando le domande giuste da fare a ragazzi della mia generazione con cui mi siedo a parlare davanti a un blocco per gli appunti e registratore e che nel novanta per cento dei casi, all’idea di uno straniero che fa domande di politica, misurano le proprie parole con estrema attenzione. Alla tv gira voce che gli stranieri sono spie. Che se alle proteste c’è uno straniero bisogna avvertire la polizia.

Sono a Nasr City per incontrare un ragazzo con cui già avevo parlato la settimana prima. È un membro del movimento Tamarod, “Ribellione”, ed è uno tra i tanti che ha convinto amici e parenti a firmare la petizione per le dimissioni di Morsi. Ha portato due amici, mi ha detto che sono d’accordo, che non hanno problemi a parlare. Chiedo loro se posso registrare la conversazione. Annuiscono.
C’è una domanda che faccio sempre e che fino ad ora mi ha portato fortuna, e dice più o meno così: “Come pensi che ti abbia cambiato la Rivoluzione?”. Ogni tanto mi tocca inquadrare meglio la cosa, cercare di usare altre parole, collocarla nel tempo. “Che cosa ti ha insegnato Piazza Tahrir, la caduta di Mubarak?”. Seduto a uno Starbucks in un centro commerciale nel cuore di Nasr City lo chiedo ai due amici che il mio contatto s’è portato appresso. Mi guardano, sorridendo. Uno di loro, il più alto, fissa la mia penna che aspetta, puntata sul blocknotes.

“Mi ha insegnato a non accettare di starmene zitto. A domandare i miei diritti, e ottenerli. Anche ora che forse la vera Rivoluzione sta nell’essere in grado di lavorare dentro a un nuovo sistema politico, e non più nella piazza, nelle strade. Scendere a patti con un mondo nuovo”.

Dopo un’ora e mezza di conversazione ho esaurito le domande. Faccio per ringraziare, sto per alzarmi, quando uno dei due mi chiede se ora può farmi una domanda lui. Cosa ne penso, io, di tutto questo? Della caduta di Morsi, del dilemma Colpo di Stato o Rivoluzione, dei sit-in della Fratellanza a poche centinaia di metri da dove siamo? Sono al corrente, io, che ci sono atti di tortura ai sit-in pro-Morsi? Che anche Amnesty International ha denunciato amputazioni? Li smantellerei, io, i sit-in della Fratellanza?
Questa non è la mia Rivoluzione. Dopo quasi un mese passato al Cairo questa è stata la lezione più importante, la frase che mi ripeto ogni giorno, che devo ripetermi per poter essere certo di saper ritrovare il mio posto in mezzo agli altri, in mezzo ai caffè, ai taxi, ai carri armati e alle proteste.
Questa non è la mia Rivoluzione e per tutte le giornate spese a sentire storie di violenze, di persone massacrate alle preghiere, di torture e di speranze bruciate, non saprò mai dove stia davvero la verità. Questa non è la mia Rivoluzione e i venerdì li spendo in casa mentre fuori la città scende in strada a protestare e i ponti che portano a Tahrir si riempiono di persone e la gente marcia a ritmo di clacson e tamburi. Questa non è la mia Rivoluzione e io spendo i venerdì agli arresti domiciliari a pulire casa, centimetro per centimetro. Un lavoro minuzioso che mi stacca la testa dal pensiero che sotto di me si fa la Storia e io posso solo guardarla dall’alto di un grattacielo al quattordicesimo piano sul Nilo. La mia rivoluzione igienica.
Parlo dell’idea di un colpo di Stato popolare – parlo di Obama e di McCain, dell’intrusione estera, della normalizzazione della parola terrorismo e del rischio di una pulizia politica ai danni della Fratellanza Musulmana e dei suoi sostenitori. Riscuoto successo. I tre fanno cenno col capo. Sto per andarmene quando il ragazzo mi fissa di nuovo. E in Italia? Perché non c’è ancora una Rivoluzione in Italia?
Sono quasi le otto del mattino quando finisco di scrivere. Sotto di me il traffico è rimasto uguale, Il Cairo s’è svuotata per il weekend di Eid, la festa post-Ramadan. Dall’alto della mia camera Nasr City è da qualche parte oltre Tahrir, oltre l’isola di Zamalek e i suoi alberghi, oltre il fiume.
Al ragazzo ho risposto che in Italia per ora manca la colla che ha unito assieme un intero Paese dal 25 di gennaio fino alla caduta di Mubarak– la piena consapevolezza e disponibilità a sacrificare la propria vita per aprire uno spazio nuovo, non ancora esplorato, un territorio in cui ricrearsi, e ristabilire se stessi e il modo di guardare e gli altri. Ha annuito.
Sono le otto del mattino e mentre Il Cairo si sta ancora svegliando penso che questa non è la mia Rivoluzione, e che questa lezione, per quanto necessaria, sia stata una delle cose più difficili da accettare.

Leonardo Goi, da solferino28.corriere.it

One thought on “Leonardo Goi:”I miei giorni rivoluzionari al Cairo con i ragazzi di piazza Tahrir

  1. Sì, va bene. “Non è la mia rivoluzione. ma noi e Goi dobbiamo scegliere da che parte metterci. Stiamo con gli integralisti “paratalebani” di piazza Taharir oppure con i militari golpisti? questo è il problema! Ineludibile.
    Non è la prima volta che l’Occidente per diffondere-esportare-difendere-imporre la sua democrazia favorisce l’avvento al potere di regimi antidemocratici di diritto e di fatto.

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