Stagisti, i nuovi schiavi con il miraggio del posto

cercasi_stagistaIl primo abuso è fonetico: si pronuncia alla francese. In inglese «stage» non vuol dire tirocinio, ma palcoscenico. Superato questo primo ostacolo, resta quello di cercare di capire un fenomeno amplissimo ma difficile da circoscrivere, e caratterizzato da abusi frequenti.
In Italia lo stage riguarderebbe – e stiamo parlando del solo settore privato – almeno mezzo milione di persone all’anno, secondo stime formulate dalla Repubblica degli stagisti (Rds) e dall’Isfol. Sistematicamente sottopagate, sfruttate e, non di rado, mandate via senza possibilità di conquistare un posto di lavoro vero. Molti imprenditori italiani fanno finta di dimenticarsi che lo stage dovrebbe essere un periodo di apprendimento, e, idealmente, la porta d’accesso a un mestiere.
Eleonora Voltolina, animatrice della «Repubblica degli stagisti», è l’infaticabile paladina dei diritti di una categoria spesso dimenticata dalla politica. Grazie alle battaglie della sua testata online, qualcosa in questi ultimi anni si è mosso. Raggiunta al telefono, precisa però subito che il caso Moritz Erhardt, il banchiere tirocinante morto dopo tre giorni di lavoro quasi ininterrotto alla sede londinese della Merrill Lynch Bank of America, «è un’eccezione, per gli standard italiani, a partire dallo stipendio di 2700 sterline al mese…».
Anche nel nostro Paese esiste un microcosmo di stagisti delle grandi banche o degli uffici di consulenza finanziari pagati molto bene, ma si tratta della categoria «extralusso». In generale, se un tirocinante guadagna molto, molto bene, si mette in tasca tra gli 800 e i 1000 euro al mese. E qui va fatta una seconda precisazione importante: non è uno stipendio. Non avendo gli stagisti un contratto di lavoro, né contributi pagati, la loro retribuzione si chiama «congrua indennità», «compenso» o «rimborso spese».
Il termine «congrua indennità» è quello che ha utilizzato per esempio l’ex ministro del Lavoro Elsa Fornero, che ha cercato di regolamentare la materia, e ha introdotto qualche miglioramento. Fornero ha formulato delle linee guida, che la Conferenza Stato-Regioni ha approvato e che i governatori stanno trasformando – troppo lentamente -, in leggi.
E il primo problema è proprio questo, sottolinea Voltolina: «A oggi siamo a una regolamentazione a macchia di leopardo, e finora poco più della metà delle Regioni ha completato l’iter legislativo». Oltretutto i risultati sono spesso paradossali. Nelle linee-guida si dice che il «congruo compenso» debba essere tra i 300 e i 600 euro al mese, e siccome variano ovviamente di regione in regione, se un tirocinante lavora a Novara, il datore di lavoro piemontese gli riconoscerà 600 euro; se si sposterà di 40 chilometri, a Milano, il suo assegno di fine mese raggiungerà sì e no i 400 euro.
Ma almeno sul compenso ora c’è una regola, si dirà. Peccato che le nuove regole valgano soltanto per metà dei tirocinanti, quelli cosiddetti «extracurriculari», quelli che fanno uno stage dopo il diploma o la laurea. E gli altri 250mila? «Ecco, appunto: per loro c’è una gravissima vacatio legis – si scalda Voltolina – ed è prevedibile che man mano che le Regioni si adegueranno alle nuove norme, ci sarà una fuga delle imprese a cercare gli stagisti curriculari, quelli che fanno un tirocinio durante gli studi e non comportano obblighi, per il datore di lavoro».
Un altro dramma, è quello della sindrome da «Ricomincio da capo», come nel film dove Bill Murray si svegliava sempre lo stesso giorno. Molti tirocinanti faticano, dopo la prima esperienza, a uscire dal loop degli stage. Un limite temporale in realtà c’è, ed è in media di un anno (ma dipende anch’esso dalle decisioni delle singole Regioni).
Spesso, tuttavia, finito un periodo, il datore di lavoro magari trasferisce il tirocinante in un altro ufficio, con un’altra funzione (sulla carta), e senza possibilità di avere, finalmente, un vero contratto. «È ovvio che in teoria», spiega Voltolina, «lo stage dovrebbe essere solo il primo gradino: poi il datore di lavoro dovrebbe offrire l’opportunità di un apprendistato». Altro caso frequente: lo stagista finisce il suo periodo in un’impresa e quella successiva, anche se è dello stesso settore, decide di ignorare l’esperienza già accumulata e gli ripropone un tirocinio. E il problema dei problemi, chiosa Voltolina, «è che i controlli sono del tutto ridicoli».

twitter@mastrobradipo, da lastampa.it

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