Quelli che scrivono versi in latino

fernando-bandini«Io non sono un poeta latino», protesta. Vicentino, classe 1931, fra le migliori voci della lirica secondo Novecento, è difficile figurarsi Fernando Bandini nelle tuniche di Orazio o di Giovenale. Però poeta che scrive anche in latino – e in italiano e in vicentino: Memoria del futuro, La mantide e la città, Il ritorno della cometa, Meridiano di Greenwich, Dietro i cancelli e altrove, alcune delle sue raccolte – Bandini lo è da almeno alcuni decenni. Apprezzato da tanta critica. E in questa veste lo hanno invitato al Festivaletteratura, in un ciclo di incontri che s’ intitola “Il paese più straniero”, espressione che sta a indicare l’ intenzione di riattivare i canali di comunicazione fra chi fa poesia o narrativa oggi e chi la faceva nel mondo classico, una comunicazione che persino Dante, incontrando Virgilio, temeva fosse interrotta («Chi per lungo silenzio parea fioco», dice dell’autore dell’Eneide ). «Ma non voglio che mi trattino come un fenomeno, quasi che il latino servisse a narrare di un missile spedito su Marte», dice Bandini. A Mantova si lavora così dalla prima edizione, diciassette anni fa. Ci sono gli incontri con autori che volteggiano sulla schiuma del successo editoriale e ci sono incontri come questi (Bandini è intervenuto ieri pomeriggio, con lui Massimo Natale, che insegna letteratura italiana a Verona), al confine di una riflessione accademica, saggistica eppure cadenzati da ritmo festivaliero. E anche molto, molto frequentati. Prima di Bandini, sempre ieri, tre grecisti, Anna Beltrametti, Federico Condello e Andrea Rodighiero, hanno avviato una contesa sulla traduzione dell’Antigone di Sofocle. Oggi Alessandro Fo proporrà, con Roberto Andreotti, i criteri che l’hanno guidato nella nuova traduzione einaudiana del poema di Virgilio. Che cosa chiedere ai classici è l’interrogativo che muove, sabato, il dialogo fra Andreotti e la filosofa Adriana Cavarero. Mentre Franca Grisoni e Federico Condello parlano della lingua di Medea. «Non sono un poeta latino», insiste Bandini, giocando. Bandini per un decennio ha insegnato alle elementari, poi filologia romanza e metrica all’Università di Padova. È iscritto in un’ideale linea veneta, quella di Goffredo Parise, Mario Rigoni Stern, Luigi Meneghello e Andrea Zanzotto. «Il latino non lo conosco bene», finge. «Ho studiato alle magistrali, non al liceo classico». La sua produzione nella lingua di Cicerone è invece corposa, in una delle sue raccolte più fortunate, Meridiano di Greenwich, compare un’intera sezione in latino. «Lingua morta, fuori dalla storia, e dunque capace di cogliere questioni universali», spiega facendosi serio. «Si può combinare antico e moderno: sempre che si abbia un’idea della poesia. Mi son chiesto tante volte se il latino serviva a tenermi lontano dalla lingua parlata, ma non ho mai trovato una risposta convincente. Però se avessi saputo il sanscrito, avrei scritto in sanscrito». «Tutto cominciò con un terribile errore», racconta. Un errore? «Era la fine degli anni Cinquanta, rimasi sconvolto da una mostra di disegni fatti dai bambini morti nel lager nazista di Terezin. Provai a mettere quelle emozioni in versi, ma usciva sempre un tono falso, tribunizio. M’imbattei in un inno liturgico del poeta latino Prudenzio dedicato alla strage dei Santi Innocenti. Avevo trovato la lingua adatta per lo sterminio dei bambini. Nacque Sacrum Hiemale, festa d’ inverno, che mandai a un prestigioso premio in Olanda». E l’errore dov’ era? «Usai un genitivo, larorum, invece di un altro, larum. Volevo dire “dei lari”, gli dei che proteggono la casa. Ma così era diventato “dei gabbiani”. Fossi stato a scuola mi avrebbero messo un tre. I giurati me lo fecero notare, ma solo dopo molte discussioni, non potendo escludere che io mi fossi imbarcato in un’ardita licenza poetica». Un po’ come il latino è anche il vicentino. «Fra loro c’è antica parentela, ma entrambi la esibiscono solo ai più accorti, che non sono molti. Adesso il dialetto è in un angolo, la parlata è mescolata e la sua purezza si è persa. Fino a qualche tempo fa ricevevo apprezzamenti da quelli della Lega. E mi preoccupavo. Sono un vecchio socialista. Ma in fondo loro parlavano di un dialetto veneto che non esiste. Esistono il vicentino, il trevigiano, il veneziano… Quando a Vicenza comparvero i primi manifesti della Lega, sa che cosa disse mia mamma? Disse: I xe foresti, sono stranieri». E com’era il dialetto che usava il suo amico Meneghello? «Era come quello di un etnologo». Che significa? «Glielo dissi, sa: mi sembri uno zulu che si laurea a Oxford e che poi torna fra gli zulu e osserva quella lingua come Pinocchio, diventato bambino, osservava il burattino gettato su una sedia. Meneghello non ha la nostalgia di quella parlata, di quella forza atavica. La guarda con distacco». E lui cosa rispose? «Ovviamente si arrabbiò, ma poi confessò: È vero, non gh’avea mai pensà ».

Francesco Erbani, La Repubblica, 6 settembre 2013, pag, 43

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