Capolavoro di Canova distrutto per sempre


canova-internaPrima o poi doveva succedere: il mostrificio italico ha fatto una vittima illustre. Il 2 agosto un bassorilievo in gesso di Antonio Canova è stato staccato dal muro dell’Accademia d’Arte di Perugia per essere spedito a soli 24 chilometri di distanza, a una trascurabile mostra di Assisi intitolata semplicemente “Canova”. L’operazione, affidata alla ditta di trasporti Alessandro Maggi di Pietrasanta, è stata fatale: il gesso, cadendo, si è ridotto in mille pezzi. E non c’è restauro che tenga. L’opera era uno dei pochi esemplari noti dell’Uccisione di Priamo, episodio omerico che insieme ad altre famose scene della letteratura classica ispirarono a Canova una delle sue più celebri serie di bassorilievi. Proprio come il bronzo, il gesso consente di moltiplicare gli originali, e in questi casi l’importanza dell’esemplare è legata alle circostanze della creazione: e quello di Perugia aveva tutte le carte in regola, perché era stato donato all’Accademia dagli eredi dello stesso Canova. L’assicurazione dovrebbe ripagare 700.000 euro. Magra consolazione: la nostra generazione ha distrutto qualcosa di unico e irripetibile, che non passeremo ai nostri figli.

Delitto nel delitto, su questo episodio clamoroso è scesa una coltre di silenzio: la notizia non è riuscita a evadere da scarne cronache locali, e i grandi giornali (che vivono anche del business delle mostre) si sono ben guardati dal raccontare il disastro perugino. Né il sito dell’Accademia né quello del ministero per i Beni Culturali ne danno notizia. L’unico che ha messo il dito nella piaga è lo storico dell’arte Francesco Federico Mancini, in una bella intervista al Corriere dell’Umbria. Mancini chiarisce assai bene la costellazione strumentale e commerciale sotto la quale è nata la mostra che è all’origine di quella che definisce una “gravissima perdita per il nostro patrimonio” che suscita “sconcerto e indignazione”.

La mostra di Assisi è una specie di franchising della Gipsoteca Canoviana di Possagno, l’istituzione che raccoglie l’eredità dell’artista, e che oggi è stata trasformata in una fondazione, e dunque immancabilmente cannibalizzata dalla politica. Il suo presidente, infatti, è il solito Giancarlo Galan, l’ex ministro pdl per i Beni Culturali il cui consigliere saccheggiò la Biblioteca dei Girolamini a Napoli. Il rapporto culturale tra Galan e Canova è ben chiarito dalla scelta di far realizzare  (nel novembre 2012) un catalogo di Intimissimi nella Gipsoteca: una galleria fotografica in cui tombe papali, santi e eroi classici servono a vendere mutande e reggicalze. Una scelta benedetta dall’allora sottosegretario ai Beni Culturali Roberto Cecchi (governo Monti), il quale dichiarò sottilmente che “economia e cultura sono un tutt’uno, non a caso siamo il Bel Paese”. La mostra di Assisi è l’esatta attuazione di questa linea: non ha un progetto scientifico (anche se ha un comitato che vanta direttori generali Mibac e soprintendenti: i quali forse dovrebbero lasciarlo, visto il tragico epilogo), non ha una linea culturale. È un’antologica da cassetta che sarebbe giustificata dal fatto che il fratello di Canova aveva possedimenti in Umbria: parole incredibili, ma vere, del direttore artistico culturale di Perugia-Assisi 2019, che è il carrozzone di una delle quasi venti candidature italiane a capitale della cultura europea nel 2019. Un direttore (meraviglia nella meraviglia) che è il critico letterario Arnaldo Colasanti, noto ai più per aver condotto un’edizione di Uno Mattina Estate.

Proprio il tandem europeo Perugia-Assisi è il motivo per cui la mostra di Canova (invece di svolgersi semmai all’Accademia di Perugia, dove avrebbe avuto più senso e più sicurezza) è stata programmata ad Assisi: dando la stura a un coro di esilaranti scempiaggini, come quella (avanzata dal direttore della sventurata Accademia perugina) sulle affinità armoniche tra le forme neoclassiche di Canova e i versi medioevali di San Francesco. Ma c’è poco da ridere: i cocci del rilievo di Canova ci ricordano che il mostrificio politico-commerciale in servizio permanente-effettivo non mette a rischio solo la funzione civile e culturale del patrimonio. Ne minaccia la stessa sopravvivenza materiale. Il Mibac diretto da Massimo Bray ha stoppato la terrificante mostra di Roma Barocca prevista a Pechino e annullato l’esibizione commerciale del San Giovannino di Michelangelo alla Galleria Borghese. Ma è tutto il sistema a dover essere profondamente innovato. E non è il caso di aspettare altri cocci.

(Tomaso Montanari, Da Il Fatto Quotidiano del 5 settembre 2013)

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A Pordenonelegge il Collection Day della Grande Guerra

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Pordenonelegge-Collection Day

È morto lo scrittore Alberto Bevilacqua


BevilacquaUna morte sussurrata, dopo una lunga malattia, che ora si infiamma di accuse e polemiche familiari. Alberto Bevilacqua, 79 anni, uno dei più celebri scrittori e registi italiani, è morto stamattina nella clinica di Villa Mafalda, a Roma, ufficialmente a causa di un arresto cardiocircolatorio. Ma la sua compagna, l’attrice e scrittrice Michela Miti (nome d’arte di Michela Macaluso), non ci sta e, tramite il suo avvocato Rosa Zaccaria, ha “immediatamente chiesto al pm Elena Neri di procedere con l’autopsia in modo da accertare le cause del decesso”. Fermamente contraria la famiglia, in particolare la sorella dello scrittore, Anna. Ma l’autopsia è già stata autorizzata dalla procura di Roma.
Ricoverato a Villa Mafalda dallo scorso ottobre, Bevilacqua, nato a Parma nel 1934, da mesi era in stato di incoscienza. Un ricovero spontaneo per accertamenti era confluito in una lunga terapia per malattie cardiocircolatorie. Negli ultimi tempi, poi, le sue gravi condizioni di salute avevano fatto molto scalpore. Più volte, infatti, i legali della sua compagna hanno parlato addirittura di “prigionia” da parte dei medici, chiedendo il trasferimento dello scrittore in un’altra clinica, cosa che i Tribunali civili non hanno mai permesso.
Il caso era finito anche alla Procura a Roma perché, secondo la Miti, la casa di cura avrebbe impedito il trasferimento dello scrittore in un’altra struttura attrezzata per terapie specialistiche, nonostante le sue “gravi condizioni per un’infezione multi resistente”. La Miti, non essendo sposata con Bevilacqua, non poteva legalmente pretendere il trasferimento dello scrittore. Per questo si è rivolta all’autorità giudiziaria che aveva conseguentemente aperto un’inchiesta per lesioni colpose  –  per la quale tuttavia a oggi non risultano indagati. La direzione della clinica, dal canto suo, ha sempre ribattuto che le cure sono state prestate d’accordo con la famiglia e che “non è stato violato alcun protocollo”.
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Quelli che scrivono versi in latino


fernando-bandini«Io non sono un poeta latino», protesta. Vicentino, classe 1931, fra le migliori voci della lirica secondo Novecento, è difficile figurarsi Fernando Bandini nelle tuniche di Orazio o di Giovenale. Però poeta che scrive anche in latino – e in italiano e in vicentino: Memoria del futuro, La mantide e la città, Il ritorno della cometa, Meridiano di Greenwich, Dietro i cancelli e altrove, alcune delle sue raccolte – Bandini lo è da almeno alcuni decenni. Apprezzato da tanta critica. E in questa veste lo hanno invitato al Festivaletteratura, in un ciclo di incontri che s’ intitola “Il paese più straniero”, espressione che sta a indicare l’ intenzione di riattivare i canali di comunicazione fra chi fa poesia o narrativa oggi e chi la faceva nel mondo classico, una comunicazione che persino Dante, incontrando Virgilio, temeva fosse interrotta («Chi per lungo silenzio parea fioco», dice dell’autore dell’Eneide ). «Ma non voglio che mi trattino come un fenomeno, quasi che il latino servisse a narrare di un missile spedito su Marte», dice Bandini. A Mantova si lavora così dalla prima edizione, diciassette anni fa. Ci sono gli incontri con autori che volteggiano sulla schiuma del successo editoriale e ci sono incontri come questi (Bandini è intervenuto ieri pomeriggio, con lui Massimo Natale, che insegna letteratura italiana a Verona), al confine di una riflessione accademica, saggistica eppure cadenzati da ritmo festivaliero. E anche molto, molto frequentati. Prima di Bandini, sempre ieri, tre grecisti, Anna Beltrametti, Federico Condello e Andrea Rodighiero, hanno avviato una contesa sulla traduzione dell’Antigone di Sofocle. Oggi Alessandro Fo proporrà, con Roberto Andreotti, i criteri che l’hanno guidato nella nuova traduzione einaudiana del poema di Virgilio. Che cosa chiedere ai classici è l’interrogativo che muove, sabato, il dialogo fra Andreotti e la filosofa Adriana Cavarero. Mentre Franca Grisoni e Federico Condello parlano della lingua di Medea. «Non sono un poeta latino», insiste Bandini, giocando. Bandini per un decennio ha insegnato alle elementari, poi filologia romanza e metrica all’Università di Padova. È iscritto in un’ideale linea veneta, quella di Goffredo Parise, Mario Rigoni Stern, Luigi Meneghello e Andrea Zanzotto. «Il latino non lo conosco bene», finge. «Ho studiato alle magistrali, non al liceo classico». La sua produzione nella lingua di Cicerone è invece corposa, in una delle sue raccolte più fortunate, Meridiano di Greenwich, compare un’intera sezione in latino. «Lingua morta, fuori dalla storia, e dunque capace di cogliere questioni universali», spiega facendosi serio. Continua a leggere

Riparte il blog ipoetisonovivi.com: una poesia al giorno da leggere in classe


i poeti sono vivi adesivoCon l’inizio del nuovo anno scolastico riparte il blog ipoetisonovivi.com in cui ogni giorno è proposta una poesia da leggere in classe agli studenti per avvicinarli a questa splendida esperienza estetica, che spesso a scuola passa per essere difficile, bizzarra o legata al passato, come se i poeti fossero solo quelli presenti nei manuali di storia letteraria; accanto alla straordinaria tradizione lirica del nostro Paese, è invece utile leggere anche la poesia che si scrive oggi, proprio perché è sempre un modo per parlare al presente e alle sue aporie.
Lo scorso anno intorno al blog e ai suoi canali social (facebook, twitter) si è creato un notevole movimento d’opinione sia di studenti, sia di “addetti ai lavori”, appassionati e poeti, curiosi di leggere il testo scelto, che spesso è diventato un modo piacevole per iniziare la giornata.
Inoltre da alcuni mesi il blog ha anche un’applicazione (realizzata da Alessandro Cozzarini) scaricabile gratuitamente sull’App Store.
Questa nuova “edizione”, che si articolerà dal 9 settembre 2013 sino al termine dell’anno scolastico, avrà numerose novità. Innanzitutto la redazione si è allargata e, oltre a quella già presente, formata da Roberto Cescon, Piero Simon Ostan e Francesco Tomada, ora comprende Tommaso Di Dio, Maddalena Lotter e Giulia Rusconi.
Ogni settimana ci sarà un giorno dedicato ad una poesia inedita grazie alla preziosa partecipazione di autori affermati.
Inoltre proseguiranno gli incontri a scuola con i poeti, in particolare alle scuole medie di Caorle e presso il Liceo Majorana di Pordenone.
Infine ci sarà un’importante collaborazione con tre premi di poesia aperti ai giovani: il nuovo Premio Rimini (novembre 2013), il Premio Teglio Poesia (giugno 2014) e il Premio Treviso (primavera 2014). Sarà un’occasione per valorizzare le parole dei più giovani anche attraverso laboratori di poesia nelle scuole, così da far misurare i ragazzi con questo potente mezzo capace di dirigere lo sguardo dentro le cose in un tempo che ne sente sempre più il bisogno. In particolare Isabella Leardini nella zona di Rimini continuerà la tradizione dei laboratori aperti tutto l’anno. Si ricorda inoltre che in occasione della proclamazione del vincitore del Premio Rimini (per poeti under 30) a novembre saranno proprio 500 studenti a scegliere il poeta vincitore. Anche il Premio Teglio Poesia darà vita a “Laboratori di poesia diffusi” per le scuole elementari, medie e superiori in varie regioni d’Italia, grazie alla partecipazione di Roberto Cescon, Azzurra D’Agostino, Gianluca D’Andrea, Tommaso Di Dio, Matteo Fantuzzi, Giovanna Frene, Isabella Leardini, Rossella Renzi, Francesco Targhetta e Maria Luisa Vezzali.  L’attenzione alle scuole è pertanto una delle caratteristiche essenziali di questo premio, che si sviluppa in due sezioni, la prima aperta ai poeti under 40 che scrivono in dialetto e in italiano, la seconda intitolata “Barba Zep”, interamente dedicata alla poesia nelle scuole.
Le poesie vincitrici dei tre concorsi saranno pubblicate sul blog.
Non resta dunque che accendere il computer, fermarsi un attimo e leggere le parole dei poeti, che speriamo possano aiutare i ragazzi durante l’anno scolastico e un po’ tutti noi, perché la poesia si legge in classe, ma non solo…

Heaney, la sfera magica della poesia


Seamus HeaneyProvo a fissare in un’unica immagine la vicenda poetica di Seamus Heaney e mi vengono in mente alcune parole di Josif Brodskij che risultano davvero perfette. «L’atto di conferire a un luogo lo status di realtà lirica», sosteneva Brodskij, «comporta più immaginazione e più generosità che non l’atto di scoprire e sfruttare qualcosa che era già creato». È vero infatti che d’immaginazione e di generosità Heaney ne ha profuse davvero tante. Nato in una famiglia di contadini cattolici a Mossbawn, una manciata di poche case sprofondata tra campi e antiche torbiere nella contea nordirlandese di Derry, Heaney è stato anzitutto questo: un poeta del luogo. Il che significa che ha avuto la capacità di fare dei propri territori elettivi una sorta di sfera magica o di costellazione, attraverso cui interrogare nella sua interezza il destino dell’uomo. «Ora puoi decifrare ogni paesaggio/ con questo: cose fondate sulla propria forma e basta,/ acqua e terra ai loro estremi» (la traduzione, qui e a seguire, è di Roberto Mussapi). A tutti gli effetti, la poesia del luogo coincide con un’antropologia. Forse perché fin da bambino ha vissuto sulla propria pelle la ferita delle divisioni, degli scontri civili, dei reticolati che dividevano un campo dall’altro, Heaney si è via via definito come un poeta straordinariamente inclusivo. Nel luogo della sua poesia ha provato a farci stare dentro tutto: mito, storia, tradizioni, immaginazione, responsabilità verso il presente, istanze personali, dimensione civile, riflessioni sulla lingua e la letteratura, senso di realtà, autocoscienza dei propri procedimenti espressivi. Ma non si tratta di una troppo facile conciliazione, quanto piuttosto dell’investimento sul luogo-poesia come possibilità di portare e sopportare differenze e contraddizioni. Una realtà fatta di diversità e paradossi, dunque, ma fermati nell’evidenza della rappresentazione, conosciuti e, proprio per questo, almeno in qualche misura governati. Continua a leggere

Email a una professoressa


occhio e serraturaMolte cose, molti anni e molte riforme sono passati dalla Lettera a una professoressa. Ma c’è sempre un po’ di Barbiana, nella buona scuola all’italiana. Vediamo cosa scrivevano don Lorenzo Milani e i suoi allievi, e cosa possiamo aggiungere, quasi mezzo secolo dopo.

Chi era senza basi, lento o svogliato si sentiva il preferito. Veniva accolto come voi accogliete il primo della classe. Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui. Finché non aveva capito, gli altri non andavano avanti. (pagina 25)

Lei certamente sa, prof, che la parola «insegnante» deriva da in e signo: voi avete il compito, e l’onore, di lasciare un segno. La selezione è prerogativa dell’università. Alle elementari e alle medie — inferiori e superiori — bisogna scavare dentro i ragazzi e scovare le loro inclinazioni, correggendo le loro debolezze. Voi siete minatori di talento e spacciatori d’entusiasmo. Se oggi sono qui e posso scriverle questa mail, è perché ho trovato persone così. Avevo una professoressa d’italiano che, in terza media, mi affidò due ragazzi che rischiavano la bocciatura. «Il tuo voto sarà misurato sul loro voto, il tuo successo sul loro successo», annunciò in classe, incurante del mio sguardo angosciato. Si chiamava Tilde Chizzoli, quella sua collega: ha cambiato la vita a tre persone. Grazie a lei, ho imparato insegnando: anche un po’ dell’umiltà di cui avevo bisogno, venendo da una famiglia privilegiata. Ho passato tanti pomeriggi con quei nuovi amici. Loro mi hanno insegnato a giocare a calcio, a basket, a guidare un motorino 50 cc e a conoscere le ragazze; io gli ho spiegato un po’ d’inglese e Fogazzaro. Ci ho guadagnato, sono convinto.

È morto Seamus Heaney


Heaney

 

Séamus Heaney (Castledawson, 13 aprile 1939 – Toomebrige, 30 agosto 2013)

Un bell’articolo e un video sono sul sito letteratura.rai.it.

Dove poterlo ritrovare,
un mondo altrove, oltre

carte e atlanti,
dove tutto è tessuto a sé

e di se stesso, come un nido,
un tratteggio di fili d’erba?

S. Heaney, da Catena umana (Mondadori, 2011)

Dopo un’odissea di 80 anni salvi i manoscritti di Verga


Sequestrate 36 tra lettere e appunti. Negli Anni ’30 il figlio dello scrittore consegnò il corpus a uno studioso che poi aveva rifiutato la restituzione

Giovanni VergaIl manoscritto del primissimo romanzo, quell’Amore e Patria dedicato alla guerra di indipendenza americana che Verga aveva scritto quando aveva solo sedici anni e che si pensava fosse andato disperso. Ma anche la prima stesura de I Malavoglia, le bozze di Mastro Don Gesualdo, de La Lupa, de I carbonari della montagna, le corrispondenze con Gabriele D’Annunzio, Luigi Pirandello, Benedetto Croce. Recuperato dai carabinieri dei beni culturali, torna alla luce dopo un’odissea lunga oltre 80 anni un tesoro di carte autografe del grande scrittore siciliano stimato almeno 4 milioni di euro. Anche se il ritrovamento di queste carte – subito rivendicate dal sindaco di Catania Enzo Bianco – ha un valore in realtà inestimabile per la storia degli studi.
La storia, lunghissima e ingarbugliata, è di quelle che hanno dell’incredibile. Tutto comincia negli anni Trenta quando, morto da poco Verga (1840-1922), il figlio Giovannino affida ad uno studioso di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) una serie di manoscritti del padre senza mai più riuscire a riaverli indietro. A nulla valgono le richieste, le pressioni, gli interventi dei politici, persino le interrogazioni parlamentari presentate lungo vent’anni, dal 1957 al 1977, per chiedere l’esproprio di questo tesoro di carte in nome della pubblica utilità.
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Stagisti, i nuovi schiavi con il miraggio del posto


cercasi_stagistaIl primo abuso è fonetico: si pronuncia alla francese. In inglese «stage» non vuol dire tirocinio, ma palcoscenico. Superato questo primo ostacolo, resta quello di cercare di capire un fenomeno amplissimo ma difficile da circoscrivere, e caratterizzato da abusi frequenti.
In Italia lo stage riguarderebbe – e stiamo parlando del solo settore privato – almeno mezzo milione di persone all’anno, secondo stime formulate dalla Repubblica degli stagisti (Rds) e dall’Isfol. Sistematicamente sottopagate, sfruttate e, non di rado, mandate via senza possibilità di conquistare un posto di lavoro vero. Molti imprenditori italiani fanno finta di dimenticarsi che lo stage dovrebbe essere un periodo di apprendimento, e, idealmente, la porta d’accesso a un mestiere.
Eleonora Voltolina, animatrice della «Repubblica degli stagisti», è l’infaticabile paladina dei diritti di una categoria spesso dimenticata dalla politica. Grazie alle battaglie della sua testata online, qualcosa in questi ultimi anni si è mosso. Raggiunta al telefono, precisa però subito che il caso Moritz Erhardt, il banchiere tirocinante morto dopo tre giorni di lavoro quasi ininterrotto alla sede londinese della Merrill Lynch Bank of America, «è un’eccezione, per gli standard italiani, a partire dallo stipendio di 2700 sterline al mese…».
Anche nel nostro Paese esiste un microcosmo di stagisti delle grandi banche o degli uffici di consulenza finanziari pagati molto bene, ma si tratta della categoria «extralusso». In generale, se un tirocinante guadagna molto, molto bene, si mette in tasca tra gli 800 e i 1000 euro al mese. E qui va fatta una seconda precisazione importante: non è uno stipendio. Non avendo gli stagisti un contratto di lavoro, né contributi pagati, la loro retribuzione si chiama «congrua indennità», «compenso» o «rimborso spese».
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Apple regala Camilleri. Fino al 27 agosto gratis l’ebook “Il ladro di merendine”


CamilleriLe storie di Andrea Camilleri sono straordinarie non solo per quello che raccontano, ma anche per lo sguardo ironico e affettuoso che lo scrittore riserva ai suoi personaggi. Per questo, probabilmente, finiamo per amarli: ci sembra di conoscerli, di aver fatto con loro un tratto di strada. È quanto devono aver pensato anche alla Apple.
Il colosso informatico ha avviato di recente un’iniziativa con la quale -circa ogni mese- regala un’applicazione selezionata dall’azienda a tutti gli utenti che utilizzano App Store. Ora è la volta di un appassionante ebook, “Il ladro di merendine”, romanzo dello scrittore siciliano, che vede protagonista il Commissario Salvo Montalbano, il terzo della saga a lui dedicata.
Fino al 27 agosto prossimo, infatti, si può scaricare gratuitamente l’ebook, di solito disponibile al prezzo di 6,99 euro.
Il commissario più amato dagli italiani risolve un curioso enigma che riguarda il furto di merendine in una scuola della piccola Vigata, cittadina immaginaria inventata da Camilleri, ispirata alla natia Porto Empledocle. Da questo romanzo si possono ricavare notizie proprio sulla famiglia di Montalbano, quando il commissario, che ha perso la madre da piccolo e di cui conserva solo il ricordo dei suoi capelli biondi, si confida con François, il bambino che ha avuto la madre assassinata.
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Leonardo Goi:”I miei giorni rivoluzionari al Cairo con i ragazzi di piazza Tahrir


TahrirÈ finito il Ramadan. Quando inizio a scrivere è ancora mattino presto: dalla mia finestra, al quattordicesimo piano di un grattacielo sulla riva sinistra del fiume, il Nilo si fonde al lago di nebbia e afa che fa sembrare questa fetta di città una scenografia scomposta. C’è una fila di macchine ancora esile che percorre il ponte del 6 Ottobre, verso est. Piazza Tahrir è alla fine del ponte, poco più a destra. Un punto imprecisato che alle sei e mezza del mattino è ancora immerso nella nebbia.
Sono al Cairo da quasi un mese, e sono qui per condurre ricerche per la tesi. Sto cercando di capire le prospettive di partecipazione alla vita politica dei ragazzi universitari nel panorama dell’Egitto che verrà, il che vuol dire in buona sostanza concentrarmi sulla generazione che ha avuto il primo vero imprinting con la politica a Piazza Tahrir il 25 gennaio di due anni fa, e su come questo incontro abbia plasmato il modo di percepire se stessi e il proprio posto in mezzo agli altri.
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Il Decameron in 100 tweet


boccaccioNel 700esimo anniversario dalla nascita di Giovanni Boccaccio, la Società Dante Alighieri propone la sintesi del “Decameron” in 100 “twoosh”, tweet perfetti di 140 caratteri esatti.  Lo spirito “giocoso” del capolavoro di uno dei padri della lingua italiana è rilanciato dalla Società attraverso un concorso, che vede, a partire dal 1° agosto negli spazi social della “Dante”, 2 twoosh ogni giorno, per 100 giorni. I lettori della “Dante” sono dunque invitati a giocare alla migliore sintesi, mandando i loro tweet e twoosh su Twitter e su Facebook twittando e postando commenti e versioni personali di un Decameron in sintesi.
I twoosh della settimana saranno pubblicati su madrelettera, la newsletter della “Dante”, per ricevere la quale ci si deve accreditare al link www.ladante.it/madrelettera. I lettori della società sono dunque invitati a contribuire al concorso con i loro tweet o twoosh su Twitter e a commentare con post su Facebook.
Alla fine del progetto, nel mese di novembre, la “Dante” organizzerà un evento dedicato a Boccaccio, durante il quale le versioni migliori (più efficaci, divertenti, insolite o quelle che hanno ricevuto il maggior numero di like e retweet o di commenti dal pubblico) saranno premiate con un dizionario Devoto-Oli e con la tessera della Società Dante Alighieri per il 2014.
«In questi anni di accelerazione e nel pieno sviluppo della società dell’informazione e della conoscenza -commenta il segretario generale Alessandro Masi- la nostra organizzazione veste i panni virtuali di una “Dante 2.0”, che intende consolidare la propria presenza nei social media».

lastampa.it

Il latino? Serve a capire perché parliamo così


Cucchi“Inutile studiare il latino perché non serve”. Una frase che ho sentito innumerevoli volte, anche quando il latino si studiava di più e meglio, e che ho sempre considerato basarsi su un equivoco di fondo e su una sostanziale volgarità di pensiero. Di recente la questione è tornata in ballo a causa di un genitore che si era espresso in questi termini scrivendo a «Repubblica». Sono poi intervenuti genitori meno sprovveduti e superficiali e c’è stato un articolo di Stefano Bartezzaghi. D’altra parte, «Avvenire» è su posizioni concretamente ben chiare, visto che ospita la rubrica «Hortensius» di Roberto Spataro, che con tutte – non nascondo – le difficoltà personali del caso, cerco di leggere con ammirazione. Ma torniamo al punto di fondo, e cioè al «non serve». Dico io: non serve a che cosa? E cosa realmente serve? Siamo ancora convinti che l’utilità debba per forza essere immediata e portare benefici immediati? Siamo così legati alla superficie e all’ovvio da non renderci conto che un simile atteggiamento è solo miope e privo di sostanza concreta reale? Il latino è la base del nostro quotidiano modo di parlare, è una lingua che, in fondo, ancora si parla, con le variazioni storiche del caso, in vastissime parti del mondo, e dunque conoscerla è così superfluo?
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Dal 18 al 22 settembre torna Pordenonelegge


pordenoneleggeAnche quest’anno a pordenonelegge.it ci saranno grandi nomi della letteratura italiana e internazionale, con un programma che unisce firme consacrate a scrittori esordienti. Un gradito ritorno al festival è quello del fresco vincitore del premio Strega Walter Siti, che si presenterà in veste di critico con un libro, Il realismo è l’impossibile, che è di fatto una dichiarazione di poetica. Altra stella della letteratura italiana è Carlo Lucarelli, che dopo tanta attesa è uscito con il suo ultimo riuscitissimo thriller, dove ancora una volta la figura del serial killer si presta a raccontare l’oscurità dei nostri tempi. Il noir e le sue contaminazioni fra cultura pop, musica e fiction televisive saranno al centro del dialogo fra Tito Faraci e Luca CroviSusanna Tamaro ci parlerà invece del suo ultimo romanzo, forse il più intimo e coraggioso: la storia di una bambina che diventa adulta e insieme la storia della scoperta della terribile bellezza del mondo. Voce femminile di primissimo piano è anche quella di Lidia Ravera, che ci racconterà una storia struggente e divertente, in cui l’età avanzata dei protagonisti diventa l’occasione per un rinnovato inno alla vita. Una grande signora della letteratura italiana, Sveva Casati Modignani, straordinaria affabulatrice d’amore e sentimenti, presenterà a pordenonelegge il suo ultimo romanzo, ambientato tra Milano e Torre del Greco nel mondo affascinante e poco conosciuto dei corallari. Anche Rossana Vesnaver, in dialogo con Maria Grazia Capulli, entrerà nel vivo della vita delle donne con un romanzo che vede protagonista una quarantenne: dopo anni di delusioni decide di ricominciare tutto da capo alla ricerca dell’amore vero. Ancora tutto al femminile sarà il dialogo fra Kareen De Martin Pinter e Rosella Postorino, autrici di due romanzi che scandagliano i temi della crudeltà e dell’esclusione, dove piccoli universi concentrazionari creano le premesse di una sofferta educazione sentimentale. Altro dialogo di grande interesse sarà quello fra Guido Conti e Matteo Righetto: la natura tra mito e cultura, tra avventura e affabulazione sarà lo sfondo di storie dai tratti forti che affondano nelle radici antropologiche dell’uomo. Una natura spietata e al contempo saggia sarà il filo rosso dell’incontro con Mauro Corona: arrivato a una età in cui è giusto fare i conti col passato e regalare la propria esperienza ai più giovani. Siamo ancora nella natura con Antonio Moresco, che con La Lucina mette in scena un dialogo continuo con gli esseri che popolano i boschi, e riflette sulla solitudine e il dolore dell’esistenza, ma anche su ciò che lega uomini e animali, vivi e morti. Il poeta Pierluigi Cappello, accompagnato da Giuseppe Battiston Stas Gawronski, presenterà a pordenonelegge la sua prima prova di narratore: racconti che sono il distillato di una vita di dolore e felicità, con la forza epica di chi fa proprio il destino collettivo. Il dolore, interiore ma soprattutto fisico, e la solitudine che spesso ne consegue, saranno il tema del dialogo fra Mariapia Veladiano e Marco Venturino, moderati da Carlo Gargiulo, e dell’incontro con Pierluigi Battista, autore di un romanzo che ci spinge ad affrontare un nodo cruciale della contemporaneità: la tensione tra desiderio e pensiero della fine, tra narcisismo e accettazione del limite. Estremamente legato alla vita cosmopolita di oggi è anche il romanzo di Claudia Durastanti, storia di un amore sullo sfondo di un confronto tra generazioni in cui le responsabilità di traumi e dolori emergono solo in un cortocircuito sociale, culturale e affettivo. Un viaggio nella contemporaneità più pressante è anche quello che proporrà Antonio Pascale, con un racconto semiserio, irresistibile e provocatorio della vita nei nostri tempi. Una storia famigliare è al centro dell’ultimo romanzo di Romana Petri: figli dello stesso padre, ma di due donne diverse, Germano ed Emilio si rivedono dopo un lungo silenzio, accomunati unicamente dall’amore insoddisfatto per il padre Giovanni. L’autrice presenterà il suo libro al festival insieme a Monica Guerritore. Il mondo degli scacchi, invece, sarà il tema dell’incontro con Mauro Covacich autore che, attraverso la metafora del gioco, cerca esplorare il funzionamento del corpo e della mente per dimostrare, sulla scorta dell’insegnamento delle neuroscienze, quanto essi siano indissolubilmente legati. Alessandro Cinquegrani e Tullio Avoledoparleranno invece del Nordest letterario: una maxi regione che ha da sempre affascinato gli scrittori e che ancora oggi è musa di grandi narrazioni. Mentre due autori di fumetti, Igort e Giorgio Carpinteri, si soffermeranno sulle relazioni fra graphic novel, storia e letteratura. L’avventura fantastica del quotidiano, vissuta da un bambino intrepido e solitario, verrà raccontata da Adriàn Bravi. La Seconda Guerra Mondiale come argomento di approfondimento storico ma anche come riserva di grandi narrazioni e mitologie contemporanee sarà raccontata da una scrittrice, Ben Pastor, e uno storico, Gianluca BarneschiUgo Gregoretti e Giuseppe Furno dialogheranno intorno alla storia di Venezia, raccontata nell’ultimo romanzo di Furno con grazia epica e travolgente afflato narrativo. Grande spazio verrà dato a pordenonelegge al genere fantasy con due incontri che sveleranno al pubblico il dietro le quinte della costruzione di un romanzo di genere: il primo dialogo sarà con l’acclamata autrice Licia Troisi e Francesco Gungui, autore del recentissimo Inferno; e il secondo vedrà come protagonisti le autrici Lorenza Stroppa e Flavia Pecorari, la blogger Sara Menichetti, e la junior editor Francesca Guido.

Anche la critica letteraria sarà protagonista del festival, perché non può esistere letteratura senza un serrato ragionamento sulle sue condizioni materiali di esistenza, e senza un legame a una tradizione e a una estetica condivisibile. Pierpaolo Antonello, in dialogo con Stefano Moriggi, si interrogherà sullo stato delle “due culture” nella storia della letteratura italiana: un confronto con strategie di accettazione non sempre scontate. Enza Del Tedesco metterà in frizione Romanzo e Nazione, mostrando come il romanzo italiano si sia sempre scontrato con il tentativo di raccontare una nazione che non c’è. Roberto Cresti invece farà il punto sulle avanguardie italiane del Novecento soffermandosi in particolar modo sul futurismo. Mentre Alberto Camerotto ci porterà a fare un viaggio nella satira a partire dai classici con un scelta di letture avvincenti. Carlo Tolazzi e Maurizio Gnerre, sullo sfondo dell’allarme Unesco che prevede la morte di metà delle lingue minoritarie entro la fine del secolo, parleranno della necessita delle traduzioni anche nelle lingue delle piccole patrie.

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