Il postmoderno letterario è tutta colpa dell’herpes zoster

Mercoledì 14 marzo 2012 alle ore 18.00, presso la Sala “Teresina Degan” della Biblioteca Civica di Pordenone, c’è stato il quinto appuntamento con le Conversazioni sul Postmoderno. Letture critiche del nostro tempo organizzato in collaborazione tra Biblioteca Civica, Liceo Leopardi-Majorana e Società Filosofica Italiana Sezione Friuli Venezia Giulia. Nello specifico si è parlato di Temi, forme e problemi del postmoderno letterario con Roberto Cescon

Il postmoderno non è un fenomeno prettamente letterario, perché la sua origine va cercata in architettura e, soprattutto, nella rivoluzione antropologica che ha segnato la società postindustriale.

Tali mutamenti tuttavia hanno avuto importanti ripercussioni in campo letterario. Centrale è senza dubbio la questione del romanzo, che perde la sua identità di prosa del mondo ed epopea borghese, poiché non sembra più possibile rappresentare la realtà complessa, i cui frammenti non riescono ad essere riordinati nemmeno dalla scienza e dalla filosofia. Ecco allora che il mondo diviene un labirinto senza centro e senza uscita. L’uomo cerca un senso dietro la superficie delle cose, ma una pellicola di mistero lo allontana ineluttabilmente dalle risposte e anzi amplifica l’idea che il mondo sia retto da un complotto che avvolge la verità. E siccome la scrittura è concepita come la trascrizione dell’universo, diventa universo essa stessa, perdendo la sua oggettività, così che la realtà diventa testo e svanisce nel labirinto. Il postmoderno non è però una tendenza circoscrivibile cronologicamente, ma una categoria spirituale, dal momento che i suoi caratteri formali – l’intertestualità, la parodia, la metanarrazione – si possono riscontrare anche in opere di altre epoche storiche. A dire il vero, in ogni epoca possono esserci momenti di crisi, come quelli che hanno caratterizzato la modernità, nei quali si mette in discussione il passato, perché ci si accorge che il passato ci condiziona, ci sta addosso, ci ricatta. Dopo che l’avanguardia tenta di sfigurarlo concentrandosi su innovazione e rottura, arriva il momento in cui si riconosce che il passato deve essere rivisitato con ironia, in modo non innocente, col risultato che esso viene esplorato con criteri “estetici”, cioè mediante citazioni e collage, i quali rendono tutto sincronico e schiacciato in un perpetuo presente, come un museo di immagini da combinare in modo arbitrario e da “consumare” con nostalgia. La prima conseguenza di questa concezione liquida del passato è che il romanzo postmoderno tende a manipolare generi e forme tradizionali, facendone però un uso necrofilo, ossia il recupero si accompagna in qualche modo alla loro estinzione, poiché diventano gusci vuoti da assemblare con ironia. Gli stessi confini tra i generi tendono a sfumare, di modo che la non fiction, il giornalismo e la graphic novel trovano diritto di cittadinanza nelle opere narrative, rendendo il canone più permeabile, in quello che sembra essere ormai un processo irreversibile di lunga durata.

Non va dimenticato il rapporto con i media, verso i quali nella società trasparente si instaura un’osmosi tra spaesamento e appartenenza a causa dell’alleggerimento della verità del messaggio.

La situazione italiana risulta anomala rispetto al quadro internazionale, perché la critica ha sempre snobbato il problema del postmoderno, ritenendolo una moda del declino letterario occidentale. Sembra tuttavia che nel nostro Paese il postmoderno rappresenti l’andata verso le masse dell’avanguardia, che, esauriti i suoi presupposti polemici, ha subito un processo di normalizzazione, sebbene già al suo interno presentasse esiti formali post. In particolare dopo la cesura Eco del 1980 in Italia si distinguono il postmoderno culturale (Eco, Calvino, Volponi e Tabucchi), diretto (Tondelli) e genetico (i cannibali, la letteratura pulp splatterpunk).

È opinione consolidata che la stagione letteraria postmoderna sia esaurita in ragione di motivi socio-politici (il mutamento degli scenari geopolitici mondiali, che si possono riassumere nell’attentato alle Torri Gemelle, ha ricordato che la realtà non può essere edulcorata mediante la testualità e l’ironia), filosofici (le mancate promesse della postmodernità e l’avvento della necessità di un nuovo realismo) e letterari (dopo la sbornia ironica del disincanto, si sta imponendo una nuova narrativa capace di recuperare l’etica del narrare e di nuovo fiduciosa nella parola che può curare).

Allora, se il postmoderno è stato Come ha detto Liala, ti amo disperatamente, un modo per uscire dal postmoderno è dire: nonostante Liala, ti amo disperatamente. Nonostante l’incombere della tradizione, bisogna ancora sperare parola. Solo così la dichiarazione d’amore, dissolta l’ironia, si caricherà di nuovo senso.

 

Roberto Cescon

Nato nel 1978 a Pordenone, dove vive e insegna. Ha pubblicato Vicinolontano (Campanotto, 2000) e il saggio Il polittico della memoria. Aspetti macrotestuali sulla poesia di Franco Buffoni(Pieraldo, 2005). Suoi racconti sono apparsi nell’antologia Scontrini (Baldini&Castoldi, 2004), nella rivista ‘Tina e su www.ombelicale.it. Il suo ultimo lavoro è La gravità della soglia (Samuele, 2010). È tra i curatori della Festa di poesia. Da qualche anno collabora all’organizzazione dei festival letterari Pordenonelegge Notturni di_versi. È tra gli organizzatori del Premio Teglio Poesia (http://tegliopoesia.wordpress.com). Il suo blog è robertocescon.com.

 

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